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pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

Le cinquecento frustate di Jauffret

Le cinquecento frustate di Jauffret

Quello di Régis Jauffret non è un libro che si dimenticherà facilmente. Cinquecento storie che mettono in luce i lati più oscuri, perversi e osceni della nostra esistenza. Un libro per tutti e per nessuno che echeggia, in numerosi passaggi, suggestioni e atmosfere di stampo nietzschiano. Cinquecento frustate che si abbattono sul lettore-complice attraverso pagine intrise di frustrazione, dolore e impotenza. Chi non potrà non riconoscersi in questa dolente e malevola umanità, dove il paradosso dell’innocenza del male si mostra fra pensieri inconfessati, violenze gratuite, suicidi veri o immaginari? Microfictions (Edizioni Clichy, 2019) non è una semplice raccolta di racconti brevi – di due pagine ciascuno – ma l’affresco di un’epoca, la nostra, segnata da una sdrucciolevole incertezza e da un’efferata dissoluzione.

Non a caso la prima edizione francese, pubblicata da Gallimard nel 2007, per volontà dello stesso autore riportava in copertina la dicitura roman, a sottolinearel’unitarietà di un’opera che, come un mosaico, forgia, tessera su tessera, un romanzo polifonico. E se la versione italiana propende invece per il sottotitolo racconti, nulla toglie al disegno complessivo di questo ambizioso progetto letterario intrapreso da Jauffret. Allora si trattava prevalentemente di uno “sciocchezzaio umano” di ispirazioneflaubertiana; ora, invece, il bersaglio dell’autore sono gli ultimi singulti di una borghesia sprofondata nella sarabanda straziante e disgustosa dei nostri tempi ipertecnologici.

Scritti prevalentemente in prima persona, con uno stile asciutto e controllato, frasi stringate, il tutto cesellato con una maestria da oreficeria letteraria, i racconti scivolano senza sorprese verso il deragliamento finale. Mentre altre volte l’autore lancia un’inattesa staffilata conclusiva. Un esempio su tutti è rappresentato dall’explicit del racconto Fottuta stronza:

Continuò a insultarmi, usando parolacce tali che mi chiesi quale mascalzone avesse mai potuto insegnargliele. Cercai di abbracciarla per calmarla. Si dibatté dicendomi che ero una lesbica. Essere sospettata di incesto da mia figlia mi rese folle. La strangolai.

Se dal punto di vista strutturale i racconti seguono una linea narrativa comune, ogni storia ha una sua identità irripetibile che la caratterizza e differenzia dal quadro complessivo. La disposizione, invece, può essere variata senza alterare l’esperienza di lettura, come accade nella versione italiana: seguendo l’ordine alfabetico delle traduzioni del titolo (da Aglaé a Zero scopate) i racconti si susseguono, infatti, in una successione diversa rispetto all’originale.

I protagonisti di queste micronarrazioni, spesso femminili, si muovono come automi in un mondo pervaso di orrori e nonsenso, dove il sesso rappresenta il pretesto per perversioni senza limiti e la morte violenta l’esito più scontato dell’esistenza. Una mattanza silenziosa in cui i personaggi sono anche i muti osservatori della propria rovina e la vita scorre come«un romanzo uggioso senza alcun happy end». Questo clima di desolazione, impotenza e solitudine è anche la cornice degli esacerbati rapporti di coppia dei tanti personaggi, spesso segnati tragicamente da una reciproca repulsione fisica: «Non mi piaceva il contatto con la sua bocca. La sua lingua era ruvida, la sua saliva grattava come sabbia e in più emanava un odore di realtà da far sconfortare il buon Dio». Né possono sottrarsi a questa atmosfera repellente i figli e i bambini, persino prima ancora di nascere: «Ero un feto cattivo. Ho provocato dolori cardiaci alla mamma appena sono arrivato nel suo utero». Non risparmia dunque nessuno l’humour nero di Régis Jauffret che nel racconto L’inventore dell’angelo ammonisce:

Siate indulgenti verso i vostri figli reputati delinquenti in tutta Bordeaux e verso vostra moglie che se la fa con tutti gratis. “Sono esseri viventi”. Per supportare questa lunga malattia, ci serve alcol, fumo, morfina. Non siamo manufatti, opere d’arte o meravigliose macchine di cui si possono prevedere i minimi movimenti e riparare i guasti. “Soffriamo del fatto di condurre vite meno perfette del diamante, dell’albero, del pedale”.

Per Jauffret la vita è una malattia mortale senza via di fuga e senza consolazioni:

I vostri figli rubano, minacciano e un giorno finiranno per uccidere. È il loro modo di cercare l’estasi, l’anestesia. Tanto peggio per i feriti, gli esclusi, gli assassinati. Altri scelgono di perdersi nell’astrazione, nella musica, nella menzogna del racconto. “Al fine di non sentire più niente, si è pronti a gettarsi da un tetto per volare”.

Seppure non sia nelle intenzioni dell’autore, che non si pone alcuna finalità di denuncia sociale, accanto a quello della precarietà dell’esistenza è fortemente presente il tema della precarietà del lavoro, attorno al quale prendono le mosse numerosi racconti della raccolta, tra cui Posto di lavoro facoltativo, Discount, Falso Rolex, Fresca diplomata, Finire nelle statistiche, Gironzolare dentro la fabbrica, Microscopici funzionari, Pensione da fame, Mendicare in incognito, Mense dei poveri. Più che una classe operaia, ormai ampiamente svaporata e delocalizzata, il vero protagonista è il ceto medio sempre più impoverito:

“Il commercio cominciò a stentare”. Una drogheria discount aveva aperto di fronte a noi. I loro prezzi erano inferiori rispetto a quelli che ci consentivano i grossisti. Dichiarò bancarotta nel gennaio 2016. Comprò una lavanderia automatica con i proventi della vendita della superficie del negozio. Le macchine erano vetuste, la manutenzione si mangiava buona parte dell’incasso.

L’inadeguatezza di numerosi protagonisti si palesa attraverso i fallimenti professionali e lavorativi, che polverizzano le loro vite e frantumano i rapporti di coppia. Su tutto domina, incombente,un senso effuso di abulico nichilismo: «Un uomo non è nient’altro che un prodotto fresco la cui data di scadenza è iscritta nelle pieghe della mano di Dio» e «L’esistenza è una seduta di tortura lunga qualche decennio». Nei cinquecento racconti-frustate di Jauffret che scuotono le nostre certezze, rimettendo in circolo oscure pulsioni rimosse, ciascuno potrà riconoscere quelle ferite che quotidianamente lasciano i segni sulle nostre anime.

In chiusura, un suggerimento di lettura valido soprattutto per l’edizione cartacea, ma anche per la versione digitale: non seguite la sequenza delle pagine ma scegliete le storie a caso.

di Riccardo Grozio