Culturificio
pubblicato 2 settimane fa in qualcosa di bianco

“Guanciale d’erba” di Natsume Sōseki

“Guanciale d’erba” di Natsume Sōseki

È comunque difficile vivere nel mondo degli uomini. Quando il malessere di abitarvi s’aggrava, si desidera traslocare in un luogo in cui la vita sia più facile. Quando s’intuisce che abitare è arduo, ovunque ci si trasferisca, inizia la poesia, nasce la pittura.

Sotto lo pseudonimo di Natsume Sōseki, Natsume Kinnesuke (1867-1916) con Guanciale d’erba, risalente al 1906 ma tradotto in Italia solo nel 1983, ci offre, più che un’opera di narrativa, una dichiarazione di intenti, una professione di fede votata all’arte.

Il romanzo, terzo dello scrittore, ci pone infatti di fronte a una precisa e articolata concezione estetica dell’autore e narratore incardinata su un principio ben definito: non è necessario produrre un’opera d’arte; ciò che conta è lo sguardo artistico con cui si guarda al mondo.

Paragonata al Walden di Thoreau e a La passeggiata di Robert Walser, l’opera ci proietta immediatamente nel più classico dei topoi letterari, quello del viaggio poetico in solitaria nella natura (il “guanciale d’erba” è il cuscino di chi va per il mondo, e dunque anche metafora del viaggio di ogni uomo alla ricerca di sé stesso), e tuttavia il fatto che si tratti di un soggetto così frequente non ne intacca la limpidezza. Il cammino lento e faticoso sul sentiero impervio verso la cima della montagna è compiuto dal poeta allo scopo di liberarsi dalle bassezze e dalle impurità, per giungere ad una condizione di perfetta armonia e simbiosi con la natura. Grazie alla sua bellezza fine a sé stessa essa incarna infatti la dimensione ideale per porsi nel giusto atteggiamento poetico.

Un contesto fortemente onirico avvolge senza obnubilare narratore, lettore e personaggi. Il gustoso paradosso è che solo il reale, pur così sognante, è capace di mantenere la sua raffinatezza; il volgare, quello delle passioni quotidiane, della logica umana che il poeta rifiuta con sdegno (ai nostri occhi moderni e occidentali in modo indubbiamente eccessivo), e in cui durante il viaggio avverte spesso il rischio di ricadere, è tutto riversato nei sogni notturni.

Solo chi sa contemplare senza immergersi in un coinvolgimento emotivo può essere un poeta; solo i sentimenti estetici possono salvare e proiettare in una nuova dimensione; solo l’artista, nuovo profeta ed evangelizzatore estetico, può diffondere la “lieta novella”: il senso del bello è un obbligo morale, e come tale deve essere vissuto.

Un poeta ha il dovere di fare da solo l’autopsia del proprio cadavere e di renderne pubblico il risultato.

Eppure, nonostante il ricercato isolamento, il protagonista è consapevole di non potersi allontanare del tutto dall’umanità: dopo aver sostato per breve tempo in una casa da tè e aver appreso antiche leggende di fanciulle morte per amore, decide infatti di risiedere in una stazione termale della zona. L’intento rimane comunque inequivocabile: lo sguardo sugli altri e su sé stesso si manterrà “non umano”; ogni azione sarà giudicata e avrà valore da un punto di vista squisitamente estetico.

A tal proposito, nel tratteggio dei personaggi e delle scene emerge in modo molto esplicito l’aspetto fondamentalmente teatrale e meta-teatrale che l’autore intende dare alla narrazione e alla propria esperienza: ogni figura è assimilata a un’astratta maschera del teatro Nō o Kabuki.

Neanche la comparsa improvvisa del macchiettistico personaggio del barbiere borioso e incapace, all’apparenza del tutto fuori luogo, per stessa ammissione del poeta non rompe l’armonia, ma si incastona perfettamente, dando un tocco di colore, al quadro generale.

Se ogni personaggio è un’occasione per studiare le sfaccettature e le contraddizioni dell’animo umano, O-Nami, la giovane donna figlia del padrone delle terme, è il perno assoluto dell’esperienza artistica ed esistenziale del poeta: sfuggente ed eterea, infelice e misteriosa, lo attrae irresistibilmente nella sua irrappresentabilità.

La fanciulla è consapevole del proprio fascino: gioca di continuo con l’artista divertendosi a sbigottirlo, a confonderlo e a incuriosirlo, accennando con noncuranza ai propri desideri suicidi e apparendo nuda davanti a lui senza vergogna.

Persino in quell’occasione però, agli occhi del narratore, è immune a ogni volgarità e bassezza: la sua figura è come una scultura greca di pura bellezza che emerge evanescente tra le volute di vapore delle acque termali, scomparendo poi in una lieve risata.

L’intarsio di citazioni poetiche e il continuo riferimento ad artisti orientali e occidentali – da Millais a Shelley, da Bashō a Michelangelo, da Rosestu a Ibsen – che permette a Sōseki e al suo alter ego di esaltare la cultura orientale a svantaggio di quella occidentale, troppo immersa nelle vicende umane, si ricollega al periodo cruciale di transizione in cui visse l’autore. Il Giappone allora si apriva infatti a profondi cambiamenti sociali ed economici, e qui, come in altri celebri romanzi dello scrittore (Io sono un gatto, per citare il più famoso), emerge il confronto tra un’epoca d’oro ormai passata e un presente che nella sua modernità appare confuso e volgare: proprio per questo si fa così energico e necessario il bisogno di salvaguardare i valori spirituali e artistici che questo romanzo celebra.

E non è un caso che anche in quest’opera, nonostante la professata distanza dalla civiltà, finisca per affiorare la Storia, cambiando i destini dei personaggi: oltre le montagne la guerra russo-giapponese imperversa e anche i giovani montanari si preparano per andare a morire, traghettati sul fiume verso un inferno dantesco.

Sōseki scrive con un meraviglioso stile lento, levigato, con una lingua limpida che scorre pacata come un ruscello tra i monti, immergendo il lettore in quella condizione onirica ed esteticamente “altra” in cui il protagonista è calato. La traduzione di Lydia Origlia, a tal proposito, è particolarmente attenta proprio a questo ritmo cullante, alle frasi brevi e incisive, alle descrizioni accurate, e riesce a rendere l’incanto per l’esotismo di un mondo altro, in senso sia topografico che cronologico, dosandolo senza eccessi.

Quintessenza dello stile e dell’eleganza giapponese, questo romanzo rimane a mio parere uno dei capisaldi della letteratura orientale, imprescindibile per chiunque desideri approcciarsi o approfondire questo incantevole universo.

Si potrebbe dunque definire l’artista un uomo che, avendo limato da questo mondo quadrangolare un angolo chiamato buon senso comune, vive in un triangolo.

di Rossella Miccichè