Alessandro Di Giacomo
pubblicato 1 mese fa in Storia

L’orizzonte oltre il Muro

le fughe più incredibili da Berlino Est

L’orizzonte oltre il Muro

Berlino, 1961. Il numero di tedeschi dell’Est che lasciavano la DDR (Deutsche Demokratische Republik) aveva raggiunto livelli senza precedenti, creando le basi per il tracollo finanziario della Germania Est ed un imponente danno d’immagine per l’intero blocco filo-sovietico.  Le autorità locali, con l’appoggio di Mosca, decisero di attuare un piano autoritario che non permettesse più alcuna fuga, o normale accesso, verso l’Occidente, creando un muro possente che divise in due la città di Berlino, separando famiglie, innamorati, amici, studenti dalle università, lavoratori dalle loro fabbriche … in poche parole, le persone dalle loro vite.

Ma perché Berlino? La capitale di quello che era stato il Terzo Reich nazista, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, era stata spartita equamente tra le quattro potenze vincitrici: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti (che occuparono Berlino Ovest) e Unione Sovietica (che rese Berlino Est Capitale della nuova DDR). Ma tutta la città, nelle sue nuove quattro anime era in realtà inglobata nel territorio di appartenenza alla Germania Est e, per questo, Berlino Ovest era un’enclave capitalista in pieno territorio socialista, nonché crocevia diplomatico, centro dello spionaggio internazionale e luogo ideale per tentare la fuga da un “mondo” all’altro.

Le storie di queste fughe sono spesso drammatiche (sono stimati quasi trecento caduti tra coloro che tentarono la fuga, coloro che furono scambiati per fuggiaschi e chi morì d’infarto per la paura, durante i controlli di frontiera) e talvolta rocambolesche o geniali e ci aiutano a riflettere su come la disperazione possa portare la mente umana a rendere possibile l’impossibile.

Oggi, nel trentennale della caduta del Muro di Berlino, è doveroso ricordare alcune di queste storie per rendere giustizia anche a chi non ce l’ha fatta e conoscere le piccole realtà di uomini semplici che la Storia spesso dimentica.

La prima di queste storie è, allo stesso tempo, una delle immagini più rappresentative della Guerra Fredda: probabilmente non conoscete il titolo ma sarà capitato anche a voi di vedere la fotografia di Peter Leibing, The leap into Freedom, che ritrae un giovane soldato della Germania Est correre verso un varco nel Muro. La foto è stata scattata il 15 agosto 1961, con il Muro ancora in costruzione, quando il soldato della VolksPolizei Conrad Schumann, appena diciannovenne, fu mandato a presidiare l’angolo fra Bernauer Strasse e Ruppiner Strasse. Il giovane soldato camminava avanti e indietro, fumando una sigaretta dopo l’altra, con il suo fucile PPSh-41 appeso alla spalla. Poi, improvvisamente, qualcuno dal lato Ovest urlò «Komm ‘rüber!» (“Vieni!”). Il soldato, che probabilmente stava concependo una fuga, non ci pensò due volte e gettò via la sigaretta, iniziò a correre disperatamente verso il punto in cui il filo spinato era più basso, facendo cadere il fucile per correre più rapidamente. Dall’altra parte del filo spinato c’era un ragazzo suo coetaneo, il fotografo Peter Leibing, che riuscì ad immortalare, nel suo scatto, tutte le emozioni di quell’attimo di Storia.

Un altro racconto di fuga, talmente incredibile da sembrare tratto dalla sceneggiatura di un film, è ricordato come l’ultimo treno per la libertà.

Il macchinista ventisettenne Harry Daterling scoprì casualmente un binario secondario della linea urbana di Berlino che, attraversando la “Cortina di Ferro”, era direttamente collegato con l’Ovest.

La sera del 5 dicembre 1961, Daterling si fece assegnare l’ultima corsa della giornata e fece salire tutta la sua famiglia sul treno. Arrivato vicino al punto di collegamento svuotò l’aria dai freni d’emergenza e, dopo aver cambiato il senso dello scambio, si diresse al massimo della velocità consentita dal treno verso il varco, travolgendo le spaventate guardie di frontiera e non lasciando loro neanche il tempo di aprire il fuoco. Il treno si fermò nel cuore di Berlino Ovest, nel quartiere di Spandau. Daterling scese dal treno e telefonò alla polizia della Germania Ovest, comunicando all’incredulo interlocutore:

… siamo appena fuggiti a bordo di un treno…

Sei passeggeri, ignari del piano di Daterling e spaventati dalle conseguenze, tornarono immediatamente alla frontiera, chiedendo alle autorità orientali di poter rientrare a Berlino Est, per non perdere le loro famiglie. Le autorità accolsero i “dissidenti dell’Ovest” con il massimo riguardo e, la mattina successiva, fecero smantellare l’intera tratta ferroviaria.

Una delle fughe più incredibili è, senza dubbio, quella del trapezista Horst Klein. Di idee anti-socialiste, fu immediatamente allontanato dall’attività circense, preferendogli i grandi funamboli della “Madre Russia”:

… non avrei potuto vivere un giorno in più senza sentire l’odore del Circo nelle mie narici…

Klein, nel dicembre del 1962, decise di sfruttare la sua capacità di funambolo per tentare una fuga inconcepibile: trovò un punto in cui era presente un cavo elettrico in disuso, con un traliccio da una parte del muro e un secondo traliccio dall’altra; salì sul primo e iniziò a percorrere il cavo, sostenendo il peso del corpo sulle sue braccia robuste. Riuscì a superare un posto di blocco, colmo di soldati della DDR, senza essere visto e, subito dopo, riuscì a superare il filo spinato del Muro. Il freddo e la fatica intorpidirono a tal punto i suoi muscoli che, senza essere riuscito ad arrivare al secondo traliccio, cadde e si ruppe entrambe le braccia … ma ce l’aveva fatta!

Il Soldato Wolfgang Engels era un fermo sostenitore del socialismo e, nel 1961, aveva partecipato alla costruzione del Muro. Ma, nel 1963, le sue idee erano cambiate e anche lui tentò di superare i blocchi di cemento, con un piano decisamente originale: il 16 aprile, rubò un carro armato sovietico e, avvicinandosi al filo spinato, urlò:

… me ne vado via da qui! In Occidente! C’è qualcuno che vuole venire con me?

Tutti i presenti rimasero di sasso. Non ricevendo risposte, Engels accelerò con il tank e si schiantò, a tutta velocità, contro i blocchi di cemento e filo spinato. Il muro, però, resse l’impatto del possente corazzato, lasciando Engels fermo a pochi metri dal confine: decise così di scendere da quella “trappola d’acciaio” e di tentare la fuga a piedi, braccato dalle guardie e sotto il costante fuoco delle mitragliatrici. Riuscì a raggiungere il la sommità del muro ma s’incastrò nel filo spinato e divenne un facile bersaglio delle mitragliatrici. Alcuni tedeschi dell’Ovest, che stavano bevendo birra in un bar poco distante, lo trascinarono dalla loro parte del Muro. Wolfgang riprese conoscenza, in una pozza di sangue, solo una volta disteso sul tavolo del bar.

… quando aprii gli occhi e voltai il capo vidi sugli scaffali del Bar tutti quegli alcolici con le etichette occidentali. Fu allora che compresi di avercela fatta…

Alla base della storia di Heinz Meixner, un austriaco artefice di un altro incredibile piano di fuga, c’è il più nobile dei sentimenti: l’amore. Heinz si era infatti innamorato di Margarete, una ragazza di Berlino Est, ma le autorità avevano vietato agli sposi il permesso di convolare a nozze in Austria. Davanti a queste avversità, Heinz pensò di risolvere la questione con un tentativo azzardato ma, sicuramente, geniale: il 5 maggio del 1963, noleggiò una convertibile, ne rimosse il parabrezza e sgonfiò parzialmente gli pneumatici, per diminuire ulteriormente l’altezza del veicolo. Fece poi salire a bordo la sua futura moglie e la sua futura suocera. Una volta giunto al Checkpoint Charlie (il punto di passaggio tra le “due Germanie”, dove venivano effettuati severissimi controlli), non appena la guardia si avvicinò per richiedere i documenti, diede gas alla vettura che sfrecciò esattamente al di sotto delle barre del posto di blocco, giungendo dall’altra parte in una manciata di secondi.

Più frequenti furono le fughe effettuate in grandi tunnel sotterranei, scavati sotto le possenti lastre di cemento armato. È il caso del “Tunnel degli anziani” e del “Tunnel 57”, dai quali fuggirono, rispettivamente, nel 1962 un gruppo di uomini anziani e, in due notti nel 1964, 57 persone (la più grande fuga di massa della storia del Muro).

Una delle storie più incredibili è quella di Hans Peter Strelczyk e Gunther Wetzel. I due furono illuminati da un documentario sui palloni aerostatici mandato in onda dalla tv orientale. Decisero così di costruire una mongolfiera sufficientemente grande da trasportare le loro famiglie oltre la cortina di ferro. Aiutandosi con alcuni volumi presi dalla Biblioteca di quartiere, i due lavorarono instancabilmente alla costruzione del motore partendo da una coppia di bombole di propano mentre le loro mogli iniziarono a cucire lenzuoli tra loro così da creare un maestoso pallone. I due uomini e le rispettive famiglie fecero due tentativi di volo, senza successo. Il 16 settembre 1979 la mongolfiera riuscì a sorvolare Berlino per 2,5 chilometri percorrendo circa trenta minuti in volo. Il gruppo atterrò su  un cespuglio di more e sconsolato si stava accingendo a tornare a casa . Ma sulla strada del ritorno incontrarono un soldato della Germania Ovest e, non vedendo le classiche uniformi dell’Est, si accorsero così di avercela fatta!

La storia forse più incredibile è, però, quella di tre fratelli che in un periodo di quasi quindici anni, tra il 1975 e il 1989, riuscirono a fuggire tutti aiutandosi vicendevolmente. È il 1975 quando Ingo Bethke, allora ventunenne poliziotto di Berlino Est, tentò di superare la frontiera in uno dei punti in cui il muro si limitava ad un groviglio di filo spinato. Il problema era legato a ciò che avrebbe trovato prima e dopo il filo spinato: un campo minato e le gelide acque dell’Elba. Ingo attraversò il campo minato scandagliando le sabbie con un bastone per cercare punti sicuri su cui poggiare il piede senza saltare in aria, ogni passo era incerto e più si avvicinava al filo spinato meno tempo gli sarebbe rimasto per superarlo. Riuscì ad aprirsi una breccia nel filo e dopo aver gonfiato un materassino da spiaggia si diresse sull’altra sponda del fiume. Fu accolto dalle guardie di frontiera dell’Ovest e fu portato in un centro accoglienza per profughi.

Ma Ingo aveva due fratelli rimasti dall’altro lato del Muro e giurò quella sera che li avrebbe aiutati a fuggire. Passarono otto anni prima di riuscire a concepire un piano per aiutare suo fratello Holger. Studiare un piano era decisamente più complesso per le difficoltà a comunicare tra una parte e l’altra di Berlino (vi riuscirono grazie a finte lettere scritte da intermediari) e per le maggiori attenzioni delle guardie di frontiera. Ma nel quartiere di Treptow, l’angolo tra la Schmoller Strasse e la Bouché Strasse non era ben pattugliato ed era male illuminato. Il piano è una follia anche solo da immaginare: Il 30 Marzo del 1983, Holger e un amico entrarono nell’edificio travestiti da elettricisti e aspettarono il buio per 13 ore nell’attico. Bethke tirò una freccia con il suo arco lungo. La freccia era collegata a un filo da pesca arrotolato intorno a una bottiglia di spumante per srotolarsi il più veloce possibile e raggiunse l’altra parte. Ingo tirò il filo di nylon che portava il cavo d’acciaio e lo attaccò alla macchina per tenerlo in tensione. Holger andò per primo ma la pendenza tra i due palazzi era meno accentuata di quanto pensasse e si fermò a pochi metri dall’arrivo. Se essere appesi a una fune al quinto piano di un palazzo non vi basta, provate a immaginare questi dettagli: la vostra vita è appesa a una carrucola di legno fatta da un amico e cinque piani sotto di voi ci sono dei militari istruiti a sparare su qualsiasi cosa attraversi la striscia della morte. Fece il resto del tragitto aiutandosi con le mani e le gambe e riuscì a raggiungere il fratello.

Per aiutare Egbert, il terzogenito della famiglia Bethke, dovettero passare altri sei anni. Nel 1989, ben prima del 9 novembre, le tensioni al Muro di Berlino erano alle stelle. Fuggire richiedeva un piano ben studiato e mai visto precedentemente. I due fratelli Bethke giunti all’Ovest decisero di affittare un piccolo aereo e dipinsero sulle ali e sulla coda l’emblema della Stella Rossa Sovietica. Tentarono di inserirsi nel traffico aereo di Berlino per una brevissima tratta e riuscirono, incredibilmente, a passare inosservati. Giunsero al luogo d’incontro con Egbert, che disse più tardi:

… non pensavo che li avrei rivisti, invece si sono calati dal cielo come angeli e mi hanno portato in Paradiso…

C’è poi un’ultima storia che è unica nel suo genere. Si tratta dell’unica fuga di berlinesi dell’Ovest verso Est. La costruzione del Muro fu effettuata in modo pragmatico su diversi lati della città. Non sempre il Muro è stato costruito ai margini di Berlino Ovest e il motivo è da ricercarsi in semplici ragioni logistiche. In alcuni luoghi sarebbe stato necessario costruire molti metri di muro per includere pochi metri quadrati di superficie. In questo modo, sono state create delle “isole” di territorio orientale rimaste fuori dal perimetro del Muro e, di conseguenza, situate nel lato occidentale. Una di queste aree era il Triangolo di Lenné, di quattro ettari, che era stato “colonizzato” dagli orientali nel 1961 e così era rimasto per 27 anni. Un piccolo paradiso di flora e fauna che, con l’ingrandimento della città, aveva accolto animali e piante scomparsi nel resto dell’area urbana. Ma il 31 marzo 1988 le autorità occidentali e il governo della DDR decisero di scambiare alcuni territori in nome di una rinata cooperazione tra Berlino Est e Berlino Ovest, alla fine degli anni Ottanta. Tra i territori destinati all’Occidente c’era anche il Triangolo di Lenné dove, con un progetto già avallato, sarebbe sorta un’autostrada a discapito della natura. Fu così che centinaia di attivisti occuparono la zona per impedire alle autorità occidentali di iniziare i lavori e quando, il 1 luglio, arrivarono i poliziotti in tenuta antisommossa, gli attivisti iniziarono a correre verso il Muro scavalcandolo. Furono accolti dalle forze armate della DDR che li portarono in albergo per una colazione “di Stato”. Fu un’incredibile umiliazione per il sindaco di Berlino Ovest e, l’ultima, grande vittoria per le autorità socialiste.

Un anno, quattro mesi e otto giorni dopo cadeva il muro di Berlino. Finiva così la necessità di dover scegliere, di dover scappare, di dover chiedere il permesso per raggiungere amici e parenti. Finiva così uno degli incubi più duraturi del ventesimo secolo.

È triste pensare che oggi, a trent’anni di distanza, nuovi muri stiano sorgendo, cancellando la memoria di chi è caduto davanti al Muro di Berlino non in nome di un’idea ma per dignità.

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