Sara Gargano
pubblicato 3 mesi fa in L'angolo russo

“Straniera” di Sergej Dovlatov

«Qualsiasi riferimento a fatti o persone realmente esistiti è da ritenersi puramente casuale»

“Straniera” di Sergej Dovlatov

– E potrei farle una domanda come si suol dire privata?

– Cioè?

– Per dirla in breve… indiscreta… Com’è accaduto che lei, egregia Marija Fёdorovna, ora si trovi in Occidente?

–  Per idiozia –  aveva risposto Marusja.

Ancora una volta emigrazione, ancora una volta una piccola Russia ricreata altrove, ormai entrambe affatto estranee agli assidui frequentatori di questo nostro angolo russo. Stavolta, però, nessuna imposizione, nessuna persecuzione. A dire il vero, alla base della decisione di Marija Fёdorovna Tatarovič, fortunata figlia della nomenklatura leningradese, non c’era proprio nulla… e anche ci fosse stato un qualcosa, di sicuro lei non aveva la più pallida idea di cosa fosse. Allora mi correggo: qui non parliamo d’emigrazione ma di emigrazioni, avvalendoci di un plurale inclusivo che tenga in considerazione le vicende personali di ciascuno e, paradossalmente, inserisca questa a-storica scelta di Marusja nella «terza ondata» della diaspora russa.

Marusja cominciò a pensare all’emigrazione. Innanzitutto era di moda. Praticamente ogni essere pensante aveva nel cassetto un visto per Israele. Di tanto in tanto emigravano conoscenti del mondo della cultura. […] Per farla breve, negli ambienti artistici, il problema dell’emigrazione era all’ordine del giorno. E Marusja ci pensava sempre più spesso.

Esasperazione, capriccio o sete d’avventura… una cosa è certa: privilegiata sin dalla nascita, a parte qualche disastrosa vicenda sentimentale, Marusja viveva serenamente in Unione Sovietica assieme al figlio Lёvuška, senza particolari preoccupazioni politiche, né tantomeno economiche. Ecco spiegata la ragione per cui, quando viene interrogata sul perché abbia lasciato la patria, la sola risposta che sia in grado di formulare è «non so… Sono stata scema…».

Si ha la sensazione che per alcune persone la patria sia qualcosa di simile a una variabile: mi vien voglia, me ne vado; ci ripenso, torno indietro. Come ci si trovasse in un alimentari o meglio ancora in un mercato.

Palcoscenico per l’umorismo intelligente, sottile ma trasparente di Sergej Dovlatov, Straniera (Inostranka, pubblicato nel 1986 dal «Newyorker» e tradotto da Laura Salmon per Sellerio nel 1990) è un bozzetto sarcastico e dissacrante, straboccante di sfrontati stereotipi culturali, scritto con estrema schiettezza in un linguaggio autenticamente giornaliero, come sottolinea la stessa traduttrice. Ambientata a New York negli anni Ottanta o, meglio, in una “non Leningrado” – martellante promemoria che risuona come la metallica voce di un annuncio di un grande magazzino – questa novella è un prototipo di Russia oltreconfine con ogni irrinunciabile must have di una colonia che si rispetti.

Noi abbiamo negozi russi, asili, fotografi e parrucchieri russi. C’è un’agenzia di viaggi russa. Ci sono avvocati russi, scrittori, medici ed agenti immobiliari russi. Ci sono gangster e matti russi, prostitute russe. C’è persino un suonatore cieco russo.

Per le vie della Grande Mela, scaraventato nel limbo tra menzogna romantica e verità romanzesca – per dirlo alla Girard –, il lettore finisce per domandarsi se siano i personaggi a prender vita, o se sia l’autore stesso a farsi inghiottire di sorpresa dalla carta stampata, preoccupato per le sorti dell’amica a tal punto da sostituire l’epilogo con una lettera a lei.

E si continuava pur sempre ad aspettare qualcuno. Ed io, ad esser sincero, intuisco chi stessero aspettando. L’autore in persona. Ed ecco che arrivammo io mia moglie e mia figlia. E Marusja improvvisamente scoppiò a piangere.

Nella terra delle illusioni, nel caos di suoni e colori del melting pot newyorkese, Marusja sperimenta lavoretti improbabili e cattura l’attenzione dell’«opinione pubblica, pardon, gli emigrati». La giovane donna si rivela via via un pretesto per la proiezione di uno sfondo, di un «noi» composto da sei edifici costruiti attorno a un supermarket, un’intera brulicante società trapiantata lungo la Centottava Strada che, sin dalle battute iniziali, invade il campo, guadagna spazio come orgogliosa e prepotente star del racconto e non solo…

Da noi gli abitanti del posto sono considerati alla stregua di stranieri. Se sentiamo parlare inglese, ci mettiamo subito in guardia. […] Verso gli americani nutriamo un sentimento complesso. Non saprei neppur dire se sia più d’indulgenza o di devozione. Ci fanno pena, come irragionevoli bambini spensierati.

Materializzatosi dal nulla nella combriccola russa, appare un sud-americano marxista, bonaccione incolto, figura quasi mitologica di bambino gigante che confonde Lenin con Tolstoj e Tolstoj con Solženicyn e che, inspiegabilmente, conquista il cuore di Marusja e un posto d’onore nella colonia. Buffo e grottesco personaggio dall’instancabile desiderio sessuale e dall’insaziabile voglia di tirar fuori denaro da idee bislacche, Rafael è l’ingrediente segreto per la riuscita dell’opera, l’elemento straniante senza cui le pagine di Straniera diventerebbero una piatta riproduzione della vita in patria.

Ma guardati attorno. Parlo dei nostri emigranti: in fondo sono tutti in tournée; hanno tutti a disposizione due rubli e quaranta. Quasi quasi è davvero meglio Rafael con il suo, come lo chiama, amore…

Sarà proprio Rafael, la cui storia con Musja è annunciata già nelle prime righe della novella, a imporre un’originalissima e vitalizzante direzione all’esperienza della giovane emigrata, aprendo le danze a una serie di disavventure dalla comicità irriverente e dalla veridicità incerta. Per quanto assurda risulti una loro concretizzazione, l’apice viene raggiunto con la comparsa di Lolo, pappagallo dalle piume variopinte sotto le quali si nascondono strati di significati nascosti che sta al lettore cogliere.

Lolo aveva la statura di un pollo. Era verde con un pennacchio rosso, le basette arancioni ed un becco nero da sparviero. […] Dopo averci omaggiato del suo tesoro, Lolo emise un gridolino vanitoso. Poi iniziò a cicalare con aria scontenta:

Scit, scit, scit, scit, scit, fak, fak, fak, fak, fak.

Ma non vi trattengo oltre… correte a conoscere Lolo prima che voli via…