Perturbazione, risonanza – Veronica Galletta
meccanismi di un’immaginazione non lineare
La scrittrice Veronica Galletta ci parla di “perturbazione” e “risonanza”, parole riferite a fenomeni che stanno all’origine della sua letteratura.
Le due parole che ho scelto per innescare questa riflessione sono risonanza e perturbazione. Mi scuso per lo “svergolamento” dalla consegna, e non utilizzo il verbo innescare a caso. Tutto il mio lavoro sulla scrittura risente del mio lavoro precedente e della mia formazione in ingegneria. È una consapevolezza recente, che si è formata via via che scrivo e pubblico diversi romanzi. Prima pensavo alle mie due vite come separate, anzi, credo di aver costruito la seconda per liberarmi della prima. La scrittura è una cosa che ho scoperto di saper fare in età adulta, e ho lavorato per farla al meglio, fino a che non è esplosa.
Scrivo costruito, ma forse la parola esatta è scavato. Come fossi un personaggio di un racconto di Stephen King, ho scavato per la mia libertà. Ho usato la scrittura come un cucchiaio, fino a vedere la luce fuori dal mio lavoro tecnico, anche se l’ingegneria mi riafferra sempre e la galleria è diventata fossa, trincea. In fondo posso dire che il mio lavoro sui testi è il medesimo della mia tesi di dottorato in ingegneria idraulica. Un meccanismo perturbativo che innesca fenomeni di risonanza. Quel tipo di fenomeno, per intenderci, che ha provocato il crollo del ponte di Tacoma nel 1940, di cui rimane un prezioso frammento video. A causa delle raffiche di vento la campata comincia a oscillare sempre di più, la sede stradale si torce, quasi fosse l’incubo di un automobilista ubriaco, fino alla rottura. È lo stesso meccanismo che ho studiato per i tre anni di dottorato, seppur applicato a un altro fenomeno, come racconta il titolo della mia tesi finale Nonlinear effects on edge wave development, Effetti non lineari nell’evoluzione delle onde di bordo.
Allora posso dire che per me la scrittura si muove secondo lo stesso schema. C’è un piccolo input, una perturbazione iniziale. Un’idea, una foto, una suggestione, una frase, che innesca l’oscillazione, trova un collegamento originale, entra in risonanza e si espande, si amplia, diventa a volte incontrollabile. La mia immaginazione funziona come un fenomeno non lineare, e tutti i miei romanzi sono stati pensati, costruiti e scavati in questo modo.
C’è un terreno che preparo, raccogliendo materiale intorno a un punto fisso. Può essere un’idea -la fallibilità della memoria per Le isole di Norman-, o un personaggio realmente esistito, lo scultore Filippo Bentivegna per Pelleossa e Malotempo. Può essere, come in Nina sull’argine, l’impulso di raccontare una storia di lavoro con le parole della tecnica, partendo dal loro significato originario per farle suonare diversamente, sfruttandone il potere evocativo. Dopo aver preparato il terreno, c’è la perturbazione, la risonanza, l’espansione, un fenomeno macro e micro, che riguarda la struttura del romanzo ma anche le storie raccontate, che nascono e si evolvono come incatenate, a partire una dall’altra. È una maniera di lavorare a volte caotica, che mi fa disperare e mi rende instabile, ma è l’unico modo in cui riesco a pensare. Prendo i miei personaggi in uno stato di semiquiete e ne muovo l’equilibrio. Anche il paesaggio che racconto è in genere in uno stato di equilibrio apparente. Ortigia prima della speculazione turistica, un paesaggio della pianura padana stravolto da un’alluvione, un paese immaginario che aspetta lo sbarco degli Americani, lo stesso paese deformato e stravolto alla fine del sacco edilizio. A volte del fenomeno perturbativo ci sono affioramenti, diventa scrittura, si fa metafora, come nei due brani che ho scelto. Nel primo, tratto da Le isole di Norman, la protagonista immagina che le sbarre del carcere, che vibrano per il vento, si stacchino e volino via, come l’impalcato del ponte di Tacoma. Nel secondo, da Nina sull’argine, si racconta la tensione in ufficio a seguito di una serie di arresti descrivendola come un equilibrio instabile, messo a rischio da ogni perturbazione.
Da Le isole di Norman, italosvevo 2020
Si sta sollevando il vento. La tavola piatta al largo del molo, dove solo un’ora prima ha lasciato andare il libro, comincia a incresparsi. Fra poco le sbarre del carcere cominceranno a vibrare, a lamentarsi in modo ossessivo e sinistro. Prima o poi entreranno in risonanza, e la loro piccola oscillazione diventerà un enorme movimento, un’onda di sbarre, che le scardinerà dai loro plinti e le farà volare libere, come uno stormo in migrazione.
Da Nina sull’argine, minimum fax 2021
Partire subito, senza neanche passare dall’ufficio, le permette di evitare situazioni spiacevoli. Alcuni dei colleghi arrestati stanno rientrando in servizio, e fra i corridoi si respira l’imbarazzo, la tensione, il malumore. In tanti si sono sobbarcati il lavoro di altri, sono stati interrogati, hanno avuto gli uffici perquisiti, e ogni minima perturbazione rischia di minare questo equilibrio instabile.
Veronica Galletta (Siracusa, 1971) è ingegnera e scrittrice. Con Le isole di Norman (Italosvevo edizioni 2020) ha vinto il Premio Campiello Opera Prima. Con Nina sull’argine (minimum fax 2021) è stata finalista al Premio Strega e ha vinto il Premio Letteratura d’Impresa. Con Pelleossa (minimum fax 2023) ha vinto il Premio Speciale Porti di mare del Premio Letterario Piero Ottone. Con Malotempo (minimum fax 2025) ha vinto il Premio Lugnano Giorgio Patrizi.
Di parola in parola è una rubrica a cura di Emanuela Monti. Dalla nota introduttiva è possibile scaricare l’archivio della rubrica, uscita fino al 2019 in forma cartacea nella rivista «Qui Libri».