Riccardo Grozio
pubblicato 10 mesi fa in Letteratura

Perdoniamo Pavese

Perdoniamo Pavese

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono» ha scritto Pavese prima di togliersi la vita, settant’anni fa. Questo libro vuole ricordare lo scrittore, invitare alla lettura delle sue opere, ma soprattutto vuole stimolare i lettori a fare ciò che lo scrittore ci ha chiesto: perdonarlo.

Questo l’appello lanciato da Pierluigi Vaccaneo nell’introduzione del suo recente saggio, A Torino con Cesare Pavese. Un arcipelago interiore (Giulio Perrone Editore, 2020). Un testo costruito attraverso l’analisi di cinque nodi tematici che, secondo l’indicazione dell’autore stesso, possono essere percorsi non seguendo l’indice, ma anche navigando «da un’isola all’altra». I capitoli di questo peculiare arcipelago pavesiano, intesi come coordinate cartografiche della sua opera letteraria e della sua vita interiore, sono Il mito, L’America, La donna, La città e Le Langhe.

Nel definire il mito Pavese ne sottolinea l’unicità, la sacralità e l’atemporalità, collocandolo sempre alle origini, e connettendolo all’infanzia dell’umanità e dell’individuo. «Prima che favola, vicenda meravigliosa, il mito fu una semplice norma, un comportamento significativo, un rito che santificò la realtà. E fu anche l’impulso, la carica magnetica che sola poté indurre gli uomini a compiere opere».

La tematica del mito, maturata anche grazie alla scoperta dell’etnografia e  degli autori che Pavese insieme a Ernesto De Martino pubblicò per Einaudi nella collana viola, rimanda immediatamente a quella dell’infanzia, «come mondo larvale delle origini istintive» da raggiungere mediante il ricordo, proprio come fece Proust utilizzando un’«intermittenza del cuore». Non un ricordo inteso come sforzo mnemonico per ritornare indietro al passato, ma come «scavo nella realtà attuale, denudamento della propria essenza». L’ossessione di Pavese rimarrà per tutta la vita la ricerca del suo mito personale che troverà nell’ultimo romanzo, La luna e i falò, il culmine della sua parabola creativa.

Da un mito all’altro. L’America con la sua carica vitale e barbarica rappresentò per Pavese, come per altri giovani della sua generazione, un’alternativa tanto alla prosa d’arte che all’idealismo crociano. Un’opposizione più culturale che politica, ben rappresentata da una letteratura come quella americana, permeata da una spregiudicatezza e da un anticonformismo capaci di dar voce al suo bisogno di irrazionale e di autenticità. In tale contesto, l’intensa attività di traduttore di alcuni fra i più innovativi autori americani rappresenta, per il giovane Pavese, uno straordinario laboratorio linguistico, in cui matura l’adozione di una lingua parlata, viva, gergale che riverserà a piene mani nella sua scrittura. Prima in forme appariscenti e per certi versi addirittura eccessive, come in Lavorare stanca e Paesi tuoi, poi con intonazione più pacata e sobria nelle opere della maturità.

Sulla donna Vaccaneo sgombra innanzitutto il campo da un facile pregiudizio: «Pavese non si è ucciso per amore». Piuttosto è vero che ha vissuto il suo rapporto con l’altro sesso con la stessa problematicità esistenziale che ha permeato ogni aspetto della sua esistenza: il suo rodìo è stato la ricerca mai soddisfatta di vita, «laddove lo scrittore ha sempre vinto sull’uomo soffocandolo irrimediabilmente». I suoi amori impossibili si sono materializzati nella ricerca di donne troppo distanti, quasi fosse finalizzata a ottenere inevitabili rifiuti. Dopo una compagna di ginnasio, Olga Casati, primo anello di una lunga catena di amori fantasticati, Pavese volge la sua attenzione verso una ballerina bionda del varietà, prototipo di quelle donne-sirena che lo ammalieranno per tutta la vita.

Di ben altro tenore è la relazione con Battistina Pizzardo detta Tina, insegnante di matematica, comunista, che ricambia il suo interesse, ma che gli costerà un anno di confino, per attività antifasciste, a Brancaleone Calabro e soprattutto un’amara delusione quando, al suo ritorno, la ritroverà fidanzata con un altro uomo, col quale poco dopo si sposerà. Nonostante la lunga collezione di rifiuti, fra i quali spiccano quelli di Fernanda Pivano e Bianca Garufi, nonché l’ultimo, forse il più doloroso, quello di Constance Dowling, Pavese scriverà ne Il mestiere di vivere che

Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla.

Fortemente complementari, La città e Le Langhe sono gli ultimi due capitoli-isole del libro di Pierluigi Vaccaneo, dai quali emerge l’intima contraddizione di chi vive quotidianamente in città ma con l’anima costantemente rivolta alla campagna.

A Torino Pavese ha praticamente vissuto tutta la sua vita: dai primi studi agli anni fondamentali del liceo, dagli esordi poetici ai successi come narratore, dalla collaborazione con Einaudi alla consacrazione letteraria. Ciò nondimeno, seppure attratto dal brulicante vitalismo della città, la vivrà sempre con un misto di paura e tristezza. Non a caso nella sua poetica la nostalgia delle colline si contrappone all’alienazione urbana, esemplarmente rappresentata dalle protagoniste di Tra donne sole che provano, fra salotti borghesi e una movimentata vita notturna, una condizione di fragile solitudine, nella vana ricerca di un’incerta identità. Quell’identità che invece è solida e palpabile nelle colline fatte di «verdi misteri», in quelle Langhe che costituiscono uno spazio interiore, uno specchio da cui allontanarsi per ritornare e per riconoscersi: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti», scrive nelle prime pagine de La luna e i falò Cesare Pavese, offrendoci forse la cifra più autentica della sua poetica e del suo mondo interiore.

A conclusione di questo viaggio nella geografia reale e spirituale dell’autore, Pierluigi Vaccaneo, che da una decina di anni dirige la Fondazione Cesare Pavese di Santo Stefano Belbo, rilancia il suo monito:

Perdoniamo Pavese per essere stato un anti-Ulisse, per aver immaginato un’Itaca che non è mai esistita, per aver tentato di costruirla con la letteratura, popolandola di passioni, di desideri, di vita mai realmente vissuta; perdoniamo Pavese perché egli ci ha già perdonato regalandoci la mappa del viaggio, la sua immortale letteratura…  

di Riccardo Grozio