Tommaso Dal Monte
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Miti personali” di Matteo Marchesini

rileggere la tradizione mitica (e crearne una nuova)

“Miti personali” di Matteo Marchesini

Suo padre gli disse “bravo”, portò il componimento in redazione, e volle che lo leggesse anche a Yusuf. Giulio aveva paura che si arrabbiasse. Ma vedendo gli occhi del suo amico spalancarsi ammirati, capì che quella bugia scritta era diversa da tutte le bugie che aveva detto fino allora, e che ormai non era più un bambino.

Miti personali di Matteo Marchesini è una raccolta di sedici racconti divisi in due sezioni, pubblicata da Voland ad aprile 2021.

L’analisi dell’opera deve iniziare dal titolo, che necessita di un’interpretazione e autorizza più letture. I primi dieci racconti, eccezion fatta per uno incentrato su Socrate, riprendono vicende del mito e dell’epica (Orfeo e Euridice, Enea, Narciso…), mentre, a partire dal racconto Il figlio, ispirato alla presentazione di Gesù al Tempio, vengono introdotti personaggi storici famosi (Kant, Leopardi) e ordinari.

Il mito, nella sua accezione di narrazione mitologica, fornisce quindi la materia per molti testi, ma non esaurisce per intero il contenuto del libro. Nel complesso, l’insieme dei racconti mitici e dei racconti storici sembrano piuttosto definire una mitografia privata dell’autore, cioè una serie di vicende dal contenuto esemplare e rivelatrici di qualcosa che riguarda, potenzialmente, ognuno.

Il mito, inoltre, è il principio formale che struttura tematicamente i racconti: questi mostrano personaggi incapaci di modificare la propria condizione, bloccati in una postura a cui corrisponde la staticità dei miti. Tuttavia, la fissità del mito è turbata dal fatto che, quelli di Marchesini, sono miti personali, cioè riscritti, modificati e fatti propri dall’autore. Il processo di personalizzazione si esercita in due direzioni: da una parte Marchesini amplia i racconti tradizionali, arricchendoli di dettagli e, soprattutto, di notazioni psicologiche, senza però stravolgerne gli esiti; dall’altro compie delle vere e proprie riscritture, in cui i personaggi agiscono in maniera differente rispetto a quella che il lettore conosce.

Riproporre, variamente modificate, le storie del nostro patrimonio culturale è un’opzione pienamente accettata nel panorama letterario (si veda il successo della Canzone di Achille di Madeline Miller), ma è pur sempre una scelta azzardata, soprattutto quando i rifacimenti non si limitano ad alludere all’originale come a un archetipo, ma lo riscrivono. Come in un talent show, se il concorrente canta un brano di Amy Winehouse o di Mia Martini c’è sempre il rischio che il giudice valuti l’esecuzione troppo simile o troppo diversa dall’originale: in ogni caso inferiore. La storia di Edipo, per esempio, ha fornito il modello per opere originali (come nel caso di Resistere non serve a niente di Siti), ed è stata oggetto di riscritture (penso, per esempio, a La morte della Pizia di Dürrenmatt).

La versione di Marchesini, narrata nel racconto Peste, in cui Edipo a Giocasta continuano la loro relazione incestuosa nonostante la soluzione dell’enigma, non costituisce un gesto blasfemo nei confronti della tradizione, ma si espone necessariamente al confronto con l’originale e al pericolo di scontentare chi, del mito, apprezza la ricorsività e la familiare consuetudine.

Da questo punto di vista, Miti personali pone un interrogativo sulla postura da assumere nei confronti della tradizione: considerarla un monumento da salvaguardare con, al limite, qualche restauro filologico e un arricchimento dello sfondo, oppure vederla come un serbatoio di trame e personaggi da riprendere e cambiare?

I racconti che ho apprezzato di più sono, comunque, quelli in cui l’azione di Marchesini è indirizzata ad ampliare il mito senza però stravolgerlo, lavorando sui non detti e tra gli omissis della tradizione. Narciso, Il figlio, Coraggio, incentrati rispettivamente su Narciso, Gesù e Leopardi, partono da elementi del racconto vulgato – mitico o storico che sia ‒ per poi approfondire l’interiorità dei personaggi.

Penetrati psichicamente da un narratore onnisciente, acquistano una profondità moderna: divengono più sfaccettati e tormentati (Gesù), antepongono il piacere del singolo al bene della società (Edipo), il “desiderio di essere come tutti” all’eccezionalità (Filottete). La caratterizzazione psicologica dei protagonisti fa sì che il lettore provi una maggior corrispondenza emotiva, e aggiunge ai racconti mitici una pienezza e un’esemplarità che il tempo rischia di sottrarre alle narrazioni originarie.

Un discorso a parte meritano gli ultimi tre racconti (Dio, Prosa, Conoscersi), basati su personaggi comuni che vivono in contesti ordinari. Qui, come detto, il mito funziona come principio formale strutturante la materia narrativa; ma i tre testi mi pare che si incarichino anche di fondare una mitologia moderna. In Dio viene mostrata la vita di un uomo dall’infanzia alla maturità; le tappe fondamentali sono la scoperta del sesso, il successo lavorativo, una non ben specificata malattia psichica e infine la scoperta della meditazione.

Questa storia di formazione sembra indicare che la serenità è possibile solo a patto di distanziarsi dal mondo, ma il finale non autorizza una lettura così netta. Sicuramente, però, fin dal titolo, il racconto allude ad una separazione dal contingente, che è anche il tema di Prosa.

In questo racconto, l’ultimo della prima sezione, un bambino scopre il potere della bugia scritta, cioè della letteratura finzionale e, senza il trauma che sperimentano altri personaggi della raccolta, diventa adulto. L’impressione è che per Marchesini la letteratura sia l’unico mezzo di elevazione dal mondo – più efficace della contemplazione e della meditazione – che rende possibile manipolare la realtà senza falsificarla. Il protagonista di Prosa diventa adulto nel momento in cui scrive, come se la scrittura fossa una prova iniziatica e costituisse l’atto di fondazione di una mitologia moderna.

Tuttavia, una posizione ancora più rilevante è assegnata a Conoscersi, che occupa da solo la seconda sezione del libro ed è l’unico racconto ad essere scritto in prima persona. Nell’arco di pochi giorni si consuma la storia d’amore tra Luca, il narratore, e Vera, due studenti universitari che si conoscono ad una festa e partono per un breve viaggio prima che la ragazza si trasferisca in Spagna. In bilico tra favola al tempo di Tinder – su Youtube si trovano molti video dove coppie di bellocci conosciuti su dating app vanno in vacanza insieme – e condensazione di una vita matrimoniale, Conoscersi è il racconto più emozionante della raccolta.

Probabilmente Marchesini sa che il suo pubblico è composto da universitari o da persone che hanno frequentato l’università e che il racconto susciterà un senso di identificazione, ma il coinvolgimento rivela più cose sul lettore che sull’autore: il nostro (mio) immaginario è più sensibile ai miti della porta accanto, percepiti come vicini, ma mai davvero vissuti, che alle fondative narrazioni mitologiche.

A livello macrotestuale ci sono tanti percorsi tematici che danno unità all’insieme – molti dei quali spiegati dallo stesso autore: la difficoltà a superare la condizione di figlio, l’intersezione tra caso e volontà nelle vicende umane, l’inerzia come ostacolo a uno sviluppo lineare. Tuttavia, ogni racconto ha la propria autonomia e dialoga con il testo originale, più che con quelli della raccolta.

Matteo Marchesini è un critico letterario, poeta e narratore. Questi filoni della sua ispirazione non sono tra loro disgiunti e sviluppati separatamente, ma si intersecano: Miti personali presuppone un confronto ravvicinato con la tradizione e ha uno stile serrato che rende la raccolta un prodotto di alta letteratura. La volontà di non dividere in compartimenti stagni le potenzialità di una mente brillante e ricca di conoscenze è di per sé una scelta coraggiosa, che esprime un’idea forte di letteratura.

All’indulgenza nei confronti del lettore e alla strizzata d’occhio ai temi pop del momento Marchesini oppone una sfida: dedurre dai racconti la sua visione personale, discuterla e, semmai, farla propria.