Federica Nardiello
pubblicato 9 mesi fa in Letteratura

L’esordio di Judith Schalansky – lo splendido divenire casuale della vita e la sua accettazione

L’esordio di Judith Schalansky – lo splendido divenire casuale della vita e la sua accettazione

Tutto muta, meno la legge del movimento.

Il divenire è movimento, essenza dell’Essere, opposto all’immobilismo della morte; tutti gli esseri viventi nascono, divengono e muoiono: Inge Lohmark è d’accordo con Eraclito, soprattutto per la materia che insegna. Tuttavia, vive una stasi storica dalla quale non riesce – e non vuole – uscire. Desidera crogiolarsi nel suo immobilismo.

Lo splendore casuale delle meduse, esordio sbalorditivo della tedesca Judith Schalansky, è un agglomerato di tematiche nascoste, intrise inconsciamente di filosofia antica e non solo. Pubblicato da nottetempo (2013) nella traduzione di Flavia Pantanella, questo romanzo – corredato dalle illustrazioni dell’autrice – srotola i pensieri, le parole e i gesti di un’insegnante di biologia in una cittadina periferica dell’ex DDR, alle prese con la nuova generazione: la contraddittoria esistenza di questa insegnante si trova proprio al centro del discorso filosofico del divenire e dell’immutabilità. Mentre infatti – in un modo burbero, fermo, comunista – Inge insegna ai suoi alunni che le cellule, sin dall’atto della procreazione, cambiano, mutano, crescono e muoiono, non riesce ad accettare che lo faccia anche la società. Le epoche. La storia.

Inge si sente ferma alla DDR, a quando gli sportivi si salutavano con «Sport frei!» o si utilizzavano i timbri a forma di ape per segnalare ai genitori le note di merito degli alunni. Non ha però una figlia accanto che le faccia credere che tutto ciò esista ancora: se in Good Bye, Lenin! (2003, regia di Wolfgang Becker) Alex tenta di tenere in piedi la DDR con giornali, cibi e cimeli per la salute psicofisica di sua madre Christiane, Inge si sente abbandonata da sua figlia Claudia, partita per studiare in America e mai tornata.

Se la svignano tutti. Non avevano capito niente. Chi voleva capire il mondo doveva cominciare da casa propria. In patria. La nostra patria. Da Capo Arkona fino a Fichtelberg [ndr. ovvero i confini della Pomerania Anteriore].

Una patria che tuttavia vede i suoi confini confondersi, che si sta ormai occidentalizzando. Automobili, autostrade, lampioni nuovi… fast food e la ditta di traslochi In tutta la Germania! che, con tanto di punto esclamativo, espone a bella posta camion gialli fosforescenti talmente grandi da farci entrare una casa.

Una vita dentro un camion. Oggi ci si poteva portare appresso ogni cosa senza problemi. Ma dove? Lei sarebbe rimasta.

Anche la sua unica figlia ha scelto l’Ovest e i suoi fautori, tagliando qualsiasi tipo di rapporto. Spesso Inge, forse ancora non del tutto abituata all’automobile, dopo il lavoro per tornare a casa prende l’autobus. E mentre osserva l’atteggiamento dei suoi scolari con aria indifferente – affinché la legge della selezione naturale possa mettersi in atto – le passa sotto gli occhi un cartello con su scritto: «[Questo] non è un posto in cui morire». Ma per Inge non è neanche un posto in cui vivere. Immobile.

Di certo conosce le difficoltà della Germania Ovest: anche lì è in corso lo smantellamento delle scuole. Sin da subito si capisce che per Inge ci saranno solamente altri quattro anni di insegnamento e niente più: porterà la sua classe alla maturità, dopodiché la scuola chiuderà. «Chiaro: anche la morte fa parte della vita». Ma perché una scuola avrebbe dovuto chiudere, morendo? Perché se ne sarebbero dovuti andare tutti? Bassa natalità ed esodo rurale; il ritorno dell’individualismo: sono queste le motivazioni. Secondo il preside della sua scuola Inge deve aggiornarsi o rinunciare all’insegnamento. Ma lei non segue un corso di aggiornamento da dieci anni e non ne ha la minima intenzione, né il bisogno. E poi è un’insegnante, prima ancora che una madre. In più insegna biologia, non letteratura o storia: si tratta di fatti e non di finzione; di realtà e non d’interpretazione. «No, la storia non era proprio la sua materia, e la storia naturale non sembrava contare molto in quel luogo». La storia è per lei una manomissione della realtà da parte dell’uomo; la biologia un fatto naturale che nessun sistema politico avrebbe potuto invalidare. Un altro motivo per crogiolarsi ancora nel passato della sua cittadina di periferia abbandonata da tutti.

«Niente e nessuno è giusto. Figuriamoci una società. Forse solo la natura lo è. Non per niente il principio della selezione ci ha fatto diventare ciò che siamo: l’essere vivente con il cervello solcato dalle rughe più profonde».

Forse? È molto probabile che la non accettazione del divenire storico – individuale e collettivo – di Inge si allarghi alla non accettazione della legge naturale della biologia stessa. Sembra che nonostante sappia che la biologia non è un hobby, ma una legge, nel concreto si stupisca del cambiamento delle cose, delle stagioni, del proprio corpo. Nessuno le ha insegnato quella che chiama la «seconda trasformazione del corpo […] Una caldana, come dicono i libri di testo. […] L’atrofizzarsi dell’apparato riproduttivo, la fine del ciclo». Nessun manuale ne parla: e infatti non era pronta.

Inge Lohmark si accostò alla finestra, alla luce morbida del mattino. Com’era piacevole. Gli alberi avevano già cominciato a cambiare colore. La clorofilla decomposta lasciava spazio ai pigmenti brillanti delle foglie, caroteni e xantofille. Le foglie del castagno dai gambi lunghi, smangiucchiate dai gracillaridi, avevano i bordi gialli. Incredibile quanta pena si dessero gli alberi per le foglie dalle quali si sarebbero comunque separati a breve. Proprio come lei in quanto insegnante. Ogni anno lo stesso gioco. Da più di trent’anni. Ogni volta da capo.

Con un vocabolario tecnico e scientifico Inge riconosce la poeticità e la malinconia dell’avvenire. Eppure, la sola idea di lasciarsi andare a tutto ciò che non è scienza le sembra un’assurdità. Anche la dipartita della figlia non le procura dolore, in fin dei conti è un fatto sociale. Inge sa che nel regno animale la consanguineità non è affatto un obbligo; non si passa la domenica a prendere il caffè, non c’è da aspettarsi gratitudine, vicinanza o comprensione. È la cultura degli uomini che ha imposto delle regole affettive, politiche e linguistiche: «la [stessa] parola cultura viene da coltivare! Dall’allevamento e dall’agricoltura», aveva detto ai suoi alunni. Con la figlia ha un rapporto quasi nullo, ma conflittuale: Inge vede la maternità con raziocinio, come un mito, un ormone – da scienziata radicale.

Maternità e riproduzione – con diversi accenni a una sterilità sia materna sia relazionale – abbracciano la sessualità, uno dei grandi temi di sottofondo che include tutti gli altri: la scelta del titolo italiano probabilmente rimarca tale concetto. Il titolo originale dell’opera è Der Hals der GiraffeIl collo della giraffa – un’immagine che Schalansky utilizza per sottolineare come il suo personaggio basi la propria esistenza sulla legge naturale di Darwin: il più forte vince. Chi nasce col collo corto è condannato a faticare di più per arrivare al cibo come chi nasce col collo lungo o a soccombere miseramente. Inge lascerà che il più debole dei suoi studenti venga schiacciato e che il più forte la attragga. Il titolo italiano Lo splendore casuale delle meduse, richiama – oltre al darwinismo – anche una sorta di esistenzialismo sartriano che Inge indossa quotidianamente: «La vita non ha scopo, è casuale ma inevitabile»: sempre in divenire, impossibile da fermare, necessariamente da accettare, e nonostante tutto splendida. Inoltre, il titolo adottato nella traduzione rimarca l’incredibile capacità delle Narcomedusae di Haeckel, ovvero di riprodursi sia in modo sessuato che asessuato: una simmetria che Inge non riesce a ritrovare in nient’altro che la circondi. Una bellezza che non viene eguagliata nemmeno dalla nascita degli esseri viventi. Una perfezione che trova il suo antagonista nella Storia: «Non si muore mai di malattia, ma di passato».