Federico Musardo
pubblicato 4 anni fa in Letteratura

Quando le Argonautiche diventano orfiche

un viaggio mistico

Quando le Argonautiche diventano orfiche

Le origini di questa vicenda sono talmente antiche da perdersi nel passato costituendo un gomitolo di tradizioni eterogenee e fonti incerte; una volta dimenticata la presunta realtà storica, avventure, miti e leggende si sono fusi e confusi senza lasciare traccia. Il tema argonautico, antecedente ai poemi omerici ed appena citato dal poeta cieco, è noto soprattutto grazie ad Apollonio Rodio, un letterato vissuto nel III secolo a.C. ed ascrivibile ai cosiddetti “alessandrini”, tra i quali troviamo il celebre Callimaco tanto imitato da Catullo.
La trama, per sommi capi, è la seguente: l’autore sottintende un antefatto costituito dal viaggio di due fratelli che sorvolano il mare trasportati da un montone dal vello d’oro; Elle muore cadendo in uno stretto ( da cui il cosiddetto Ellesponto, oggi “Stretto dei Dardanelli”) mentre Frisso, giunto in Colchide, immola l’animale e ne affida la pelle ad un drago. Apollonio incomincia dunque il suo poema, narrando le imprese di Giasone che, per riconquistare il trono di Iolco, riunita una folta schiera d’eroi, si dirige a bordo della nave Argo verso l’isola alla ricerca del mitico vello. In questa impresa Giasone è aiutato da Medea, la celebre Medea in seguito protagonista di innumerevoli scritti, che infine diviene sua moglie.
Elementi soprannaturali, mitici, sono ovviamente partoriti anche dalla penna di Apollonio; si pensi ad Atena sotto spoglie mortali che dona a Giasone poteri magici, agli oracoli, ai fantasmi, all’indovino Fineo ed a tutti i tratti prototipici del genere epico. Nella produzione letteraria precedente incontriamo alcuni riferimenti a Medea e Giasone, al vello d’oro ed alla nave Argo, ed in generale all’argomento nei suoi costituenti, senza incontrare tuttavia un periodo articolato e sempre in forma di rapidi incisi, brevi cenni, come se gli artisti citassero una materia nota da tempo, forse oralmente: non possiamo saperlo, non sappiamo dove finisce la memoria collettiva ed inizia la creatività degli autori. Tralasciando queste nostalgie sterili vorrei porre in evidenza una tarda e particolare versione del mito, affascinante perché concettualmente ambigua.

Si tratta delle anonime Argonautiche orfiche, partorite nel V secolo d.C., secolo in cui, secondo Macrobio e Claudiano, assistiamo alla nascita di tensioni spirituali e religiose che, partendo dalla filosofia neoplatonica (soggetta a frequenti rielaborazioni), attraversano culti misterici di ispirazione orfica, dionisiaca, e culti orientali, tutti nascosti tra le viscere dell’ufficialità ( Iside, Cibele, Mithra, Apis…).
L’ignoto autore di tale scritto è forse figlio della sapienza egizia e, nonostante i suoi limiti stilistici e formali, ha il merito di aver tramandato ai posteri un chiaro esempio del sincretismo culturale caratteristico dell’ambiente religioso di allora, durante il quale il cristianesimo, ormai padrone, ha dovuto combattere ogni sorta di spinta centrifuga. Osservando il contenuto, la sintetica narrazione del viaggio attraverso la Colchide sembra piuttosto un pretesto allegorico e tra le righe dell’opera incontriamo, velati, sommessi, accenni a rituali di iniziazione, riti di purificazione o propiziatori, rimandi sconosciuti e destinati a rimanere tali, filosofie che si incontrano, scontrano e non si lasciano conoscere. I viaggiatori si perdono in luoghi mai visti e incontrano terre sconosciute, divorate dalla nebbia o perse nell’oceano: all’ignoto segue il soprannaturale, tra ansia e stupore, tra angoscia e speranza.

Ora che è volato nell’aria il furore distruttore, abbandonato il mio corpo per l’ampia vastità del cielo, odi dalla nostra voce quanto prima tenevo celato.
(Argonautiche orfiche, vv. 47-49) .

 

 

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