Lorenzo Paolini
pubblicato 1 anno fa in Letteratura

Questa è l’acqua

di David Foster Wallace

Questa è l’acqua

Con un incipit diretto ed esemplare come quello sulla storiella dei pesci, che occupa tre semplici righe, Wallace apre uno dei discorsi più educativi ed emozionanti che siano mai stati scritti. Educativo visto che parla della realtà e di come affrontarla quotidianamente, emozionante perché questa realtà non è mai stata così letteraria e così concreta allo stesso tempo.

Procedere con l’analisi di questo discorso sembra impossibile perché, leggendolo più e più volte, ci si rende conto che i concetti che indaga, li osserva così dettagliatamente e così minuziosamente, da ridurli alla loro essenza. Non resta nient’altro da dire dopo averlo letto.

È un po’ come se ci si trovasse davanti ad un’espressione matematica il cui risultato è radice quadrata di nove, uguale tre. Perfetto, pulito, sicuramente corretto. Che altro c’è da fare? Che altro si potrebbe aggiungere?

Niente, ecco. Forse, al massimo, osservarla di nuovo nel suo sviluppo, apprezzandone i passaggi e la precisione matematica con cui si risolve una parentesi dopo l’altra. Così accade per me nel discorso di Wallace e così intendo parlarne: dirne della sua semplicità e della sua precisione , del suo discorso sull’umanità così indiscutibilmente esatto, da lasciare a bocca aperta per la sua chiarezza. E come per le espressioni matematiche, chiudere questa parentesi, ed entrare nel vivo del discorso, andando per gradi, senza perderci nulla di quanto Wallace ci ha voluto insegnare.

La storiella dei pesci è questa: Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce più anziano che dice loro:” Salve ragazzi, com’è l’acqua?” I due pesci più giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa:” Che cavolo è l’acqua?” Ecco come si spiega con questa storiella semplice e senza fronzoli come le realtà più ovvie e onnipresenti siano anche le più difficili da decifrare e quindi le più insidiose.

Partendo da questa premessa il discorso si sposta sul significato del cliché che la cultura umanistica si porta dietro ovvero che “insegna a pensare”.

Due delle premesse fondamentali del discorso sono quindi poste: la lotta nelle trincee quotidiane dell’esistenza e il significato del pensiero e della cultura. Come si devono integrare in uno stesso sistema? Wallace non solo ce lo dice, ma ci spiega anche dove dovremmo indirizzare il pensiero, senza che tutto questo suoni come quelle verità rivelate da falsi profeti di cui ci parla Primo Levi nella bellissima appendice di “Se questo è un uomo.
“Diffidate da chi cerca di convincervi con strumenti diversi dalla ragione” spiega precisamente, e non si può non rintracciare questo sanissimo principio anche del discorso di Wallace: la ragione come strumento essenziale per la vita.

Ma come usarla? Per rispondere l’autore utilizza un’altra storiella didascalica, quella del credente e dell’ateo, in un confronto in cui emerge chiaramente come la stessa identica esperienza può significare due cose completamente diverse per due persone che abbiano impostazioni ideologiche differenti. Così l’ateo attribuirà un certo significato all’esperienza e il credente un altro ancora. Tutto questo, si sottolinea, è un processo che avviene all’interno di noi, un orientamento che quasi ci sembra innato, perfettamente definito nel discorso come modalità predefinita, la quale, sintetizzando, ci porterà a credere che noi, e solo noi siamo al centro del nostro universo, siamo le persone più reali e più concrete del Creato ed essendo sempre al centro di qualsiasi esperienza da noi vissuta, saremo portati a leggere tutto secondo un’ottica di quasi metabolico egocentrismo.

La prospettiva che Wallace ci offre ora, è questa: noi, nella sfibrante realtà quotidiana che spesso non riusciamo a decifrare perché così onnipresente, ci rapportiamo con essa osservandola mediante delle lenti macchiate di egocentrismo, perché tale è la nostra modalità predefinita. Ed è proprio da qui in poi, che il flusso ininterrotto di umanità che esce dalla sua penna diventa incessante e stupefacente.

Qui la lezione diventa interessante perché smettono le premesse e piano piano, sbucciando teneramente l’argomento arriva a saggiarne la polpa con la delicatezza di chi sente realmente, giorno dopo giorno la profondità e la difficoltà della vita quotidiana, offrendoci gratuitamente ciò di cui tutti noi abbiamo più bisogno: una soluzione.

La sensazione che abbiamo leggendo il discorso è che arrivi a questa soluzione seguendo il corso di un climax ascendente che ti inizia a rimbombare dentro e cresce lentamente ma progressivamente e così leggiamo tutto d’un fiato che imparare a pensare per lui significa imparare ad esercitare un controllo sul nostro pensiero, sull’ininterrotto monologo interiore che spesso ci totalizza, avere una coscienza critica sulle nostre convinzioni, provando a metterle in discussione anche se ci sembrano così radicate in noi, anzi, soprattutto per questo e a guardare la routine quotidiana non solo con i nostri occhi, ma anche con quelli degli altri, mettendoci nei loro panni e provando a cambiare, per un solo momento prospettiva. Solo provando a fare un leggerissimo scarto di pensiero, allontanandoci di qualche centimetro dalla strada abituale tracciata dalle nostre convinzioni, che ci renderemo conto di quanto sia prefabbricato il nostro modo di approcciare con la realtà.” Giorno dopo giorno è un’espressione che ancora non conoscete”, dice Wallace rivolgendosi ai laureandi.

Questa frase si staglia nella mente del lettore soprattutto per il senso che acquista quando viene messa in relazione con i nostri genitori, che sì, loro la conoscono questa routine e allora ne consegue che anche noi la scopriremo e capiremo quanto sia importante intendere correttamente il “come e cosa pensare” essendo quasi di vitale importanza, perché ci permetterà di non metterci al centro del mondo quando troveremo traffico tornando a casa dal lavoro stanchi e nervosi pensando che quel suv nero che va così lento ci sta ostacolando e che guarda un po’, proprio tutti gli idioti devono avere un fuoristrada cosi, ma forse, potrebbe darsi che su quel suv c’è una donna che ha avuto un incidente e stare su un bel macchinone la rende più sicura…Improbabile? Certo, ma non impossibile, tutto sta nel come decidiamo di vedere le cose. Tutto sta nel decidere che al supermercato, la cassiera così lenta e con gli occhi spenti e stanchi, con la voce della morte, sia stata tutta la notte sveglia a stringere la mano al capezzale del marito malato e che noi, non abbiamo alcun diritto di lamentarci. Abbiamo tante possibilità di scelta nella vita, noi possiamo decidere dove e come indirizzare il pensiero mediante la nostra volontà, illuminando una possibilità, piuttosto che un’altra. Non è facile ci dice Wallace, lui spesso non riesce, e adesso, a dodici anni dal suo suicidio, sappiamo quanto fosse vero. Ma alla luce di questo, la sua eredità culturale prende tragicamente un valore denso di una verità quasi liturgica; la verità di chi ci dice che quella che a volte sembra la gogna della quotidianità, può essere affrontata diversamente, noi dobbiamo capire come orientare il nostro pensiero verso prospettive di libertà che è necessario contemplare, senza farci fiaccare dagli imperativi della contemporaneità.

Wallace era infatti saldamente radicato, suo malgrado, nel flusso della società contemporanea che ha perfettamente illustrato regalandoci con la sua eredità letteraria, un antidoto contro i vizi e le dipendenze che assimiliamo senza rendercene conto, proprio perché accade “giorno dopo giorno”.

Ci vuole mettere in guardia, e ci dice chiaramente di fare attenzione, ci dice che quella nella quale nuotiamo è l’acqua, noi ci viviamo e quindi spesso risulta indecifrabile ma lui ci spiega, per l’ultima volta, che la volontà di liberarci da certe modalità di pensiero egocentriche e predefinite, deve nascere dentro di noi, perché il mondo fuori non ci dissuaderà a pensare in altro modo. Anzi.

Un anzi, che a questo punto del discoso è oberato di un peso enorme, perché capiamo che la cultura odierna ha costruito degli altari di venerazioni che si chiamano Denaro, Successo Carriera, Virilità, Affermazione sociale e simili, altari presso i quali sacrifichiamo parte della nostra esistenza senza rendercene conto, perché questa è l’acqua, perché i beni terreni resi idoli nella nostra società, se venerati smisuratamente finiranno con il divorarci vivi, con il ridurci in un deprecabile stato di alienazione che ci chiederà di accumulare sempre più denaro se il denaro è ciò che adoriamo, o sempre più successo se è alla carriera che abbiamo consacrato la nostra vita…E Wallace ci aiuta ancora, ci tende una mano che altro non è se non un infinito ponte culturale che dall’Umanesimo arriva in Wallace e in lui rivive, perché riformula e attualizza ciò che Petrarca aveva attualizzato al tempo: venerare la divinità, l’eterno limite infinito verso il quale irrimediabilmente saremo attratti per non essere mangiati vivi da altri idoli.

La lacerazione intima di Petrarca non è mai stata così attuale; l’amore per i beni terreni e il desiderio di indirizzare la volontà verso Dio. E proprio perché è inevitabile venerare qualcosa, è bene che si scelga correttamente cosa venerare. È necessario che si ponderi a lungo su quale tipo di libertà vogliamo fare nostra, quale sistema di pensiero adottare dentro di noi, e capire al più presto che l’unica felice forma di libertà umana è quella che ruota attorno al sacrificio verso l’altra persona, con piccoli quotidiani sacrifici dettati dall’amore di tutti i giorni, dalla voglia di condividere assieme la realtà, dalla possibilità di dire: questa è l’acqua, la riconosco, e sono felice perché sono libero di pensare. L’alternativa a tutto questo è la corsa sfrenata verso il successo, verso l’accumulo, verso la nostra modalità di pensiero predefinita che non vede l’ora di essere lasciata a briglia sciolta per fare terra bruciata di tutto ciò che ingloba. Fermiamoci un attimo quindi, per qualche minuto, leggiamo attentamente, ascoltiamo il discorso di Wallace, usiamo la ragione come freno alla sfrenata voglia di essere così ciecamente egoisti, perché non è una visione catastrofica, è così che siamo è così che spesso viviamo e ” Questa è l’acqua” è un perfetto specchio nel quale guardarsi e semplicemente rendersi conto della realtà delle cose. E magari provare a cambiarle. Fare proprio questo discorso è possibile che ci faccia sentire come leggere foglie al vento perché le forze esterne di smembramento sono forti, l’insana competizione che può sorgere al lavoro, l’invidia verso l’altro, le allucinanti oasi del denaro che ci vengono quotidianamente sventolate sotto il naso, l’egoismo, la gelosia, le frustrazioni che possono affliggerci, e scrivo tutto questo a costo di sembrare esageratamente pessimista ma è quello che potrebbe succedere. Improbabile? Certo, ma non impossibile. E allora, conoscendo quanto insidiosa possa essere l’acqua, armiamoci di un pensiero diverso e cerchiamo di stare attenti a quello che realmente conta nella vita, fermiamoci più spesso a pensare e diamo valore al luogo comune, alle verità più semplici perché anche se poco affascinanti sono l’architettura su cui riposa la vita e l’equilibro. Queste ultime, è possibile risultino considerazioni banali e vuote perché troppo scontate, ma credo che ora come ora ci sia bisogno di semplicità, una semplicità che ci venga raccontata genuinamente da maestri come Wallace, dalla letteratura che, citandolo “…deve occuparsi di cosa voglia dire essere un cazzo di essere umano” della realtà delle cose, di come funzionino i meccanismi di causa ed effetto del “giorno dopo giorno” perché sono insegnamenti eterni, che scolpiscono l’uomo nella sua esistenza e percorrono sempre intatti la storia, come Petrarca e Wallace confermano. Tanto vale farli propri perché siamo tutti uguali e abbiamo tutti bisogno delle stesse banalità per sopravvivere. E alla fine di questo intervento sul discorso di Wallace, il pensiero va a quanto ha detto ai laureandi quel giorno :” Costringetevi a ricordare di continuo questa è l’acqua, questa è l’acqua, questa è l’acqua, anche se farlo tutti i giorni è di una fatica inimmaginabile. E questo dimostra la verità di altro clichè: che la vostra cultura umanistica è realmente il lavoro di una vita e comincia…adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco”. Un augurio che riposa nell’alveo della speranza.

 

 

 

 

 

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