Sara Gargano
pubblicato 4 mesi fa in Letteratura \ Letteratura russa

La luce in fondo al tunnel in un giorno che sai di Ivan Il’ič

"La morte di Ivan Il’ič" di Lev Tolstoj

La luce in fondo al tunnel in un giorno che sai di Ivan Il’ič

Aveva cercato la sua solita paura della morte, quella di prima e non l’aveva trovata. Dov’era? Che morte? Non c’era nessuna paura perché non c’era nessuna morte

La più grande paura di ognuno e, nel contempo, l’unica verità e certezza posseduta da ciascuno ­– con tutti gli scongiuri del caso – è la morte. Quest’ultima è la vera protagonista del racconto di Lev Tolstoj dal titolo La morte di Ivan Il’ič (Smert’ Ivana Il’iča, pubblicato nel 1886 e tradotto da Paolo Nori nel 2014 per l’Universale Economica Feltrinelli). In una lenta e angosciosa presa di coscienza della sola reale scala di valori umani, l’autore suggerisce una diversa angolazione dalla quale guardare al terribile evento che segna la conclusione dell’esistenza.

Lei era arrivata, gli si era fermata proprio di fronte, e lo guardava, e lui si era fatto di pietra, il fuoco gli si era spento negli occhi e aveva ricominciato a chiedersi: ‘Possibile che sia solo lei la verità?’

Quasi a rincuorare il lettore, Tolstoj indica la luce alla fine del tunnel, ossia oltre quel buco nero di supplizio e dolore che – dopo un banale incidente domestico – con grande sforzo il protagonista è costretto a sopportare, davanti agli occhi ipocriti di chi lo circonda. Attraverso la morte Ivan Il’ič, personaggio intelligente, borghese ambizioso, orgoglio della famiglia, uomo comme il faut, devoto all’unica sacra legge del decoro, sarebbe in grado di ricongiungersi alla vita più di quanto non abbia fatto nel corso della vita stessa.

Tutte quelle che, un tempo, gli erano sembrate delle gioie, adesso ai suoi occhi si liquefacevano e si trasformavano in qualcosa di insignificante e spesso di repellente

I princìpi per i quali Ivan Il’ič aveva creduto fosse importante vivere, la facciata che sin da ragazzo aveva caparbiamente innalzato, l’interesse per il lavoro di giudice istruttore che lo aveva inghiottito, il successo per cui veniva spesso invidiato da colleghi e conoscenti, d’improvviso, si dimostrano uno ad uno nient’altro che ingannevoli e futili vanità. Disilluse illusioni, queste, di cui lo scrittore si serve per marcare il paradossale contrasto con le superflue e continue preoccupazioni di chi è ancora in salute.

I conoscenti più stretti, i cosiddetti amici di Ivan Il’ič, pensavano, senza volerlo, anche al fatto che adesso avrebbero dovuto adempiere ai noiosissimi obblighi del decoro e andare alla messa funebre e fare visita alla vedova per via delle condoglianze.

Con accenni di sottile e grottesca ironia, Tolstoj delinea magistralmente la falsità e l’ipocrisia umana, scegliendo di aprire il racconto in medias res e di catapultare il lettore proprio nel momento clou in cui la notizia della morte di Ivan Il’ič viene appresa dai colleghi del palazzo di giustizia. Tutto ruota attorno al potere, al tornaconto personale. I frettolosi e sterili commenti relativi alla scomparsa del protagonista vengono relegati a trascurabili osservazioni, rapide sentenze prive di sostanza che, solo di tanto in tanto, irrompono nel disinteresse generale.

Il fatto stesso della morte aveva determinato in tutti quelli che ne erano venuti a conoscenza, come sempre, un sentimento di gioia per il fatto che il morto era lui, e non io.

Dinnanzi alla sofferenza e al decesso di un uomo, lo scrittore fa emergere il terrificante egoismo di coloro i quali riescono a vivere il pensiero della morte con apprensione, soltanto quando quest’ultimo viene posto in relazione a loro stessi. La disarmante schiettezza di Tolstoj evidenzia il cinismo borghese e il convenzionalismo della vita mondana, traboccanti persino in momenti solenni, come veglie funebri, in una società fondata sulla costante ricerca di effimero piacere.

Il terribile, orrendo atto della sua agonia era ridotto, da tutti quelli che lo circondavano, al livello di un fatto casuale e sgradevole, in parte indecoroso (come se trattassero con un uomo che, entrando in un salotto, diffonde intorno a sé cattivo odore), quello stesso ‘decoro’ che lui aveva seguito tutta la vita; lui vedeva che nessuno aveva pietà di lui, perché nessuno voleva nemmeno capire la sua situazione

Eppure, ad interrompere il flusso di indifferenza e distacco è la pregnante umanità intrisa nell’agonizzante condizione del protagonista; condizione alla quale non riesce a trovare valide giustificazioni. Lontano da Dio e privo di consolazioni, fatta eccezione per le tenere cure del servo Gerasim, Ivan Il’ič viene lasciato solo anche dalla famiglia, mentre – come un bimbo che vorrebbe attenzioni – cerca commiserazione e pietà. Proprio il fedele servitore, preziosa incarnazione dell’umiltà, offre al malato quel poco di delicatezza e gentilezza necessarie ad alleviarne il dolore.

Il tormento principale di Ivan Il’ič era una menzogna, una menzogna non si sa perché accettata da tutti, che lui era malato ma non stava morendo, e che doveva solo stare tranquillo e curarsi e le cose sarebbero andate benissimo.

Dopo aver invano sperato in una ripresa, il protagonista vede la morte farsi sempre più presenza, materializzarsi davanti ai suoi occhi. Non gli resta che desistere, accettare la resa: sebbene come ciascuno di noi abbia creduto di essere molto più del “generale”, la realtà dell’esistenza umana si rivela unica ed invariabile nel proprio epilogo.

Certo che Caio è mortale, lui è giusto che muoia, ma io, piccolo Vanja, io, Ivan Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, io sono un’altra cosa. Non è possibile che mi tocchi morire. Sarebbe troppo orribile. Questo sentiva.

La storia narrata da Tolstoj – «la più semplice e comune e la più orribile» – ha come unico obiettivo quello di vincere il tabù della morte. Sottraendo tale fenomeno all’automatismo della percezione e sperimentando quell’artificio letterario che, più tardi, Viktor Šklovskij e gli altri formalisti russi denomineranno ‘straniamento’, l’autore svela il recondito meccanismo offuscato dall’assurdità della vita nella sua menzogna. In tal modo, secondo il critico Michail Bachtin, Tolstoj «mette in forte risalto che la cosa più normale è proprio quella più terribile e insensata». Non potrà che derivarne una visione rivoluzionaria. Osservando sotto una nuova luce quello che, come afferma Paolo Nori, potremmo erroneamente definire «un giorno che sai» di ciascun uomo, il lettore non assiste alla morte di Ivan Il’ič, bensì alla sua liberazione.

Tutto quello di cui hai vissuto, è una menzogna, un inganno che ti ha nascosto la vita e la morte.

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