Arianna Fontanot
pubblicato 3 anni fa in Letteratura

Saffo racconta la malattia d’amore

sensibilità profonda e poliedrica di un' antesignana della letteratura mondiale

Saffo racconta la malattia d’amore

La biografia di Saffo, nata a Ereso (Lesbo), intorno alla seconda metà del VII secolo a.C, è per molti versi lacunosa e per molti altri eccessivamente viziata da informazioni leggendarie o fittizie. In effetti è poco chiaro se, e in quale misura, i dati di cui si dispone oggi siano affidabili, per il fatto che, nel corso dei secoli, la fama della poetessa ha pressoché soppiantato la realtà dei fatti. Ebbene le fonti – per lo più antiche, Papiro di Ossirinco 1800, Ovidio, Heroides 15,31- restituiscono una donna di piccola statura, scura di pelle e non di bell’aspetto, sposata ad un tale “Cercila di Andro” e madre di una fanciulla di nome Cleide. Anche le notizie relative alla morte non sono chiare e rasentano il leggendario. Esse la collocano, ormai attempata, suicida dalla rupe di Leucade, per il rifiuto amoroso di un giovinetto; tradizione, questa, che giunge sino a Leopardi. In Ultimo canto di Saffo , 1821, appartenente ai cosiddetti Canti del suicidio. Essa presenta un suicidio di tipo esistenziale e rivela la sensazione del poeta (già presente in “Inno ai patriarchi”) di non essere più capace di condurre un rapporto armonioso con la natura. Eppure qui la vera protagonista è proprio Saffo, dotata di una sensibilità elevatissima ma fisicamente brutta, in conflitto con una natura che può percepire e raccontare ma a cui resta quasi del tutto estranea. Ecco allora che sorge l’accusa impietosa dell’uomo al destino e agli dei, ricordati sotto l’antica interpretazione di coloro che distribuiscono casualmente felicità o infelicità. La denuncia delle illusioni è allora in termini esistenziali e filosofici. Senza dubbio è ravvisabile una proiezione della propria esperienza personale da parte dell’autore, eppure il contrasto fra soggetto e mondo non si riduce a sole ragioni biografiche e, anzi, corrisponde all’esito di una ricerca filosofica articolata e complessa, in cui sono presenti molti temi fondanti della poesia leopardiana: indifferenza degli dei, insensatezza della virtù e mancanza di armonia tra la condizione naturale e umana.
Tuttavia sono proprio le opere della poetessa a fornire dettagli incredibilmente importanti sulla sua personalità, non consueta per l’epoca in quanto donna. Ne emerge una figura femminile perfettamente inserita nel contesto aristocratico tardoarcaico a Lesbo e particolarmente attiva nello stesso. Per quanto questo sia imputabile all’apertura culturale del luogo, dovuta ai frequentissimi contatti commerciali col Medi Oriente, Saffo apporta qualcosa di nuovo e personalissimo al modo di fare poesia preesistente. È nell’ambiente del Tìaso, una sorta di cenacolo intellettuale femminile, che queste peculiarità si manifestano e si esplicano in tutta la loro potenza. Le fanciulle che vi si recavano, infatti, sotto l’egida della propria insegnante, proprio Saffo, apprendevano per la prima volta i segreti di Afrodite ed erano educate ai valori che la società si aspettava interiorizzassero: raffinatezza, grazia, capacità di sedurre e danzare. Ed è ancora qui che l’amore finisce per configurarsi come un percorso di conoscenza reciproca, ha un significato paideutico ed è in questi termini che la poetica di Saffo si rivela innovativa. Se si considera il frammento 31 V, benché breve, si può, non troppo difficilmente, comprendere per quale motivo costituì un modello, variamente rielaborato, nel panorama poetico dei secoli successivi.

Mi sembra pari agli dei quell’uomo
che siede di fronte a te e vicino
e ascolta te che dolcemente parli
e ridi un riso che suscita desiderio.
Questa visione veramente mi ha turbato
il cuore nel petto:
appena ti guardo un breve istante,
nulla mi è più possibile dire,
ma la lingua mi si spezza e subito
un fuoco sottile i corre sotto la pelle
e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie
e su me sudore si spande e un tremito
mi afferra tutta e sono più verde dell’erba
e poco lontana da morte sembro a me stessa.
Ma tutto si può sopportare poiché

La logica di questo carme è stringente e modernissima, vi si scorge, infatti, una vera e propria sintomatologia amorosa, scatenata dalla gelosia della poetessa nei confronti di una sua fanciulla sedotta e pronta a sposare un giovinetto, ed è stato innalzato dai critici a rango di poesia più nota dell’intera letteratura mondiale. In realtà molti degli elementi presentati dalla poetessa hanno una lunga tradizione all’interno della cultura greca stessa: la similitudine di uomo e dio, l’ottenebramento della vista che presagisce la morte, il sudore e il tremore sono chiaramente riscontrabili, in contesti differenti, in opere precedenti (si pensi ad Archiloco, fr. 191 W dove la nebbia B0ZstNGIcAALOtKottunde la vista e la molle anima abbandona il petto o anche al ben più antico Omero). Ma c’è un elemento non trascurabile che colloca Saffo ad un livello geniale di elaborazione: tutti i sintomi coinvolti sono introdotti nella sfera della passione con una particolare disposizione organica, a coppie, sulla scia di parallelismi e opposizioni costanti. Alla tachicardia corrisponde il tremito, all’afasia la lingua spezzata e al fuoco sotto la pelle, il sudore freddo. Questa sensazione di compiutezza, questi richiami continui affascinavano gli antichi e l’ode fu da subito destinata ad un grandioso successo, sia in Grecia sia altrove. A questo proposito non si può dimenticare il noto carme 51 di Catullo, il quale sancisce, seondo i critici, l’inizio della storia d’amore con Clodia; esso è, a proposito, senza dubbio molto allusivo rispetto al precedente greco. In primo luogo per il richiamo all’isola di Lesbo (la fanciulla che Catullo ama è presentata con lo pseudonimo di Lesbia) e in secondo luogo per la metrica, è infatti scritto in strofi saffiche. Ma la poesia del neoteros è troppo inficiata dalla sua situazione personale per apportare, a prorpia volta, qualcosa di originale e si ha, in effetti, quasi la sensazione che egli si serva del proprio modello. Tutt’altro discorso, infine, per la meravigliosa e riverente tradizione di letture di epoca moderna, che dimostra come, nemmeno a distanza di millenni, si può prescindere dalla sublime ode della poetessa. Tra tutte le raffinate e lodevoli versioni si riporta, come esempio, solo ed esclusivamente per il gusto personale di chi scrive, quella del Foscolo. Essa costituisce l’ultima delle tre traduzioni artistiche condotte su tentativi giovanili, cui il poeta allude nell’Ortis (3 dicembre 1797), e che attribuisce a Jacopo. Traduzione e potenza dei sentimenti si fondono qui e incontrano il gusto neoclassico e lo spirito romantico del poeta; ancora una volta il metro è la strofe saffica, italiana.

Quei parmi in cielo fra gli Dei, se accanto
Ti siede, e vede il tuo bel riso, e sente
I dolci detti e l’amoroso canto! –
A me repente
Con più tumulto il core urta nel petto:
More la voce, mentre ch’io ti miro,
Sulla mia lingua: nelle fauci stretto
Geme il sospiro.
Serpe la fiamma entro il mio sangue, ed ardo:
Un indistinto tintinnio m’ingombra
Gli orecchi, e sogno: mi s’innalza al guardo
Torbida l’ombra.
E tutta molle d’un sudor di gelo,
E smorta i viso come erba che langue,
Tremo e fremo di brividi, ed anelo
Tacita, esangue.

L’ordine di apparizione dei sintomi è sempre il medesimo, ma il merito del poeta è di aver mantenuto, attraverso una scelta di termini appropriati, la liricità e la passionalità di cui il componimento antico è intriso. Basti per tutti questo esempio, quello del cuore che “a me repente […] urta nel petto” e che costituisce un punto di incontro evidente e compiuto tra l’antico sentimento e la potenza ruggente del sensucht romantico.
Dunque, alla luce di quanto detto, si può affermare che il modello antico, insuperabile e sublime è davvero rimasto tale e che, in una società alquanto misogina e rigidamente organizzata, come era quella greca tardoarcaica, fu invece una donna a porsi come pioniere nella descrizione e nel racconto del sentimento d’amore.