Arianna Fontanot
pubblicato 1 mese fa in Letteratura

La filologia nascosta

i folkloristi e l’immortalità dei folktales greci

La filologia nascosta

Folktale, in ambito specialistico, definisce quella che è meglio nota a tutti come fiaba. Quest’ultima si configura come uno dei generi della narrativa popolare, ovvero quella serie di narrazioni che vengono associate ad ambienti non letterati o di semi-colti, e che ebbero diffusione per lo più orale. Se infatti è vero che autori vissuti in epoca antica, come Esopo, sono noti per le attestazioni scritte del genere, è altrettanto vero che in Grecia la fiaba svolse, sin da un tempo immemore, un ruolo simile a quello dei poemi omerici. Certo, il fine non era propriamente lo stesso, l’edoné per intenderci, ma le modalità di trasmissione si configuravano in modo molto simile: di padre in figlio, di cantastorie in cantastorie. Stabilire quando il processo di trasmissione ebbe inizio è complicato. Tuttavia, a partire dal XIX secolo, i letterati, antropologi e folkloristi avvertirono la necessità di raccogliere le testimonianze e organizzarle in maniera organica, insomma di catalogarle.

Col tempo, si giunse alla creazione di due importanti cataloghi, ora quasi totalmente digitalizzati e consultabili gratuitamente, intitolati a partire dagli studiosi che ne curarono l’edizione: il primo noto come Megas, Catalogue of Greek Magic Folktales; il secondo come Uther, The Types of International Folktales. A Classification and Bibliography.

La necessità di creare tali cataloghi sorse nel momento in cui gli studiosi si resero conto, con l’applicazione del metodo storico-geografico in particolare, che esistevano molte varianti di una stessa fiaba e ritennero necessario organizzarne i vari tipi. Lo studio delle varianti, benché condotto dagli studiosi più disparati, fu ed è operazione tipicamente filologica: Karle e Iulius Kroon, appartenenti alla Scuola Finlandese, ad esempio, notavano che le molte fiabe simili sparse in tutto il mondo potevano a buon diritto figurare come tanti manoscritti; erano, cioè, innumerevoli varianti di una stessa cosa. Dopo averle riconosciute, essi sostenevano che si dovesse creare uno stemma, come lo stemma codicum, deputato a raggiungere l’archetipo. Dunque: individuare gli elementi comuni, le famiglie, per ricostruire la forma originaria e il luogo originario del racconto.

Il metodo dei fratelli Kroon gettò le basi per quello a cui ricorrono gli studiosi contemporanei, che ne costituisce, in un certo senso, la versione aggiornata; infatti, ci si è resi conto che non è possibile ricostruire attraverso la narrazione popolare niente più delle fasi storiche della trasmissione. In effetti, un testo fiabistico tende a mantenersi, ma è facile che chi racconta inserisca modificazioni proprie, dovute al luogo in cui vive e alle variabili socio-culturali a cui è esposto.

Dunque, la Scuola Finlandese è ancora presente, ma debitrice di un influsso, quello della Scuola Svedese, il cui maggiore esponente fu Karl Von Sydow (se ve lo state chiedendo, il padre dell’attore Carl Adolf Von Sydow). Nonostante l’esiguità delle sue pubblicazioni, egli ebbe il pregio di spostare l’attenzione sul concetto di eco-tipo, ossia sul fatto che la variante corrente, e non quella più antica, porterebbe all’archetipo. Confrontando le “famiglie” di varianti, il tipo si storicizzerebbe e la fiaba rivelerebbe indicazioni precise sulla storia, la cultura e, spesso, la posizione sociale dell’informatore. È come se alcuni elementi tipici di una certa area culturale e, perché no, geografica, si disseminassero all’interno della narrazione, come indizi di una caccia al tesoro, e costituissero dei segnali veri e propri. Naturalmente, le varianti furono e sono spesso oggetto di contaminazione e gli studiosi che raccoglievano le testimonianze, talvolta, inserivano elementi artificiosi, piegando il racconto alle proprie esigenze.
Tuttavia, è solo grazie a questo particolare metodo che oggi è possibile riportare in vita le storie cantate e ricostruire, in buona misura, la ricchezza culturale di molte comunità greche e grecofone altrimenti ignote.

Una filologia nascosta, dunque, che affronta le rapide della trasmissione orale per arginare la perdita incolmabile a cui la mancanza di una fonte manoscritta può condurre. Una filologia, forse nel senso più etimologico del termine, perché tiene conto di ogni parola e di come essa fu pronunciata, con l’utopico obiettivo, chissà, di riportare in vita la voce della gente comune e della tradizione popolare.

 

 

 

 

In copertina l’illustrazione di Warwick Goble.