Sara Gargano
pubblicato 5 mesi fa in L'angolo russo

“I ragazzi di Leningrado. Memorie di uno studente italiano in Urss” di Carlo Fredduzzi

“I ragazzi di Leningrado. Memorie di uno studente italiano in Urss” di Carlo Fredduzzi

Nel periodo lunghissimo ed estenuante del Covid-19, molti si meravigliano nel vedermi tranquillo o quasi disinteressato rispetto a quanto accade. La maggior parte delle persone che incontro si chiede il perché di questa pacatezza, ne rimane colpita. Io rispondo sempre: “Chi ha vissuto come me per cinque anni in quella città, non ha paura di niente». «Perché, dove hai vissuto?”. A Leningrado, che oggi si chiama San Pietroburgo, che un tempo si è chiamata Pietrogrado, ma che per me sarà sempre la città senza nome.

Apre così il suo racconto Carlo Fredduzzi, traduttore, giornalista, direttore dell’Istituto di Cultura e Lingua russa di Roma e autore della testimonianza autobiografica di un’impresa quasi impossibile. I ragazzi di Leningrado. Memorie di uno studente italiano in Urss, pubblicato da Sandro Teti Editore e in uscita proprio oggi, 4 marzo, narra la storia di un gruppo di fortunati universitari italiani che nel 1962, durante la Guerra fredda, oltrepassano la Cortina di ferro per raggiungere l’Unione Sovietica, palcoscenico di inimmaginabili peripezie dalle tinte romanzesche.

Verso la fine del mese di agosto del 1962 nel giorno e all’ora prestabilita – le 23.00 – il vagone color verde scuro diretto nella capitale sovietica partì dalla stazione Termini. Avevo letto da qualche parte che il governo tedesco aveva organizzato nell’aprile del 1917 il rientro in treno a Pietrogrado di Lenin e altri bolscevichi all’interno di un vagone blindato, allo scopo di abbattere il governo provvisorio di Kerenskij e portare il Paese fuori dal conflitto mondiale, consentendo alla Germania di ritirare le truppe dal fronte russo. Il vagone che partiva da Roma Termini, non so perché, mi ricordò quella lettura liceale.

Ricordi vividi di episodi rocamboleschi, incontri con i giganti della letteratura da far invidia a qualunque slavista o appassionato lettore, legami intrecciati istantaneamente e piacevoli serate tra balli e večerinki. I ragazzi di Leningrado ripercorre i “semplici” anni di uno studente alle prese con una schiera interminabile di cavilli burocratici che non suoneranno per nulla paradossali per chi ha avuto la fortuna di vivere un’esperienza simile a quella dell’autore e sfogliando il libro verrà travolto da un’irreprimibile toska. Gli anni passano, persino i nomi di città e stati vengono sostituiti eppure, che sia negli anni Sessanta in Urss, o nell’ultimo decennio in Russia, alcuni tratti della ‘russicità’, così tipici e così radicati – possiamo starne certi – non cambieranno mai.

Pur essendo abituato alla grandiosità delle piazze romane come San Pietro e San Giovanni, non fui colpito tanto dalla sua vastità quanto dall’ordine, dalla pulizia, dall’andatura di passanti e turisti che sembravano quasi non calpestare la pavimentazione, ma accarezzarla amorevolmente come il manto di un animale amato.

A distanza di anni, Fredduzzi trasmette con estrema autenticità e semplicità lo stupore di un giovane ragazzo romano partito da Termini per approdare in un mondo parallelo, sorprendente, dove tutto è ciò che non sembra e sembra ciò che non è. L’immediatezza e la genuinità della narrazione, tanto sincera da accogliere con bonarietà anche i «non ricordo», catturano il lettore, lo accolgono, facendolo sentire compagno e parte integrante di questo incredibile viaggio verso un altro pianeta, abitato da uomini parlanti una lingua incomprensibile, “marziana”, alla quale l’autore si accosta con grande senso dell’umorismo, d’altronde «“Raketa” dissi. “Non è una ragazza brutta, significa ‘missile’”».

In compenso, appena messo piede sul selciato della piazza, udii due giovani russi scambiarsi delle frasi. Impallidii. Mi sembrava di stare su Marte: quei due parlavano una lingua che non aveva pause, uno scioglilingua inestricabile fatto di suoni gutturali e sibilanti.

Immagini e sensazioni, avventure e disavventure assumono consistenza pagina dopo pagina, ricostituendo una realtà quasi surreale, a volte spaventosa, che tradisce le aspettative dello straniero per presentarne e soddisfarne di nuove. Così gli studenti, convinti di calcare di lì a poco i corridoi della maestosa Università statale Lomonosov di Mosca, vengono trasferiti – per citare Iosif Brodskij – nella «città che ha cambiato nome»: Leningrado, «una città che è rimasta, rimane e forse rimarrà per sempre con il volto e lo sguardo rivolto all’Est contadino e all’Ovest imborghesito».

Ero giunto in Russia per studiare a Mosca, nell’università posta nel punto più alto della capitale. Ma il destino ha portato me e i miei compagni di studi in questa città al limite del circolo polare artico. Credevamo di morire congelati, quando il Baltico si ghiacciava e mostrava le sue onde immobili come statue nell’atto di travolgere perfino il cavaliere di bronzo, simbolo della città.

L’autore non risparmia dettagli e indiscrezioni su un cronotopo, quello sovietico, ancora ampiamente da scoprire. Fredduzzi offre, infatti, uno sguardo inedito e ragionato, più o meno interno, sulla politica e sull’economia, sui costumi e sulle abitudini di un paese velatamente all’avanguardia – quando in Italia il divorzio era ancora inconcepibile –, di un’epoca di timide conquiste e piccoli, per quanto impensabili, passi verso la globalizzazione.

Un semplice taglio di forbice ed erano spuntate migliaia di minigonne come funghi nel bosco dopo una pioggia abbondante. […] Era la loro rivoluzione, importata dall’Occidente in una notte d’ascolto radiofonico, e ne andavano orgogliose. Si comportavano come le loro coetanee oltre la cortina di ferro e non si sentivano da meno. In poche ore avevano compiuto un balzo in avanti di anni luce.

I ragazzi di Leningrado è un libro sulla curiosità, sul coraggio e sul comunismo, una guida all’avventura, ma soprattutto un toccasana. Le memorie di Fredduzzi sono un balsamo per l’anima e, nella fase di stallo in cui oggi viviamo, un aeroplano per la mente non soltanto per chi ha avuto l’opportunità di calcare le orme dell’autore e provare sulla propria pelle la fantasmagorica esperienza della Russia, ma anche per chi a bagagli pronti è stato arrestato dalla pandemia, per chi vorrebbe e chi vorrà, per chi non osa e per chi invece partirà, rigorosamente con questo libro in valigia.

Non mi sento un esperto o uno specialista di quel mondo, per questo. Anche perché, ogni volta che torno in Russia, scopro di avere sempre qualcosa da imparare.