Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura

Su “Leggenda privata” di Michele Mari

Su “Leggenda privata” di Michele Mari

Si può parlare di un libro come Leggenda privata? Come è possibile anche solo spiegare per quali motivi è un buon libro e per quali ragioni vale la pena leggerlo? È un libro che va oltre l’intimità di una autobiografia, oltre anche le confessioni di un’intervista, rimane sotto il livello dell’empatia, non ti permette di provarla e non ti lascia simpatizzare con nessun personaggio.

Perché è quindi così importante? E non solo: perché è così bello? Pubblicato nel 2017, Leggenda privata non pretende la ribalta delle vetrine delle librerie, appare in silenzio sullo scaffale dedicato alla M: M. Mari. Non che non avesse bisogno di un po’ di eco, intendiamoci. Rimane un libro specialistico e anche abbastanza di nicchia, scritto con perifrasi difficili e citazioni complesse, tale da poter essere di estremo interesse per i cultori (o i presunti tali) della materia. Il problema del libro, che poi è anche la rivincita di Mari, è che appare dopo tutti gli altri; ad esempio, le Cento poesie d’amore a Ladyhawke sono ormai conosciute a memoria, fotografate e pubblicate ovunque, Rosso Floyd e Roderick Duddle sono già stati ristampati nei tascabili più volte. Qualche stralcio autobiografico era già apparso, a partire da Tu, sanguinosa infanzia (1997), ma la differenza di Leggenda privata rispetto a tutto il corpus dell’opera dell’autore è che non esiste una trama, non c’è storia dentro questo libro, c’è solo la confessione.

Le vicende che sono raccontate coprono l’infanzia di Mari dai primi anni di scuola fino ai vent’anni circa. Sono avvenimenti sparpagliati e commentati da lui adulto, nella cui mente tutto si mischia e tutto rimanda ad altro. La linea del tempo di ciò che succede è solo immaginata dal lettore attento; per il resto, le uniche sequenze che danno uniformità al libro sono gli incontri ultraterreni (ultracorporali?) con gli Accademici e la loro cricca di esseri immaginifici. Sono gli Accademici che hanno obbligato l’autore a scrivere la sua autobiografia, sono loro a minacciarlo durante la notte mandando a spaventarlo i loro adepti: la Vecchia, Quello che Gorgoglia, il Mucògeno…

Queste scene, che solo verso il finale ci appaiono così assurde da poter essere dei sogni (i sogni di un Mari adulto e ossessionato da quello che è stato e perciò irrimediabile), sono le visioni e l’immaginario di un bambino sveglio, ma tormentato. Sono le lenti attraverso cui ci vengono raccontati tutti gli altri personaggi: la mamma Gabriela (detta Ièlla, profeticamente?), il papà Enzo (il “mago del design”), la sorella Agostina, la Dirce e la Velia (le serve), i nonni, la Donatella-Ivana-Loretta (lo “zoccolo”), e gli altri. Il loro speciale lessico famigliare accompagna e spiega l’iniziazione – o la condanna – di Michele Mari alla letteratura, «quando mi prendeva vaghezza di recuperare un po’ della mia anima andavo a cercarmela là dove l’avevo nascosta, nei libri. […] finché, presa l’abitudine di recuperarne troppa, di roba, per far prima a nasconderla ho cominciato a sbatterla in grandi quantità dentro a libri che mi sono messo a scrivere io, appositamente. Ecco, fine della dinamica».

Così, brevemente e senza che gli venga dato troppo peso, tra fumetti rubati agli amici e libricini rilegati a mano, viene spiegato il vero e unico motivo di salvezza; un peso gigante viene invece dato a tutto il corredo che ha permesso all’autore di scrivere e farsi leggere: il comportamento del padre, l’amore nascosto della madre, il lago e la casa delle vacanze estive, la sporcizia della “serva”, e soprattutto gli zoccoli duri calzati dalla Donatella-Ivana-Loretta, simbolo unico del desiderio. Questo è quello che ci spiega Mari in Leggenda privata: che non bisogna per forza essere lontani parenti acquisiti di Montale o conoscenti di Buzzati per scrivere bene un libro, bisogna interiorizzare le esperienze quotidiane, spesso svilenti, raramente benefiche.

Di queste esperienze si nutre il libro, aneddoti ridicoli al limite della vergogna che ci fanno molto spesso compatire il bambino che Mari è stato. Un ricettacolo di brutte figure e ricordi imbarazzanti che hanno dato nome alla storia: la leggenda è privata, non pubblica, al contrario di qualunque leggenda che sia per definizione tale. È privata perché il lettore non c’entra nulla, è solo un caso che la stia leggendo, è un intruso che mano a mano che il libro procede si sente sempre più di troppo, provando quella vergogna che l’autore ha provato spesso a causa degli avvenimenti che racconta. La sua è stata un’infanzia privata, nel senso che è stata priva di compassione e di simpatia. Questa è l’unica cosa che si può dire riguardo al libro. Che i primi vent’anni di Michele Mari sono stati le incursioni notturne della Vecchia, le minacce sussurrate dei Ciechi, le polluzioni inscenate da Quello che Gorgoglia; è a loro che vanno la colpa e il merito di aver iniziato l’autore alla scrittura di questo e di tutti gli altri libri. Sono loro gli Ultracorpi che rendono questa Leggenda privata un po’ più pubblica, perché riescono a renderla accessibile. Essi, non avendo nome, sono gli incubi di un ragazzino che si può chiamare Michele Mari, ma che può anche essere chiunque altro.

La differenza è che l’obbligo alla scrittura, al “nero su bianco” che parli della vita, viene da dentro, non si manifesta mai di giorno, con chiarezza, magari nelle parole di chi amiamo. È un obbligo che Mari da piccolo ha sognato spesso. Ogni incubo è descritto nell’opera tra puntini di sospensione, per fare in modo che si riallacci a tutto quello che è venuto prima e a quello che verrà dopo; non è mai un singolo episodio, una singola ansia, è una catena ininterrotta di consapevolezza che l’autore inventa per giustificare in maniera eccezionale quello che altrimenti una vita come la sua avrebbe definito “percorso obbligato”. Leggenda privata non è un’autobiografia, è un memorandum per chiunque dica che non si può essere poeti o scrittori senza mai essere stati tristi.

di Sara Catalano