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pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

“Il tempo delle tartarughe” di Francesca Scotti

“Il tempo delle tartarughe” di Francesca Scotti

Il tempo delle tartarughe di Francesca Scotti, pubblicato da Hacca Edizioni, è una sorta di arcipelago composto da quindici racconti, ciascuno come fosse un’isola che il mare, però, non sempre separa, perché c’è come un incostante lembo di terra che unisce un’isola all’altra. E questo non perché ci sia una vicenda comune con personaggi ricorrenti: sono i temi a esserlo. I temi e lo stile semplice, piano della scrittura, composta per lo più da brevi proposizioni enunciative, da un’esigenza di concretezza, che è poi quella dei protagonisti dei racconti, i quali hanno a che fare con la vita, spesso ordinaria. Che siano bambini o adulti, genitori o figli, amici o amanti, ogni racconto prova a istituire innanzitutto una relazione, che però non sempre attiene strettamente al piano della realtà.

Capita, infatti, che in molti di questi racconti, in qualche frase avvenga uno smottamento di cui i personaggi e il lettore, all’inizio, non sono consapevoli. E soltanto dopo, grazie a un dettaglio che esplode, perché sovverte il senso, il mondo sconosciuto che esiste dietro i segni del mondo visibile, si manifesta, rivelando un’altra realtà.

È quanto per esempio accade alla protagonista del racconto La prossima fermata. Michiko è una bambina, ed è l’unica della sua classe a dover prendere il treno per tornare a casa. La vediamo affrettarsi all’uscita e camminare velocemente verso la stazione dove prenderà il solito treno, salendo sempre sull’ultimo vagone per sedersi al medesimo posto. Ma questa volta il treno non è in orario perché c’è stato un incidente – «le urla forti, sempre più forti di un’ambulanza hanno raggiunto la stazione» – e così, quando Michiko infine sale sul vagone, trova una donna seduta al suo posto. E questa donna ha un abito giallo stampato a conchiglie, e Michiko pensa che a lei le conchiglie piacciono, perché non deve essere male avere un guscio a proteggerti sempre. Pian piano la bambina e la donna iniziano a parlare e da alcuni segni ambigui si comprende come debba essere accaduto qualcosa, perché la donna e la bambina, che pure continuano a parlare e scendono dal treno, non sembrano essere del tutto reali. E il dettaglio delle conchiglie sul vestito della donna, nonché il pensiero che la bambina aveva avuto, trasla nella battuta di dialogo con cui si chiude il racconto: «Andiamo, ti porto a cercare un guscio sulla spiaggia».

Come sottrarsi al ritmo frenetico del mondo? Come cercare un rifugio sicuro dall’incedere inesorabile della marea del tempo che in ogni momento può sommergerci? La signora Nakano, nell’omonimo racconto, sembra saperlo. Il giorno successivo verranno le ruspe a demolire la sua piccola casa di lamiera, circondata da grattacieli, ma lei non ha intenzione di andarsene ed è tranquilla. Se si ha pazienza, dice, e si resta immobili come dei camaleonti, fino a mimetizzarsi, per esempio, con le ortensie dipinte sull’armadio della propria stanza, ci si può trasformare in quelle ortensie, mescolarsi ai cocci di porcellana, alle tegole, alla paglia del tatami. Andare in pezzi, certo, farsi scheggia, ma anche terra. E quindi, in qualche modo, spaesarsi.

Eccolo il sentimento intorno al quale Francesca Scotti costruisce Il tempo delle tartarughe: lo spaesamento. Ma uno spaesamento come irradiato, perché per rifrazione passa da un racconto all’altro: toglie riferimenti al lettore, così come ai personaggi, per i quali lo spaesamento non è da intendersi soltanto come una mancanza di riferimenti spaziali. È piuttosto la necessità di uscire dai confini del proprio corpo, per disperdersi in un luogo e abitarlo in tutte le forme di vita, animale e vegetale, che a loro volta lo abitano.

Abile ad ambientare le sue storie in un Giappone e in un’Italia che si rivelano affini – spaesati gli stessi luoghi, come se l’uno travasasse nell’altro o lo contenesse: le città, le spiagge, le isole – l’autrice sembra volerci suggerire che viviamo tutti come rinchiusi dentro una membrana, artificiale, che attutisce i nostri sensi. E non è un caso allora se la frase con la quale si apre Runa, il primo racconto della raccolta, esplicita proprio questo aspetto: «Le porte d’ingresso sono di vetro pesante, opaco di salsedine», quasi a suggerire, non soltanto lo spazio scenico dentro il quale sono costretti i personaggi, ma soprattutto la loro condizione esistenziale. È quanto accade anche nel racconto, La pace di chi ha sete e sta per bere, dove ogni notte l’automobile di Yoshi percorre le strade deserte di Tokyo, senza mai fermarsi, perché soltanto in questo modo, finché lui guida, la moglie, sul sedile accanto, riesce a dormire. Ma l’automobile, appunto, non è un guscio biologico. Non è come per le conchiglie di Michiko o come per la tartaruga ferita, protagonista del racconto che dà il titolo alla raccolta, e che una coppia di fidanzati tenterà di salvare. Così come non è un caso che uno dei sensi maggiormente sollecitati nei racconti sia quello del tatto. Toccare il guscio di un carapace o sfiorare con le dita la mano di colui, colei che sta toccando quel guscio. Stringere nel pugno una conchiglia o il polso di un amico, affondare le dita tra i capelli di una figlia per farle lo chignon, togliere con il dorso della mano i cristalli di ghiaccio dalle foglie di una piantina di fragole.

Piccoli gesti che rimandano al bisogno di stabilire una relazione, con sé se stessi e con gli altri, e attraverso i quali l’autrice traccia come una linea – un lembo di spiaggia – che unisce i diversi personaggi dei racconti esemplificando il loro conflitto e destino comune. L’essere conficcati nella vita, eppure aspirare a liberarsene per trovare altre possibilità di esistere. È dalla concretezza della scrittura che ciò emerge. Una scrittura corporea, fatta di frasi brevi, penetranti, che si soffermano sulle azioni compiute dai personaggi, apparentemente semplici e innocue, e che però contengono sempre una tensione, una minaccia, un sentimento legato al congedo, giacché «nella vita ci sono solo istanti decisivi». E questi istanti potrebbero già aver determinato delle conseguenze irreparabili, delle quali i protagonisti dei racconti non sono consapevoli. Almeno finché non subentra un evento epifanico. Un evento, cioè, in grado di rivelare – come dice il cantautore Andrea Laszlo De Simone nel suo brano Conchiglie – che in fondo tutti noi «siamo solo conchiglie sparse sulla sabbia e niente potrà tornare a quando il mare era calmo».

di Gianluca Minotti