Sara Gargano
pubblicato 8 mesi fa in L'angolo russo

“Mosca-Petuškì. Poema ferroviario” di Venedikt Erofeev

“Mosca-Petuškì. Poema ferroviario” di Venedikt Erofeev

Tutti dicono: il Cremlino, il Cremlino. Con tutto quello che ne ho sentito dire, non l’ho mai visto. Quante volte ormai (mille volte), con addosso il ciclone o l’anticiclone ho attraversato Mosca da nord a sud, da occidente a oriente, dall’inizio alla fine, da una parte all’altra e a casaccio, non l’ho mai visto neanche una volta.

In bilico tra fiction e non-fiction si colloca un romanzo tragicomico, capolavoro della letteratura sovietica: il “poema ferroviario” Moskva-Petuški, scritto da Venedikt Erofeev tra il 1969 e il 1970. Il percorso editoriale di quest’opera è complesso. Il libro all’inizio circola clandestinamente in samizdat (ovvero, ‘autopubblicazione’ tramite dattiloscritti autoprodotti), esordisce poi in tamizdat (dall’avverbio tam, ‘lì’, ‘altrove’ e il verbo izdat’, ‘dare alle stampe’) in Israele nel 1973 e in Francia nel 1976. Appare ufficialmente in Unione Sovietica solo alla fine degli anni Ottanta, in un contesto paradossale. Moskva-Petuškì, romanzo di un alcolizzato, viene pubblicato a puntate sulla rivista «Trezvost’ i kul’tura»(«Sobrietà e cultura»), manifesto della campagna condotta dall’allora presidente, Michail Gorbačëv, proprio contro l’alcolismo imperante in URSS. Non meno anomalo e interessante è il suo destino in Italia: pubblicato per la prima volta nel 1977 da Feltrinelli a cura di Pietro Zveteremich con il titolo Mosca sulla vodka, successivamente è riproposto da Fanucci nel 2003 nella traduzione di Mario Caramitti dal titolo Tra Mosca e Petuški e più di recente (2014) per Quodlibet nella versione di Paolo Nori, Mosca-Petuškì.

E ho bevuto ma non come avevo bevuto a Karačarovo, no, qui ho bevuto senza nausea e senza panini, a collo, buttando la testa all’indietro, come un pianista, e con la coscienza di ciò che era appena cominciato e che stava per succedere.

Quello dalla stazione di Kursk di Mosca a Petuškì è un treno – un’električka, per la precisione – che corre per pagine e pagine di non detto. L’autore consegna al lettore un testo intriso di impliciti, sicuro che verranno colti grazie al sentimento di empatia che chi legge inevitabilmente svilupperà nei confronti del poco lucido Venička e alla fitta rete di citazioni letterarie e rimandi intraculturali, lampanti e di immediata comprensione per l’homo sovieticus che, in quegli anni, si avvia verso una nuova vita con il crollo del regime.

In quest’ottica, il romanzo di Erofeev – e su Erofeev stesso – diventa a tutti gli effetti occasione di catarsi collettiva attraverso l’identificazione con un autore-protagonista dalla psicologia complessa, antieroe nel quale rispecchiarsi nel corso di una via crucis che percorre le tappe di una sbornia. La trama, di per sé poco chiara, passa in secondo piano. Venička è in viaggio verso la donna amata, verso il suo bambino, verso Petuškì. Pretesti! Venička è in viaggio, dice, ma non sappiamo neanche se lo sia realmente o se i fatti raccontati siano solo frutto della sua ebbra immaginazione.

È come se tutti noi fossimo ubriachi, solo ognuno per conto suo, uno ha bevuto di più, l’altro di meno. E a ciascuno fa un effetto diverso: uno ride in faccia a questo mondo, l’altro piange tra le braccia di questo mondo. Uno ha già vomitato, e adesso sta bene, l’altro comincia solo adesso a avere il vomito. […] Io, dopo aver assaggiato questo mondo tante di quelle volte da averne perso il conto e il senso, io sono il più sobrio di tutti, a questo mondo: mi va, semplicemente, stretto.

Al centro della narrazione c’è l’alcol, strumento di evasione e meccanismo di straniamento rispetto a una società malata. Miscele improponibili di shampoo, vernice, colla e lacca per le unghie diventano la lente mediante la quale viene osservata la realtà e, allo stesso tempo, l’alibi necessario per caricaturare gli intoccabili tabù di un regime totalitario. Il risultato è una sobrietà capovolta che decostruisce la norma e porta alla luce la verità, mentre si discorre di filosofia, letteratura e di Russia e ci si interroga sul senso dell’esistenza. Intanto, chi al controllore, invece di offrire vodka, paga il biglietto viene guardato storto dagli altri passeggeri. Il libro si regge su un continuo gioco di contrasti per cui il turpiloquio si alterna a riferimenti biblici di nomi sacri e ripetizioni simboliche di una fede che negli anni Settanta in URSS era bandita dall’ufficialità della vita quotidiana e, così, un cocktail finisce per chiamarsi “Balsamo di Canaan”. Quello di Mosca-Petuškì è un universo ribaltato, dove l’assurdo è re e l’ordinario viene allontanato in quanto figlio di un regime dispotico, rispetto al quale Erofeev (disoccupato e senza tetto in URSS, dove disoccupazione e vagabondaggio non erano consentite) si pone in aperto conflitto.

E se un giorno morirò (morirò molto presto, lo so), morirò senza aver accettato questo mondo, avendolo compreso da vicino e da lontano, avendolo compreso da fuori e da dentro, ma senza averlo accettato, morirò e Lui mi chiederà: ‘Sei stato bene lì? Sei stato male?’, e io starò zitto, abbasserò gli occhi e starò zitto, e questo mutismo lo conoscono tutti quelli che cercano una via d’uscita da un lungo e pesante anticiclone. Perché la vita umana, non è forse un breve ciclone dell’anima? E anche un’eclissi dell’anima.

Mosca-Petuškì è il romanzo polifonico di un discorso ininterrotto che si lascia spesso sovrastare da un coro di domande e riflessioni, da ricordi e citazioni. Con Venička la letteratura russa accoglie un nuovo ‘classico’ e si trova davanti all’ennesima coscienza ipertrofica bisognosa di fuggire dalla frenesia di pensieri angosciosi. Da qui il via alla costruzione di un mondo grottesco, non lontano da quello de Il sosia di Fëdor Dostoevskij o ancor più de Il cappotto di Nikolaj Gogol’. Condannato all’immobilità di una società che lo inquadra, lo svilisce e lo sottovaluta, Erofeev è un alienato che cerca consolazione nell’alcol. La genialità nasce nel delirio, Petuškì viene sfiorata, improvvisamente ci si ritrova al rovescio e il viaggio si conclude nella sua tragica circolarità. Venička è di nuovo a Mosca, stavolta davanti al Cremlino.

Ecco! Quante volte ho attraversato Mosca in lungo e in largo, sano di mente o privo di senno, quante volte l’ho attraversata e non ho visto il Cremlino neanche una volta, e, alla ricerca del Cremlino, mi son sempre trovata alla stazione di Kursk. E ecco che adesso alla fine l’ho visto, quando più di ogni altra cosa al mondo avrei avuto bisogno della stazione di Kursk! Insondabili sono le tue vie….

Ma qui, drammaticamente, termina la nostra storia…