Andrea Talarico
pubblicato 2 settimane fa in Letteratura

Kader Abdolah

Uno scià alla corte d’Europa

Kader Abdolah

Mai quanto oggi il mercato editoriale si è trovato ad offrire una quantità così vasta di autori titoli da spiazzare completamente i più volenterosi dei lettori che, entrati in una libreria (una seria, fornita di opere di un certo spessore, si intende) davanti allo scaffale delle novità editoriali si troverebbero smarriti di fronte a una vastità impressionante di libri tanto apparentemente interessanti quanto sconosciuti. Pur essendo sempre più difficile riconoscere tra questi libri quelli che possano candidarsi a diventare immortali, che possano costituire un giorno, nelle antologie, le pietre miliari della letteratura del ventunesimo secolo (ammesso che si possa un giorno parlare di una letteratura del ventunesimo secolo e ammesso che la sua conformazione sarà tale da potervi riconoscere delle vere e proprie pietre miliari), il problema è che la maggior parte di questi titoli risulta essere più che valida.
È quindi sempre più difficile per chi ha il compito di recensire libri suggerendo, di fatto, cosa meriti di essere letto e cosa può (anche a malincuore) essere trascurato orientarsi e decidere davanti a questa vastità di opere a quali di queste riservare questo onore (e onere).

Non è il caso di chi scrive, che chiaramente è sollevato dalla maggior parte di queste responsabilità svolgendo questo compito in maniera saltuaria e amatoriale; ciononostante, mi sento comunque di spendere più di una parola per un libro come l’ultimo romanzo di Kader Abdolah reso disponibile in traduzione italiano da Iperborea, Uno scià alla corte d’Europa (la prima edizione originale è del 2016, la prima traduzione italiana di maggio 2018).
Lo scrittore adotta la più antica e fortunata forma del romanzo moderno, il romanzo storico, per dare vita a quello che è forse il più attuale della sua produzione.
La trama si può sintetizzare più o meno così: Seyed Jamal è docente di orientalistica nell’Università di Amsterdam. Durante una ricerca nella biblioteca dell’Università di Colonia, ritrova per caso il diario di un re persiano che ha intrapreso un magnifico viaggio in Europa alla fine dell’Ottocento.
Maneggiando abilmente entrambe le tradizioni letterarie, Abdolah fonde elementi tipici del romanzo europeo (oltre alla forma del romanzo storico, l’invenzione di una fonte fittizia della propria storia è un elemento più antico del romanzo in prosa stesso, che nella letteratura volgare risale almeno alla tradizione cavalleresca) ad una forma del racconto tradizionale della letteratura orientale, quella dell’hekayat, realizzando una sintesi piuttosto significativa per la comprensione dell’opera tra la letteratura occidentale e quella orientale (è chiaro che “occidentale” ed “orientale” sono definizioni di comodo e inesatte, ma le preferisco comunque, in questa circostanza, a quelle di “europea” ed “araba”).

La già sottolineata capacità tecnica di Abdolah gli permette di intrecciare in maniera armoniosa diversi piani narrativi: il racconto delle tappe del viaggio dello scià scritta da Seyed Jamal in forma di Hekayat, le riflessioni di Seyed Jamal sulla sua narrazione delle gesta dello scià e, non ultimo, il racconto in forma autobiografica di una serie di eventi della vita di Seyed Jamal connessi con la stesura del libro – che poi di fatto è quello che tiene in mano il lettore – che lo portano, parallelamente al viaggio dello Scià, attraverso l’Europa di oggi, dove Jamal rimane coinvolto in eventi chiave della contemporaneità: gli attentati di Bruxelles, la figura controversa di Salah Abdeslam, i disordini relativi all’accoglienza dei migranti in Germania e in Olanda, la questione della Crimea, il fallito colpo di stato tentato in Turchia contro il governo Erdogan, e non solo.
È fondamentale tenere conto del fatto che il narratore dell’autobiografia di Jamal è Abdolah, mentre è di Jamal è la voce delle proprie riflessioni sul viaggio dello scià, così come la penna (in realtà, la tastiera del MacBook) che narra le avventure dello scià in forma di hekayat, la differenziazione delle voci è fondamentale per cogliere le sfumature della riflessione dell’autore sulla questione dell’integrazione, oggi come nell’Europa di fine Ottocento, oltre che per apprezzare al meglio le capacità dello scrittore.

Ovviamente si tratta di un romanzo moderno, che tiene conto dell’evoluzione della figura del narratore, anzi dei narratori, che si dichiarano entrambi inattendibili. Abdolah stesso, nella Nota dell’autore si premura di sottolineare che «Gli eventi citati nel libro sono basati su verità storiche, ma i racconti seguono le leggi della letteratura: “Tutte menzogne!” dice Max Havelaar», oltre a ricordare che oltre allo scià protagonista del libro almeno altri due re persiani hanno viaggiato in Europa. Notevole la velata allusione al fatto che «Dopo il viaggio di questi re, molti hanno percorso lo stesso tragitto e tenuto un diario».
Interessante da un punto di vista più strettamente narrativo quanto afferma il narratore Jamal:

Da quando ho cominciato a scrivere questa storia non riesco più a distinguere il vero dal falso. Spesso invento cose, ma con mio grande stupore si rivelano più credibili della realtà. […] Continuavo a pensare al suo viaggio, ma mancava qualcosa di fondamentale ai suoi racconti. Gli erano sfuggiti molti aspetti importanti. Come lettore vedevo tra le righe delle sue annotazioni tutto quello che lui non aveva visto (il corsivo è mio).

Per riallacciarmi alla forse troppo lunga e noiosa introduzione, pochi libri si possono consigliare sugli altri a cuor leggero, meno ancora possono candidarsi a ricoprire l’impegnativo e oggi discutibile ruolo di pietra miliare della letteratura contemporanea, ma dal basso della mia scarsa esperienza mi permetto di consigliare vivamente la lettura di un libro che se probabilmente non sarà necessario tra cento anni, lo è oggi per stimolare i lettori a ragionare su temi fondamentali di cui probabilmente ancora non riusciamo a comprendere pienamente l’importanza per l’immediato futuro, un libro che invece di invitare ad assumere un punto di vista diverso dal proprio nella riflessione sui temi dell’immigrazione, dell’accoglienza e dell’integrazione, porta il lettore ad assumerlo spontaneamente nel corso della lettura, attraverso l’identificazione con la figura dello scià.
Non era facile giungere ad un risultato così efficace, ma l’autore è riuscito a mio avviso a costruire un’opera che, allo stesso tempo, costituisce una sintesi credibile ed efficace tra due tradizioni narrative, mette in evidenza alcune sostanziali divergenze culturali tra i due sistemi, consente al lettore di assumere un punto di vista diverso dal proprio sulla storia sociale e politica dell’Europa moderna e contemporanea e fornisce inoltre innumerevoli piccoli spunti di riflessione tanto su tematiche odierne quanto su problematiche estemporanee. D’altronde durante il suo viaggio lo scià incontra personalità del calibro di Lev Tolstoj, Otto von Bismarck o la regina Vittoria. È complicato scegliere dei passi da proporre al lettore, ma a mio avviso possono essere significativi i seguenti estratti: due sono tratti dalle avventure dello scià, gli altri due dalle riflessioni di Jamal.

Il primo brano è tratto dall’incontro dello scià con la regina Vittoria, che le mostra orgogliosa il suo gabinetto. Non quello di stato, il sanitario:

Vittoria ruotò un pulsante e si accese la luce: “Go ahead your majesty!”. Sbigottito e incredulo, lo scià entrò nel bagno della regina della Gran Bretagna. Era un locale piccolo e gradevole, dove la luce si rifletteva in un grande specchio. C’era un lavabo in marmo colorato con due rubinetti dorati e un piattino di porcellana con un pezzo di sapone. Da un bicchiere spuntavano i manici d’oro di due spazzolini capovolti. A destra c’era una vasca bordata d’oro con le maniglie d’argento. Le pareti erano rivestite fino in cima di piastrelle azzurre e blu e il pavimento era di marmo scuro. A sinistra c’era una specie di sedia con un coperchio. Lo scià lo sollevò e guardò all’interno. Vide un buco e una pozzetta d’acqua, mentre sopra, sul muro, era fissato una sorta di piccolo serbatoio con una catena dorata. […]. Anche lo scià aveva un proprio bagno a Teheran, ma era un locale buio, con un buco nel pavimento sopra il quale bisognava accovacciarsi. No, questo non era un gabinetto, ma un sogno reale inglese. Si lavò le mani e uscì.

Il secondo riporta le riflessioni dello scià dopo una visita all’industria tessile che era stata del padre di Friedrich Engels:

“In questo periodo in Europa si parla molto di proletari e di comunismo. Ci sono due strani tipi inglesi che continuano a gridare: ‘Proletari di tutto il mondo, unitevi!’ ” scrisse lo scià nel suo diario. “Ma unirsi per cosa? Per portare via alla gente le loro terre? Per abolire il diritto di successione? Che fine fanno il mio denaro e il mio oro se viene abolito il diritto di successione? Friedrich Engels e compagni parlano a vanvera. Abbiamo visto i proletari con i nostri occhi. Devono lavorare duramente, non hanno nemmeno il tempo di andare in bagno, figuriamoci di unirsi. Il tempo è oro, ma questi due signori barbuti non l’hanno ancora capito.”

Il terzo è tratto dal racconto di Jamal, nell’intermezzo tra i due episodi della regina Vittoria e della fabbrica di Engels:

Ho ordinato un libro. Di chi? Lo dico chiaro e tondo: di Hitler. Un mese fa è stata autorizzata la ristampa di Mein Kampf, che da ieri è in vendita nelle librerie tedesche. Ma Hitler continua a fare paura. Questa edizione, pubblicata in propio da un istituto di Monaco, è corredata da 3500 note critiche, per cui è arrivata a contare quasi 2000 pagine. Per limitare i danni, i tedeschi l’hanno sepolta sotto un’enorme massa di cemento, come una pericolosa centrale nucleare con fughe radioattive.

Il quarto, infine, prende le mosse da un viaggio di Jamal in auto verso Colonia in compagnia della sua studentessa Iris:

Iris aveva anche una copia della Bild-Zeitung, che riportava testi razzisti e pieni di odio postati negli ultimi tempi da cittadini tedeschi su Twitter o Facebook:
“I musulmani sono peggio degli scarafaggi.” “Non meritate nessun asilo. Via di qui, tornatevene a casa vostra.” “Che i siriani proseguano per Auschwitz, lì c’è tutto il posto che vogliono.” “Lasciateci in pace, popolo di merda”. Iris aveva cercato testi analoghi sulle pagine di Twitter e Facebook in Olanda e ne aveva trascritti alcuni: “Andatevene affanculo, avventurieri.” “Faranno a pezzi la civiltà europea.” “Fuori dai coglioni, stronzi.” “I profughi portano strane malattie. Non lasciate che i loro figli vadano a scuola con i nostri. Metteteli in quarantena.” “Chiudete i confini, proteggete il vostro popolo!”

 

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