Culturificio
pubblicato 3 mesi fa in Tra immagini e parole

La strada (Cormac McCarthy – John Hillcoat)

La strada (Cormac McCarthy – John Hillcoat)

Un uomo e un bambino intraprendono un viaggio attraverso un mondo trasformato e ridotto in un cumulo di cenere in direzione dell’oceano, dove secondo le previsioni i raggi di un sole ormai cupo e dimenticato cercheranno di lasciare un po’ di tepore e qualche barlume di vita.

Trasportano con sé tutto ciò che in quel momento storico, qualunque esso sia, possiede ancora valore: un carrello del supermercato, dei vestiti rattoppati, alcune scatolette di cibo, un telo di plastica per avere riparo dalla pioggia gelida e soprattutto una pistola, l’unico strumento che può difendere la propria vita dalle bande di predoni che battono le strade e difendere la loro dignità, con una possibile morte senza sofferenza. Nel romanzo La strada, vincitore del Premio Pulitzer nel 2007, la post-apocalisse assume il volto crudo, e reale, di un padre e un figlio in viaggio attraverso un lungo groviglio di strade senza origine, all’interno di una natura mutata in una sfera composta da sabbia, cenere e fango fra le vesti paurosamente riconoscibili di un mondo ormai ridotto all’osso e inanimato.

La terra era sterile, erosa, sventrata. Acquitrini disseminati di ossa di creature morte. Mucchi di rifiuti indistinti. Fattorie scalcinate in mezzo ai campi con le assi delle pareti ricurve e schiodate. Tutto senza ombra né contorni precisi. La strada scendeva in una giungla di rampicanti avvizziti. Una palude ricoperta da uno strato di canne morte. All’orizzonte una foschia cupa che permeava terra e cielo. Nel tardo pomeriggio cominciò a piovere e proseguirono tenendosi il telo sopra la testa, con la neve bagnata che sibilava contro la plastica.

Senza capitoli, senza nomi e senza molte spiegazioni sulle cause di questo mondo post-apocalittico, il romanzo dello scrittore statunitense è, pagina dopo pagina, un continuo dialogo tra un padre e il proprio figlio durante una ottimistica sopravvivenza, fatto di racconti del passato, domande e (non) risposte che cercano di restituire al lettore delle costanti riflessioni e stimoli: che senso ha vivere così? Perché continuare a lottare? Cosa spinge i protagonisti in questo viaggio? I dialoghi infatti sono schietti, diretti e scarni come a rappresentare, metaforicamente, la corporatura dei viaggiatori; dialoghi che cercano di andare dritto al nocciolo della questione, per dare immediatamente le informazioni al lettore, così da portarlo ad elaborare la propria visione delle vicende e vestendo subito i panni dei protagonisti. La narrazione scorre come un flusso d’acqua – paradossalmente quella che spesso manca all’uomo e al proprio figlio – senza interruzioni. Le vicende si trasformano in lunghe o brevi routine, intervallate dai pochi incontri con gli altri personaggi, lasciando molto spazio, parole, alla rappresentazione delle situazioni in cui si imbattono. Una continua ricerca, di cibo, di calore, di armi o di vestiti con pochi spiragli di speranza e di conforto.

Ma è proprio questa la forza di questo romanzo, riuscire ad insinuare nel lettore delle motivazioni, delle speranze, per cui l’uomo e il bambino debbano continuare il loro viaggio, attraverso l’uso dei dialoghi e delle sensazioni tra i due. D’altronde, l’ottimismo non è fornito dalle conseguenze degli avvenimenti tra le pagine, che lasciano sempre pochi barlumi, ma è dato dal rapporto di fiducia e ammirazione tra il padre e il figlio e le piccole, semplici, soddisfazioni che trovano lungo il loro cammino.

Trasformando la ricerca dei beni materiali, fondamentali per la sopravvivenza, nella ricerca di un significato ancora più profondo, innato e viscerale, come il senso della vita stessa. Il film del 2009 di John Hillcoat segue fedelmente il romanzo senza differenze sostanziali, riportando perfino gli stessi dialoghi. La prima sequenza trasporta lo spettatore in un passato ormai lontano, in cui la natura viveva in sintonia con l’uomo. Il presente, però, è ben diverso dall’idilliaco scenario presentato nei primissimi minuti: il mondo per una inspiegata ragione è sprofondato in un abisso di povertà e cannibalismo. Il paesaggio naturale, contornato da colori e versi di animali, ha chiuso le porte, lasciando spazio ad un ambiente buio, desolato in cui gli uomini lottano per la sopravvivenza e si nutrono dei propri simili. La vera protagonista dell’intera vicenda narrata sullo schermo è la fotografia (affidata a Javier Aguirresarobe) che mette in scena la desolazione di questo universo post-apocalittico, grazie all’utilizzo costante di una scala di grigi, rendendo l’estetica del film assimilabile a quella di un videogioco. Il mondo ha perso i colori e l’unico faro nell’oscurità è dato dai ricordi di un tempo che ormai può solo palesarsi nei sogni del protagonista. Non esistono animali, gli alberi non hanno foglie, gli orologi si sono fermati, proprio come il tempo stesso, che non ha più connotazioni. Il padre (Viggo Mortensen) e il figlio (Kodi Smit-McPhee), quasi unici personaggi della storia, si aggrappano al passato, muovendosi verso un incerto futuro. Il corpo manchevole è una costante fondamentale dell’intera narrazione filmica: i corpi smagriti dell’uomo e del bambino, i corpi martoriati di chi ha subito atti di cannibalismo, il corpo come nutrimento in assenza di cibo.

Non potendo interagire con altre persone in carne ed ossa però, anche gli oggetti, inquadrati sempre attraverso brevi dettagli, divengono protagonisti della vicenda e così un peluche è il miglior amico del figlio, una fede nuziale è l’unico ricordo del padre di una moglie ormai scomparsa, un carrello carico di ciarpame rappresenta invece la casa dei due viaggiatori. Non mancano i riferimenti alla religione e, soprattutto, al dualismo tra bene e male. Il bambino continua a sottolineare la sua appartenenza al gruppo dei “buoni”, preoccupato dalla costante minaccia di coloro che definisce “cattivi”. In un mondo che si basa sulla filosofia della mors tua vita mea non è semplice però tracciare una linea di demarcazione tra giusto e sbagliato, morale e amorale.

In una spirale di tetri grigi che si sovrappongono è proprio il piccolo protagonista a rappresentare la speranza, a credere nel prossimo porgendogli la mano nel momento del bisogno. Il padre è conscio di viaggiare verso l’ignoto, ma continua sulla sua strada proprio spinto agli utopici desideri del figlio, che si augura un giorno di incontrare i suoi coetanei in un posto in cui il mare sia di nuovo blu. Un racconto filmico che raccoglie, nella sua interezza, le parole di Cormarc McCarthy e si anima grazie ai colori, immergendo lo spettatore in un universo immaginario e donando agli eventi un realismo inaspettato.

di Maria Cagnazzo e Alessandro Foggetti