Culturificio
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

Una finestra sul Vittorianesimo

Una finestra sul Vittorianesimo

L’Età Vittoriana, da sempre considerata un’epoca ricca di contraddizioni, rappresentò non solo un periodo di transizione e cambiamento ma anche la culla della cultura moderna. Essa prese il nome dalla regina Vittoria (1837-1901) e fu pervasa da una serie di avvenimenti che stravolsero l’Inghilterra, lasciandola in balia dell’oscurità.
Da un punto di vista storico, una tra le prime cause scatenanti fu la Rivoluzione Francese, che innescò il desiderio di azione nella borghesia inglese ma soprattutto nella Seconda Rivoluzione Industriale, che giunse a pieno sviluppo nell’ultimo decennio del 1800 e che costrinse molte famiglie a trasferirsi dalla campagna in città, generando una enorme massa di poveri. Un elemento culturale di fondamentale importanza fu l’ascesa della classe borghese, che tentò di scavalcare l’aristocrazia sulla scia del modello francese, il quale aveva rovesciato un intero regime, tuttavia questo conflitto non raggiunse l’apice come in Francia.
Il contesto sociale in cui verteva l’Inghilterra era caratterizzato da una ricca differenziazione di classi: al di sotto della famiglia reale si trovava l’aristocrazia, una classe colta, interessata al progresso e alla beneficienza a distanza nelle charities, ma da sola non riusciva a governare in quanto non lavorava.
Gli aristocratici pertanto si amalgamarono con la classe inferiore, la Upper middle class rappresentata dalla figura del gentleman, il quale faceva un percorso ben preciso frequentando le migliori scuole inglesi, ricevendo una solida educazione e partecipando al prestigio mondano, inoltre il gentleman possedeva un forte potere politico ed economico. La Middle class era invece composta da commercianti, industriali e banchieri. Si trattava della borghesia nascente, il vero nemico dell’aristocrazia, una classe di ardui lavoratori alla quale voleva assomigliare la Lower middle class, molto simile ad essa con la differenza che non aveva una formazione di livello universitario. Subito sotto vi era la Working class o classe lavoratrice, che comprendeva lavoratori assunti nelle numerose fabbriche inglesi; si trattava di una classe umile costretta a battersi spesso in lotte sindacali per ottenere la sicurezza del proprio posto di lavoro. Per ultimi si collocavano i Poors, che rappresentavano la maggioranza della popolazione che viveva in condizioni di assoluta povertà; la rivoluzione industriale aveva trasformato le famiglie rendendole vittime di questo progresso, soprattutto i bambini. È proprio quest’ultima realtà che veniva nascosta dallo Stato inglese; i poveri erano tenuti sotto controllo nelle workhouses e lo Stato non faceva null’altro per porre rimedio alla situazione disastrosa in cui viveva la maggior parte della popolazione.
In quest’epoca di passaggio ma importante cambiamento, furono molti gli scrittori che diedero voce alla massa, in particolare fu soprattutto uno ad accaparrarsi il ruolo d’inventore del romanzo sociale: Charles Dickens.
Charles Dickens era un giornalista che osservava la realtà con occhio critico, un grande conoscitore di Londra e dei suoi angoli nascosti, e tra gli innumerevoli romanzi da lui scritti, quello che rispecchiò e descrsse al meglio la società Vittoriana fu Hard Times (Tempi difficili). Questo romanzo uscì a puntate sulla rivista Household Word nel 1854 e nel giro di cinque mesi la rivista raddoppiò la vendita delle copie; l’enorme successo portò l’autore a far uscire il romanzo anche in un unico volume dedicato a Thomas Carlyle. Uno dei motivi che concorse al successo del romanzo fu la modalità di pubblicazione mensile, al prezzo di uno scellino, che rese il testo accessibile ad un numero decisamente ampio di lettori, anche di bassa estrazione sociale. La storia è inventata in una città che non esiste, Coketown ma in realtà si tratta di Manchester sotto falso nome. In questo romanzo Dickens volle rappresentare gli effetti sociali che lo sfruttamento umano nelle fabbriche produce: la falsificazione dei rapporti umani, il popolo in miseria che per elevarsi alla condizione della borghesia ne assume le caratteristiche d’ipocrisia e durezza. Qui si realizza in maniera concreta l’avversione dell’autore per l’ideologia utilitaristica, inevitabile conseguenza del processo di industrializzazione che caratterizza l’Inghilterra in questi anni e che porta la popolazione ad un uso quotidiano di alcol ed oppio.
Sulla scia inaugurata da Dickens, anche altri scrittori come George Eliot, William Thackeray e Anthony Trollope privilegiarono la pubblicazione mensile dei propri romanzi presso riviste e giornali. La lettura del romanzo divenne sempre più accessibile alle classi umili, un’esigenza condivisa, una modalità di fuga da una realtà molto spesso opprimente, divenne un vero e proprio romanzo di massa. Il romanzo vittoriano cercò pertanto di denunciare una tremenda realtà del periodo: la sorte dell’operaio nelle fabbriche e nei fatiscenti alloggi presenti nei sobborghi delle grandi città industriali.
In questo periodo di incertezze ed oscurità, nacque il genere noir, una derivazione dal romanzo gotico di epoca romantica ma che raggiunse il massimo splendore in epoca Vittoriana scindendosi in diversi sottogeneri come il giallo, il sensazionale, il soprannaturale ed il fantastico. In particolare il fantastico, inteso come racconto di eventi non realistici, si appropriò di una funzione morale dove il soprannaturale insegnava la retta via all’umanità. Negli ultimi anni del secolo, quando la tecnica della narrazione fantastica si andava affinando sempre più, si intensificò progressivamente anche il concetto di fantastico come frattura con la realtà, sdoppiamento e alienazione dei personaggi che lottavano per mantenere o ritrovare l’identità perduta.
In taluni casi il fantastico divenne diabolico, insediandosi nella psiche umana e sfidandone la naturalità come accadde ad esempio nel famoso romanzo Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Stevenson, un testo incentrato sull’esistenza di un inconscio incontrollabile, che si manifestava in uno sdoppiamento di identità in cui il male era correlato ad una bruttezza fisica. Stevenson, capostipite del genere science-fiction, scrisse un perfetto esempio di psicologia pre-freudiana, dove il male non solo era correlato alla crudeltà fisica ma anche alla trasgressione erotica e sessuale.
Questa grande tradizione ottocentesca di stampo gotico raggiunse il culmine con il romanzo Dracula di Bram Stoker. Non era solamente la figura imponente del conte Dracula a conferire al racconto un fascino particolare ma anche l’uso della narrazione multipla, lo sdoppiarsi dei personaggi ed il tema del mito del vampiro come rappresentazione simbolica dell’erotismo. Il racconto presentava un subtext (sotto testo) di tabù, desiderio e repressione da cui si evinceva la lotta combattuta dai valori vittoriani basati sulla chiesa, l’impero e la borghesia patriarcale. Stoker sottoscrisse e rafforzò i pregiudizi dell’Inghilterra di fine secolo, sociali, razziali e sessuali; facendo finta di combattere l’inumano, in realtà destituì le vecchie forze aristocratiche che contestavano l’ideologia borghese.
In quest’epoca contraddittoria si fecero spazio anche notevoli scrittrici donne che tentarono di rappresentare la verità vittoriana a discapito dei molti aspetti che venivano appositamente celati all’universo femminile. Tra di esse si ricordano le sorelle Brontë.
Charlotte Brontë, autrice di Jane Eyre, scrisse un affresco vivissimo non solo della società vittoriana ma dell’intera epoca e narrò di una storia d’amore inaccettabile dal punto di vista della morale corrente ma che innescava una passione tormentata. Jane, l’eroina del romanzo, non era che una piccola governante che si ritrova a sposare il suo padrone, forse ignara delle sottili arti della seduzione ma animata da una incrollabile volontà che travolgeva ogni ostacolo e la condusse alla piena realizzazione di sé come donna.
La sorella Emily Brontë ottenne invece un notevole successo con Cime Tempestose, un’opera che probabilmente si distaccava dalla tradizione narrativa inglese poiché in essa, l’aspro realismo del quotidiano era pervaso da misteriose ed inquietanti tensioni, dando vita ad una struttura molto salda ed efficace. Il personaggio chiave di Heathcliff rappresentava la figura tirannica del gothic novel britannico, una sorta di dark hero (eroe nero) che aspirava panteisticamente all’unione eterna con la donna amata.
Questi furono solo alcuni esempi della grande diversificazione letteraria a cui si assistette in età vittoriana e alla base di tutti questi sottogeneri del romanzo, oltre all’intrattenimento per il pubblico e alla descrizione realistica del mondo, vi era un comune obiettivo: un’irrefrenabile volontà di denuncia della realtà finora celata.


 

Articolo a cura di Carola Baudo