Marco Cicirello
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Scrivere tra gloria e caricatura. Il Café Gijón di Francisco Umbral

Scrivere tra gloria e caricatura. Il Café Gijón di Francisco Umbral

Nelle pagine di La notte che arrivai al Café Gijón, Francisco Umbral dipinge un grande affresco che potremmo definire ossimorico. Ritraendo i protagonisti della cultura spagnola del primo ’900, l’autore ne rivela la grandezza e insieme l’umanissima meschinità: «un’immortalità equivoca e felice, pezzente e di buona fede».

Partiamo dallo scrittore: Francisco Umbral, meglio noto come Paco, cardine della letteratura spagnola di cui scatta una panoramica unica nel suo genere in questo libro tradotto da Giuliana Calabrese e pubblicato da Settecolori. Una scelta editoriale che racconta la Spagna del ’900 a chi la conosce poco, mentre a chi già l’ha frequentata (sui libri e non solo) rivela uno dei suoi luoghi più importanti, il Cafè Gijón, che negli anni ’50 ospita le ascese, le glorie e le cadute dei più grandi nomi delle lettere e delle arti di quel tempo. Qui si radunano poeti e prosatori tra la devozione di chi li osanna e le maldicenze di chi li odia, né mancano modelle e attrici che portano alla ribalta il mondo dello spettacolo. Sono gli anni in cui frana lentamente la già discutibile cortina che la dittatura di Franco aveva innalzato attorno alla Spagna.

 
Paco Umbral è nato non lontano da Madrid, ma la sua Valladolid è distante dall’Olimpo del Gijón. La notte in cui vi entra per la prima volta, gli apollinei sono abbacinanti. Li conosciamo in un intrecciarsi di ricordi tra i tavoli di questo Café che sembra estendersi all’infinito come le sue tertulias, cioè i cenacoli che lo riempiono. Uno per uno Umbral ne rivela luci e ombre. Perché questo Côté de Guermantes dell’arte spagnola è anche un luogo di delusioni, di falsi miti. Pochi sono i veri scrittori, tanti gli idoli che nel loro crepuscolo illuminano i pochi che hanno saputo intendere la letteratura come vocazione. E se Umbral è capace con le sue terribili pennellate di restituire ritratti così umani, è perché di quel mondo egli stesso è un astro nascente, ammaliato dal fascino e dalle disfatte di una vita un po’ bohemiénne: il Cafè, le stanze in pensioni fatiscenti, le passioni irrisolte, la salute precaria che per il vero letterato è quasi un suggello.

Paco Umbral è stato un instancabile frequentatore, oltre che prolifico scrittore. I personaggi del Gijón li ha conosciuti bene, li ha scandagliati uno per uno col suo sguardo critico. Alcuni dei suoi ritratti sono taglienti, altri divertenti, nessuno rimane nell’ombra perché la cura di Umbral per i dettagli è quasi maniacale. C’è Luis de Castresana, per esempio, «ormai dedito a una pittura tra il naïf e il domenicale», o Eusebio García Luengo, che

invecchiava gli abiti da dentro verso fuori, comunicava loro la sua stanchezza, il suo sfilacciamento d’anima, il suo scetticismo. […] teorizzante di facciata e filosofo casuale […] era un conversatore affascinante, originale, inaspettato e d’ampio respiro.

Umbral lima e giustappone tutti gli elementi del periodo per creare una composizione che trascina col ritmo e l’immaginazione, anche quando si tratta di un’implacabile stroncatura:

Baroja è una portinaia. Racconta un mucchio di pettegolezzi e li racconta come una portinaia. È chiaro che un romanzo possa e debba essere scritto con qualche diceria. Proust è pieno di pettegolezzi. Poi tutto consiste nella filatura che lo scrittore conferisce alle chiacchiere. La filatura di Baroja, come dico, è da portinaia.

Questo libro dal fascino delle creature ibride, in parte saggio, in parte mémoir, soprattutto nella seconda parte si rivela romanzo di formazione, perché frequentare il Café Gijón vuol dire per Umbral definire la sua vocazione, riconoscere i valori e le ragioni dello scrivere:

Lo scrittore racconta storie a se stesso, come un personaggio di Beckett. […] L’insensatezza della letteratura – per quanto la si sia voluta rendere trascendentale mediante la politica, la cultura, la morale o altre invenzioni – è un’insensatezza radicale che non fa altro che duplicare l’insensatezza della vita. Tutto questo lo vedevo allo stato puro nello scrittore puro […]

Riconoscere i falsi miti non è solo una questione di stile, ma diventa per Umbral uno strumento per capire chi essere come scrittore. Mentre il franchismo appassisce, la cultura spagnola cerca i propri riferimenti nella sua stessa storia e in quella delle tradizioni vicine. È un laboratorio di idee, tendenze, reciproche influenze e critiche, in cui Umbral mantiene la propria indipendenza di giudizio. Inizia a frequentare le tertulias di poeti, poi si accosta ai romanzieri. Questo percorso restituisce a chi legge l’occasione per studiare la formazione di uno scrittore nelle sue stesse memorie.

Il tempo è il giudice che sancisce l’inizio e la fine di ogni gloria terrena. La sfida, secondo Umbral, è ingannare questo infallibile giudice, andare oltre la caducità delle mode e dei successi effimeri. Aver conosciuto il Café Gijón vuol dire desiderare di sopravvivergli attraverso la scrittura:

Non so se ci siano ripetizioni nel mio libro, ma forse mi piacerebbe che ci fossero perché gli ho voluto conferire il tono un po’ confusionario e roteante della vita nel Caffé, quella vita racchiusa tra specchi e folle di conversazioni che ritengo defunta per sempre quando leggo, mentre scrivo queste pagine, che l’architetto che ristrutturò il Gijón dopo la guerra è appena morto.