Culturificio
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Noi, di Evgenij Ivanovič Zamjatin

il totalitarismo della matematica

Noi, di Evgenij Ivanovič Zamjatin

La vera letteratura può esistere solo quando è creata non da ufficiali diligenti e affidabili, ma da folli, eremiti, eretici, sognatori, ribelli e scettici

Esiste un autore che ha anticipato Orwell, Huxley, Bradbury e tutti gli altri grandi scrittori distopici del Novecento. Esiste un autore che, appena all’alba della società comunista, ha ipotizzato un futuro tragicamente totalitario. Un autore che ha aperto le danze della distopia totalitarista senza essere ricordato dai più; che, colpito dalla censura, dovette trasferirsi in Francia a causa dei suoi romanzi sgraditi in patria. Si tratta di Evgenij Ivanovič Zamjatin (1884-1937) e il libro incriminato è Noi.

Scritto sotto forma di diario, profetizza un mondo regolato da una meccanicità e un conformismo spaventosamente invincibili. Il protagonista, D-503 (l’assenza di nomi, sostituiti da identificazione alfanumerica dice già molto del romanzo) è un matematico addetto alla costruzione dell’Integrale, enorme macchina che diffonderà i principi della “società perfetta” in tutto il cosmo. Lo stesso protagonista, inizialmente, è un convinto sostenitore dello Stato Unico e di tutto ciò che esso comporta nella vita sociale e personale. Il diario di cui il libro si compone non è quindi (almeno in principio) una valvola di sfogo: D-503 scrive per lasciare ai posteri una testimonianza della vita sotto lo Stato Unico. Ma non la testimonianza del singolo cittadino, bensì di un’intera collettività ridotta a singolo pensiero: “Mi limito ad appuntarmi ciò che vedo e penso; o meglio: ciò che noi pensiamo”.
La vita descritta è perennezamyatinmente controllata, le case sono interamente di vetro, persino l’atto sessuale è regolato da tagliandi rosa, una sorta di “prenotazioni sessuali”. Questo controllo del sesso ha ragioni storiche: “Amore e Fame governano il mondo. Ergo: per governare il mondo, l’uomo deve governare i governatori”. Così i padri fondatori dello Stato Unico sconfissero prima la Fame, inventando un nuovo cibo di derivazione petrolifera (tanto che sopravvisse solo lo 0,2% della popolazione) e, in seguito, l’Amore, da allora disciplinato dalla “Lex sexualis”: “Ogni unità ha il
diritto di godere di ogni altra unità in quanto bene sessuale di consumo”.
Gli unici momenti di intimità sono le due Ore Personali, durante le quali “alcuni abbassano pudicamente le tende nella stanza, altri incedono per il viale al ritmo della Marcia, altri ancora siedono alla scrivania”. Ma il protagonista auspica che un giorno anche questi brevi intervalli di vita privata vengano inseriti nella Tavola delle Ore, il sistema di pianificazione di vita collettiva.

Tutto il mondo è regolato dalla matematica, un principio base irremovibile proprio in quanto
scienza esatta. Ogni cosa, idea, concetto è ricondotto a una spiegazione matematica spaventosamente infallibile. L’annullamento della duplicità, l’abolizione di ogni dubbio: è in queste apparentemente rassicuranti soluzioni che sta la pericolosità del vero, dell’eccessiva precisione del reale. Una società totalitaria come lo Stato Unico non è negativa perché basata su menzogne ma perché costruita sulla certezza di un’unica realtà. O meglio: è basata sulla menzogna che la realtà sia riconducibile a un’unica soluzione perfetta, che esclude così la diversità in ogni sua forma.scansione-copertina
Persino la musica viene composta secondo leggi unicamente ed estremamente matematiche e meccaniche: “La matematica è la causa, la musica l’effetto”. La musica degli antichi (la nostra, per intenderci) viene additata come faticosa ed inutile e l’ispirazione sotto la quale veniva composta classificata come “forma sconosciuta di epilessia”.

All’inizio del libro sembra continuamente di essere di fronte a una religione della matematica: il motore che muove l’universo è un Dio, diverso da quello antico in quanto donatore non di saggezza ma di certezza.
Ma il mondo, quello reale, o meglio la saggezza del mondo è fatta di dubbi, mai di certezze. Di ricerca della verità, mai di verità assolute. Ed è esattamente su questa problematica che l’intero romanzo si costruisce: la scoperta del dubbio da parte del protagonista. “A loro (gli antichi) Dio non ha dato nulla, tranne eterne, tormentose ricerche, mentre a noi ha dato la verità”
Ma il solido mondo distopico inizia a perdere pezzi già a poche pagine dall’inizio del romanzo: D-503 incontra una donna, I-330, che lo mette a disagio alla sola vista: “Aveva negli occhi o nelle sopracciglia una strana, irritante ics, che proprio non riuscivo ad afferrare, a chiudere in un’espressione numerica”. Subito dopo, un altro incontro lo sconvolge: “un’unità maschile a me ignota, un tizio bicurve, come la lettera S. Eravamo tutti diversi…”. È qui che vorrei soffermare l’attenzione, perché considero questo il punto di svolta dell’intero romanzo, nonostante possa passare inosservato. D-503, anche se non ancora pienamente consapevole, si accorge che l’idea di mondo inculcatagli dallo Stato Unico, la certezza matematica e l’unicità del reale di cui è profondamente convinto potrebbero essere solo costruzioni mentali. Forse per capire il mondo c’è qualcosa di più della matematica, forse non tutti sono perfettamente identici tra loro. Ed è emblematico che questo dubbio si instilli in lui a causa di un “difetto” fisico di una donna, di un elemento naturale, innocuo: la diversità, la casualità sono connaturate nell’uomo ed evidenti anche dal punto di vista fisico, basta saper osservare.
Da questo momento i dubbi cresceranno velocemente e lo porteranno a rivedere le sue posizioni su tutto ciò che considerava certo. Ora l’irrazionale è visibile ovunque, persino nella stessa matematica, e lo ossessiona: “Questa radice irrazionale mi attecchì dentro qualcosa di estraneo, di alieno: non era possibile intellegirla, neutralizzarla, perché era fuori dalla ratio. […] Ho fatto il furbo con me stesso, mentendo pur di non vedere la √-1”.

L’incontro non è casuale, né si limita al semplice ma fondamentale ruolo di risvegliare la coscienza di D-503: I-330 fa parte di un gruppo rivoluzionario con lo scopo di impadronirsi dell’Integrale e sovvertire lo Stato.
E non appena D sembra tornare in sé, in procinto di andare a confessare tutto ai Guardiani, basta una parola di I per riaccendere in lui quella curiosità, che non potrà che portarlo alla rovina. Qualcosa si è impadronito di lui: il dubbio, la curiosità di conoscere se tutto ciò in cui crede è vero, di sapere cosa c’è oltre il Muro.

Il Muro Verde cinge l’universo totalitario, che aborre ogni libertà e innalza un’idea meccanica e spietata di uguaglianza. Oltre il Muro Verde c’è il mondo antico, ultimo baluardo della società libera di un tempo. Ed è qui che il gruppo sovversivo cresce fino ad attuare una vera rivoluzione, invano. Cosa vorrà dire Zamjatin? Che non c’è speranza per la libertà? Io credo che sia più un ammonimento, a chiunque legga il suo libro, di fare in modo che la società sovietica non prenda quella piega, che non si arrivi al punto di non ritorno.
Il Muro rappresenta quel confine ideologico tra la libertà e e la sua assenza, tra il pensiero autonomo e il conformismo, tra speranza e rassegnazione. E anche se la vita si svolge al di qua del Muro, il mondo antico ha qualcosa che lo Stato Unico non potrà mai avere: il sole. Quando D-503 uscirà finalmente al’aria aperta rimarrà abbagliato, confuso, ma d’ora in poi non sarà più lo stesso. Travolto dai puri raggi della libertà, non potrà tornare indietro.

Alessandro Niero, traduttore del romanzo, ammette di essersi trovato di fronte a un testo particolarmente difficile. In effetti lo stile enigmatico, a volte ai limiti dell’artificiosità, non rende facile nemmeno la lettura. Il linguaggio è sempre molto sfuggente, sembra quasi che il protagonista voglia nascondersi persino al lettore. Il risultato è uno stile quasi “claustrofobico”, che riesce, tuttavia, a rendere efficacemente lo stordimento causato dalle nuove scoperte.
Un libro non molto scorrevole, ma non lo considero un punto negativo. Tutto sta nel lasciarsi dominare, nell’insinuarsi nel pensiero di D-503 e accompagnarlo nell’intenso percorso psicologico, che, appunto, non può essere facile.

Per un confronto con l’attualità, rimando alle parole del traduttore, che descrive l’opera come un ‘romanzo futuribile’:

Osserverei come, in tempi di internet, l’invasività dei mezzi di controllo preconizzata dallo scrittore nel 1919-20 rimanga prepotentemente attuale, specie se coniugata con la lobotomia – non dirò televisiva, ma più genericamente ‘da schermo’ – a cui tutti siamo sottoposti

Il romanzo è rimasto sconosciuto per anni, ma i suoi temi e personaggi riecheggiano in tutto il genere distopico che di lì a poco conobbe la sua età d’oro. Specialmente in 1984 di G. Orwell, in cui l’ispirazione è più che evidente (soprattutto nei due personaggi principali, Winston e Julia, e la figura del Grande Fratello, nettamente ripresa dal Benefattore di Noi).

Noi ci insegna che in qualsiasi situazione ci troviamo, in cui siamo portati a credere a verità date, scontate, l’unica nostra salvezza può essere il dubbio. E se questo ci costringe a fare un passo indietro, a rivalutare ciò in cui abbiamo sempre creduto, ben venga: l’unica verità, forse, è la ricerca della verità.

«Mio caro: tu sei un matematico. E in più sei un filosofo matematico: dimmi l’ultimo numero.»
«Cioè? Io… io non capisco: quale ultimo numero?»
«L’ultimo, l’estremo, il massimo.»
«Ma, I, questo è assurdo. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, che ultimo numero vuoi che ti dica?»
«E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non ci sarà mai un’ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine. L’ultima, cioè, è per i bambini: l’infinito spaventa i bambini ed è necessario che i bambini dormano tranquilli la notte…»

 

Francesco Zanna per Culturificio