Arianna Fontanot
pubblicato 3 settimane fa in Letteratura

Gli Argonauti:

Mélita, Iasone e la sofferenza umana

Gli Argonauti:

Mélita: “Noi si parla della maga, re Iasone, di quella donna che qualcuno ha conosciuto. Oh, dimmi com’era”. Nel dialogo “Gli Argonauti”, contenuto in “Dialoghi con Leucò”, del poeta Cesare Pavese, queste sono le parole con cui la giovane Mélita, una fanciulla preposta alla salvaguardia del tempio di Corinto, chiede all’ormai anziano re, Iàsone (cfr. Giasone), di raccontare del proprio passato. I due si trovano nella dimora regale e assistono alla partenza per Cipro di un’imbarcazione, che scatena nell’anziano sovrano il ricordo dell’impresa che condusse, insieme ai compagni Argonauti, al fine di recuperare il vello d’oro in Colchide, per conto del re Pelia. La narrazione del ricordo non è lineare e distesa: Iasone comincia con il sottolineare a Mélita la grande differenza che intercorre tra le distese d’acqua com’erano quando la nave Argo salpò e il momento presente, in cui il mare non è più inviolato; quest’ultimo aggettivo è fondamentale, in quanto, secondo l’anziano re, l’atto di solcare il mare, a fronte di ciò che accadde in seguito, ne violò l’intangibilità e lo macchiò del sangue di vittime innocenti. Iasone afferma che il mare non costituiva un rischio, il quale si poteva invece ricondurre alla temerarietà dei giovani.
È in seguito a queste riflessioni che Mélita chiede nello specifico se si parli proprio “della maga”. Con ciò la fanciulla si riferisce a Medea, principessa “barbara” e conoscitrice di filtri e veleni, che tradì i propri legami familiari in modo da condurre Giasone al vello d’oro. Tacendo particolari varianti, il mito narra che, dopo essersi servito di lei per i suoi scopi e dopo che questa gli ebbe dato due figli, Giasone la ripudiò e si sposò invece con Creusa, figlia del re Creonte di Corinto. In conseguenza di questo, la donna, offesa si vendicò del marito dapprima uccidendo la nuova moglie ed il padre e, in seguito, i propri figli.
Nel dialogo di Pavese in questione Giasone esprime il proprio odio nei confronti della moglie, che scaturisce dall’amaro ricordo dell’uccisione della prole. Riporto di seguito il testo:

Iasone: “Violammo il mare, distruggemmo mostri, mettemmo piede sul mare del còlchico – una nube d’oro sfavillava nella selva – eppure morimmo ciascuno di un’arte di maga, ciascuno per l’incanto o la passione di una maga. La testa di uno di noialtri finì stroncata e lacerata in un fiume. E qualcuno ora è vecchio – e ti parla – che vide i suoi figli sacrificati dalla madre furente”.
Mélita: “Dicono che è morta, signore, i suoi incanti hanno vinto la morte”.
Iasone: “È il suo destino, respirava la morte e la spargeva. Forse è tornata alle sue case”.
Mélita: “Ma come ha potuto toccare i suoi figli, deve aver pianto molto…”
Iasone: “Non l’ho mai vista piangere. Medea non piangeva. E sorrise soltanto quel giorno quando disse che mi avrebbe seguito”. (ed. Einaudi, Torino 1994).

 

A fronte delle parole di Giasone Medea risulta una maga sanguinaria, attorno alla quale aleggia un sentore di morte, incapace di provare alcun sentimento umano mentre compie un atto del tutto innaturale. Curioso è che Giasone non tenti nemmeno un accenno al proprio tradimento che, invece, nel mito e nella tragedia euripidea, costituisce l’elemento scatenante della reazione di Medea. Forse in virtù di uno slancio di sumpatheia, Mélita procede ad una vaga difesa di Medea e ricorda all’anziano Iasone che anch’egli fu “crudele come un giovane”. Tuttavia quest’ultimo replica con una sententia lapidaria, espressione del suo eroismo totalizzante ed egoista: “Si fa il male per essere grandi, per essere dèi”. A giustificazione del suo comportamento, inoltre, l’anziano re riporta con un intento paradigmatico l’esempio di Teseo, anche lui un navigatore, che discese nell’Ade per rapire Persefone: “Piccola Mélita, fu quasi un dio. Trovò la sua donna oltremare, una donna che, come la maga, lo aiutò nell’impresa mortale. L’abbandonò su un’isola, un mattino”. La fanciulla che si offrì di aiutare Teseo è Arianna, che, a differenza di Medea, dopo l’abbandono sull’isola di Nasso, divenne la sposa di Dioniso. L’opera di Pavese è ricchissima di simboli esistenziali cifrati e talvolta oscuri, in cui l’autore rappresenta l’infelicità costitutiva della sorte umana, filtrandola attraverso il mito. Un esempio, credo, sia il racconto della profanazione della verginità del mare, in cui quest’ultimo si identifica senza dubbio con la giovane Medea, la cui fiducia di fanciulla innocente è tradita dall’egoismo dell’uomo che ama. Anche lei, dapprima intatta e poi profanata e solcata dalle ferite di una menzogna che la conduce al punto estremo. Il mare come una Babele che crolla e si trova in balìa di un incessante viavai d’imbarcazioni, l’animo di Medea, dilaniato dalle lame del tradimento e del dolore.