Federica Ceccarelli
pubblicato 2 settimane fa in Letteratura

La tragedia dell’autorità: “Famiglia” di Ba Jin

La tragedia dell’autorità: “Famiglia” di Ba Jin

Juehui osservò la figura del nonno, il suo volto allungato, e un pensiero improvviso si fece largo nella sua mente: la persona che sedeva sulla poltrona davanti a lui non era suo nonno, ma una generazione inera che in quella figura trovava un’incarnazione. Sapeva bene che fra quella generazione e la sua non vi era alcuna possibilità di comprensione, eppure non riusciva bene a spiegarsi che cosa si celasse dentro di lui che impedisse loro di parlarsi semplicemente come nonno e nipote, e che li rendesse invece nemici. Questo pensiero lo metteva a disagio, come se il suo cuore fosse schiacciato da qualcosa di troppo pesante. Juehui fu scosso da un tremito, un moto di rivolta contro tutto ciò che lo circondava.

Nel Novecento cinese c’è stato uno scrittore così anomalo e fuori dagli schemi da essere stato prima vólto delle lotte per i cambiamenti sociali, vittima di sostanziale oscurantismo e repressione, e poi ancora idolo osannato e orgoglio della letteratura nazionale. Il suo nome di penna era Ba Jin, e in questo articolo spendiamo qualche parola su di lui e sul suo romanzo più famoso, Famiglia (ed. originale del 1933, ripubblicato in Italia da Atmosphere nel 2018, con la nuova traduzione di Lorenzo Andolfatto).

Li Yaotang nacque nel 1905 a Chengdu, splendida capitale del Sichuan, e si trasferì per studiare Lingue straniere a Nanchino e poi a Shanghai, dove iniziò a frequentare circoli libertari. Durante un periodo di formazione in Francia, adottò lo pseudonimo Ba Jin 巴金, che inscrisse l’anarchismo nel destino – letterario e non solo – di questo autore; le due sillabe corrispondono infatti ai primi caratteri delle trascrizioni in cinese rispettivamente di Bakunin e Kropotkin. Nel periodo francese, Ba Jin iniziò a scrivere opere di stampo libertario e intrattenne un breve carteggio con Bartolomeo Vanzetti, battendosi strenuamente per la liberazione sua e di Amedeo Sacco.

Convinto esperantista e traduttore poliglotta, Ba Jin si affermò in Cina come uno scrittore colto e radicale, autore di numerosi pamphlet, saggi e collaborazioni giornalistiche. Per la prima parte della sua lunga vita (morì nel 2005), riuscì a godere di una sostanziale fama letteraria. Questa, è bene ricordarlo, in Cina ha sempre intrattenuto un rapporto importante con il criterio di ufficialità; Ba Jin era riconosciuto come uno scrittore di punta per la nazione, e lo rimase per il primo periodo dalla fondazione della Repubblica Popolare (1949), nonostante le posizioni libertarie lo differenziassero dalla Lega degli Scrittori di Sinistra – vera incarnazione dell’arte del PCC.

Tutto cambiò con l’avvento della Rivoluzione Culturale, dal 1966. Le giovani Guardie Rosse lo accusarono di essere un controrivoluzionario, lo condannarono a umiliazioni pubbliche e lo costrinsero a ritirarsi in campagna per rieducarsi (come avvenne a moltissimi intellettuali cinesi in quegli anni), oltre che a pubblicare scritti di autocritica. Sua moglie morì in quanto le furono negate le cure mediche di cui aveva bisogno. Sorprende e addolora pensare che questo fu l’effetto paradossale di una ribellione all’autorità dell’establishment culturale, sulla scorta di un sentimento di insofferenza e di spinta radicale per il cambiamento, che lo stesso Ba Jin aveva contribuito a creare. Lo scrittore fu riabilitato soltanto in seguito al 1976, anno della morte di Mao e dell’arresto della Banda dei Quattro.

Scrisse molto; numerosi pamphlet e saggi, ma anche racconti e romanzi. La sua opera narrativa più famosa è senza dubbio Jia (Famiglia), primo libro della Trilogia del torrente, vero e proprio testo di culto. Il centro della narrazione sono i tre fratelli Gao: Juexin, Juemin e Juehui. In seguito alla fuga di Juemin per evitare un matrimonio organizzato, la famiglia viene schiacciata dall’autorità dispotica del vecchio padre Gao. Il suo comportamento genera una serie di dinamiche drammatiche che coinvolgono numerosi personaggi e che portano alla luce la decadenza del modello patriarcale e autoritario da lui incarnato. È proprio il tema dell’autorità, eterna nemesi di Ba Jin, a fare da perno di questo romanzo e ad alimentarne lo svolgimento, secondo meccanismi di attrazione e repulsione, sottomissione e ribellione.

Per quanto ci si appassioni alle vicende personali dei tre fratelli, la narrazione è dominata da qualcos’altro. Il personale dei Gao scivola in secondo piano, per fare da cassa di risonanza a una voce più potente e pervasiva, per diventare sfondo di un protagonista più vigoroso e imponente. L’opera non è un dramma familiare, ma un affresco complesso e polifonico dei cambiamenti sociali e culturali del primo Novecento cinese, quando i giovani (soprattutto intellettuali e membri della élite cittadina) si ribellarono alle tradizioni confuciane e alle rigide convenzioni che avevano dominato il paese per millenni ricercando nuovi modelli di vita.

In Famiglia c’è tutto: il matrimonio combinato, il concubinaggio, la xiao (pietà filiale; un senso di dovere e devozione nei confronti dei genitori, dei fratelli maggiori e in generale degli anziani, fortemente connotato dal punto di vista sociale), la fasciatura dei piedi, la questione femminile, la superstizione, il divario tra contesti urbani e rurali, la politica, la lingua… – perché la Cina di quegli anni fu un grande laboratorio che vide un fermento di idee e una voglia incontenibile di cambiare le cose, di svecchiare la società e abbracciare nuove opportunità. C’erano il desiderio di portarsi al pari degli altri paesi e di uscire dall’ottica sinocentrica, la sete di conoscenza e di novità: nuovi libri, nuovi autori, nuove tendenze letterarie e culturali, nuove lingue e nuovi modi di vedere le cose.

In Famiglia c’è il dramma che attraversa ogni cambiamento radicale. Il prezzo da pagare quando si destabilizza lo status quo è molto alto, e nel romanzo emerge soprattutto attraverso le vicende dei fratelli Gao e delle donne che fungono da loro controparte: Qin, Mei, Mingfeng e Ruijue. È soprattutto nelle loro figure che si concretizza il contrasto tra una società patriarcale, gerarchizzata e misogina e nuove idee progressiste, da cui non possono che scaturire una serie di tragedie. Ciascuna di loro è schiacciata dal sistema tentacolare che ne impedisce la liberazione.

La grandezza del romanzo di Ba Jin risiede proprio nell’aver impresso su carta l’incertezza – e le potenzialità – di quegli anni, incarnata nel finale aperto che riguarda il destino di Juehui, unico personaggio ad avere una speranza di salvezza grazie al suo spirito ribelle. Altro punto di forza del testo, a mio avviso, è la polifonia; il contrappunto tra i diversi personaggi ricorda, per certi versi, il più grande romanzo cinese di tutti i tempi, Il sogno della camera rossa di Cao Xueqin. Anche se è evidente che l’autore predilige il colto e rivoltoso Juehui, non trascura il dramma del fratello più remissivo e devoto – Juexin – e perfino quello del vecchio Gao, che in tarda età realizza di non essere stato un padre ma un despota, e di essere tremendamente solo e circondato da odio e veleno. In qualche modo possiamo concludere che il sistema di potere opprime tutti, anche se in misura diversa, e non risparmia a nessuno una parte di tragedia, ma si accanisce con più violenza su chi è già in una condizione di subalternità. A novant’anni dalla pubblicazione di Famiglia, sembra un buon momento per rispolverare lo spirito di Ba Jin; anarchico, internazionalista e allergico a ogni forma di dispotismo e di oppressione.

Non è rimasta nemmeno una traccia di lei. Soltanto gli alberi e i fiori sono stati testimoni del suo gesto. Non riesco nemmeno a immaginare il momento in cui si è gettata in acqua. Ma voglio farlo, devo! Dato che sono stato io a ucciderla. No, non soltanto io, ma la nostra famiglia… è la nostra società che uccide!