Culturificio
pubblicato 4 ore fa in Storia

Omaggio a Carlo Ginzburg

il passato non è un paese straniero

Omaggio a Carlo Ginzburg

Nell’immaginario comune l’occhio della storia punta su oggetti macroscopici: le grandi potenze politiche, gli imperi economici, i conflitti nazionali, transazionali e globali, le decisioni cruciali prese nelle stanze del potere. Una visione coerente con l’epoca in cui viviamo – dominata dagli algoritmi, con i loro ammassi di dati e di statistiche, e dai mass media, con le loro narrazioni totalizzanti. Ma dove sono gli individui, in tutto questo?

La Storia – si noti la maiuscola – si occupa di sistemi, meccanismi e ingranaggi su ampia scala: i singoli restano sullo sfondo, come uno spazio negativo, a circondare il soggetto principale, – una folla che rimane sostanzialmente omogenea, indistinta e compatta, anonima. A qualche giorno dalla scomparsa dello storico torinese Carlo Ginzburg è doveroso ricordare che, in realtà, la moderna pratica storiografica ha fatto un passo – di metodo ed ermeneutico – in tutt’altra direzione già a partire dagli anni Settanta. E il merito è, in gran parte, dello stesso Ginzburg.

Il terremoto concettuale introdotto dalla microstoria – di cui Ginzburg è stato rivoluzionario promotore – si può esprimere, in estrema sintesi, attraverso queste parole tratte da La lettera uccide (2021):

Il linguaggio della storia era, ed è sempre stato, da Erodoto in poi, un linguaggio umano: di fatto, il linguaggio della vita quotidiana, anche quando ricorre a statistiche e diagrammi.

Ecco la svolta: la storia intesa come una scienza del vissuto, in grado di misurarsi con il privato, – un microcosmo di credenze, strategie, comportamenti e relazioni interpersonali in stretta collaborazione e affinità di intenti con un’altra, illustre scienza dell’alterità: l’antropologia, che per sua stessa natura riconduce il testo storico al contesto fattuale.

Si tratta, come ricordano Ginzburg e Carlo Poni nel saggio Il nome e il come. Scambio ineguale e mercato storiografico (1979), di procedere con un metodo nominativo, seguendo l’intreccio dei nomi propri dei singoli attori sociali: ancorarsi ai fenomeni circoscritti, situati, contingenti, alle esperienze quotidiane di individui in carne ed ossa.

È il caso di Domenico Scandella, detto Menocchio, protagonista del celebre Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del Cinquecento (1976), la cui grandezza sta nell’intreccio inaspettato tra cultura bassa, fatta di grida nelle piazze e religione pragmatica (il formaggio putrefatto da cui nascono i vermi come metafora della creazione), e cultura alta (per esempio la diffusione della Riforma protestante e delle posizioni anabattiste). Ma l’approccio microstorico è presente sin da un suo testo del 1966, lo studio della comunità friulana dei benandanti (I benandanti. Ricerche sulla stregoneria e sui culti agrari tra Cinquecento e Seicento).

Una storia degli esclusi, dunque, le cui credenze individuali si inseriscono nel flusso della cultura “ampia”, modellandola dall’interno. Si tratta di un cambio di paradigma, che è al contempo un mutamento di sguardo e di scala: per restare nella metafora scopica, alla pratica storiografica si chiede un allargamento di campo, il quale implica – solo in apparenza paradossalmente – un restringimento sul dettaglio. Un ripiegamento, ma non una chiusura: al contrario, una breccia, concettualmente coraggiosa, nella vita di individui comuni, – una scommessa sul significato fecondo di ciò che è minuto, marginale, “dimenticabile”.

Per Ginzburg, lo storico deve sapersi soffermare sulle voci di una comunità, – seguirle da vicino, prenderne sul serio i gesti e le parole, senza filtri né schermi: farsi cacciatore di frammenti, spie e indizi, per poter poi illustrare una cosmogonia, una trama ben più estesa di rapporti. La storia, dunque, come pratica incarnata, come resistenza contro l’astrazione, come analisi dei dettagli minimi e delle tracce che costruiscono un mondo e ne mostrano le incoerenze nascoste, le anomalie. È l’«eccezionale normale» di cui parla Edoardo Grendi in Microanalisi e storia sociale (1977), capace di rivelare ciò che le fonti ufficiali tendono spesso a tacere (o a distorcere).

Ginzburg è ben consapevole dei potenziali rischi di questa pratica. Come scrive nel testo sui benandanti,

Dalla documentazione analizzata emerge una grande varietà di atteggiamenti individuali. […] Queste testimonianze […] ci mostrano infatti un intersecarsi continuo di tendenze della durata di decenni o addirittura di secoli, e di reazioni assolutamente individuali e private, spesso addirittura inconsapevoli – quelle reazioni di cui apparentemente è impossibile fare storia, e senza le quali, in realtà, la storia della «mentalità collettiva» finisce con l’ipostatizzare una serie di tendenze e di forze disincarnate e astratte.

Gli storici e le storiche che aderiscono alla sfida della microstoria hanno posture concettuali diverse, ma concordano su un’esigenza imprescindibile: restituire densità al passato. Contro il rischio distorcente di una storia quantitativa e modellizzante (con tutto l’eccesso di generalizzazione che essa inevitabilmente comporta) è necessario puntare sugli indizi – cercare l’imprevisto che svela la faglia, il sintomo inatteso che trasforma la diagnosi. Lo storico non può fare affidamento solo sulle macrocategorie, agendo come un narratore onnisciente che tutto vede e tutto sa dei suoi oggetti d’indagine – i quali, però, restano lontani, evocati, mai davvero incontrati. L’eredità di Ginzburg è, a tutti gli effetti, un programma epistemologico: un atto – misurato, lucido, consapevole – di fiducia nelle tracce lasciate dagli individui.

Con un rimescolamento di dimensioni, punti di vista e personaggi, la storia può essere così vista come un’autentica mappa dell’umano, capace di aver cura dei paesi – le piccole comunità e i loro abitanti, le costellazioni minute dei loro pensieri – prima ancora che dei Paesi. Solo così si potrà “contraddire” lo scrittore inglese Leslie P. Hartley, che in apertura al suo romanzo L’età incerta (1953) scriveva:

«The past is a foreign country; they do things differently there».

Il passato, la storia, la cultura stessa possono divenire terreno abitabile, a patto che si faccia tesoro delle tracce, degli scarti minimi, dei singoli in rapporto ad un mondo – con tutto il loro potenziale, fertilissimo, di scoperta. Ogni volta che una categoria pretende di parlare a nome di milioni, la microstoria ricorda che esiste – ed esisterà sempre – un Menocchio pronto a smentirla.

di Anna Vercellini