Ludovica Valentino
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

Ufficio salti mortali

l’esordio narrativo di Enrico Morello

Ufficio salti mortali

Arturo Speranza fa l’avvocato, differenza significativa rispetto all’esserlo. Il suo studio, una volta ambiente lavorativo di un apprezzato professionista, è diventato ora un triste ufficio adibito ai quotidiani salti mortali che il protagonista si trova costretto a fare per riuscire a sopravvivere.

Speranza infatti, nome parlante che molto ha da dirci a proposito dell’indole di questo protagonista, è un uomo di mezza età che sembra spendere la sua intera esistenza arrovellandosi per trovare mezzi sempre più fantasiosi, e talvolta fin discutibili, per non svelare agli altri, famiglia e società, il suo inconfessabile segreto

L’orrenda verità, che Speranza tenta goffamente di mascherare, è la scoperta della povertà. Le entrate sono sempre meno, così come i clienti, mentre i debiti aumentano sostenuti da creditori sempre più arrabbiati e incalzanti. Ma Arturo non può permettersi il lusso di essere povero. Nessuno assumerebbe un avvocato indigente; moglie, ex moglie e figli sono abituati a un certo tenore di vita, quindi è meglio continuare a fingere e fare finta di niente accumulando debiti ovunque ma continuando a condurre una vita apparentemente agiata. Il confine rimane labile e non si capisce mai fino in fondo per quale ragione, e soprattutto per chi, Arturo stia continuando a realizzare queste penose evoluzioni esistenziali.

Invece di saldare i debiti, continua a comportarsi da ricco e spendere soldi. Si crea quindi un circolo vizioso mortificante e la narrazione in prima persona rivela la presenza totalizzante dei soldi nei pensieri del protagonista che sente l’obbligo di impersonare un ruolo ormai fittizio conquistato faticosamente una menzogna dopo l’altra. Morello racconta molto bene l’angoscia prodotta da questa idea fissa che tormenta il protagonista attraverso un continuo richiamo al denaro, ai debiti e ai creditori che affollano la vita e i pensieri di Arturo.

Tutto sembra volgere al meglio quando improvvisamente ricompare Pio, amico e compagno di liceo che si è guadagnato una fortuna all’estero in maniera non del tutto trasparente. Questi affiderà a Speranza le sorti del suo impero finanziario promettendo tacitamente un nuovo inizio per il protagonista, ma la narrazione ha ancora tanto da offrire e la soluzione ai problemi di Speranza non è così facilmente accessibile. 

Morello racconta il cambio di prospettive di un uomo e attraverso questo descrive la nuova povertà, il prodotto di una crisi che ha modificato il volto dell’indigenza generando una moltitudine di inaspettati e segreti miserabili che nascondono la loro condizione mascherandosi da persone rispettabili e abbienti che non trovano il coraggio e lo spazio per manifestare le loro segrete difficoltà.

Gli ambienti privilegiati di una Torino per bene fanno da sfondo a un continuo gioco di ruolo che coinvolge una serie di professionisti che condividono la stessa sorte di Arturo. Il circolo sportivo diventa quindi il luogo preposto all’interno del quale scambiarsi ripetuti convenevoli privi di significato, dove tutti si salutano sorridendo e manifestando benessere, consapevoli delle proprie reali condizioni e soprattutto al corrente di trovarsi di fronte a chi ne condivide quotidianamente i medesimi struggimenti.

La narrazione lascia largo spazio alla riflessione sull’apparenza e sulla necessità di impersonare un ruolo nella società così come nei contesti più intimi e famigliari. Quando Morello descrive gli ambienti lavorativi, gli uffici brulicano di persone dal volto sfocato che si potrebbero immaginare come vuoti completi da lavoro declinati in grigio che si trascinano senza peso da un luogo all’altro trasportando plichi di documenti e pratiche da sbrigare. Le aziende si concretizzano idealmente come entità vuote che le banche analizzano freddamente in base a numeri e dati, facendo sì che la componente umana scompaia completamente dall’orizzonte narrativo.

Arturo Speranza è un’intera generazione dalle tradite aspettative che, disillusa e in difficoltà, tenta di guadagnare un nuovo posto nella società a costo di fare i salti mortali pur di conservare l’autorevolezza e il prestigio di un ruolo che tutti sanno essere cambiato, ma la cui trasformazione nessuno ha il coraggio di ammettere.

Enrico Morello ha gentilmente accettato di rispondere ad alcune domande a proposito del suo romanzo di esordio.

Si tratta di un esordio narrativo sicuramente molto legato alla professione di avvocato. L’idea di scrivere un romanzo si è manifestata all’improvviso e in maniera inaspettata? Pensa che il mestiere dello scrittore possa nascere spontaneamente o abbia necessità di essere coltivato nella quotidianità attraverso il tempo?

L’esordio è stato quanto mai inaspettato anche per me, semplicemente una sera mi sono messo a scrivere e da li è cominciato tutto. Non credo che esista “il mestiere dello scrittore”, o per meglio dire penso che ci siano tantissimi tipi differenti di scrittori, chi ad esempio quando inizia un libro si preoccupa di costruire  come prima cosa una solida scaletta, e chi invece come me improvvisa di volta in volta e non sa mai cosa e se scriverà il giorno dopo Non credo affatto che il mestiere dello scrittore debba essere coltivato, se non a prezzo di uniformare un po’ tutti i libri e fargli perdere quel carattere originale che invece dovrebbe contraddistinguerli in modo da lasciar emergere la voce di ogni singolo autore.

In che misura il suo romanzo racconta la realtà di una città come Torino, storicamente operosa, ma recentemente un po’ assopita?

Credo che il mio romanzo non sia particolarmente legato a Torino, direi anzi che si potrebbe trattare di qualunque grande città del nord italia. Torino purtroppo in questo ultimo periodo sta vedendo via via  svanire l’effetto olimpiade, quella carica legata all’avvenimento sportivo del 2006 che aveva contagiato un po’ tutta la città negli anni avvenire. È un peccato.

Possiamo immaginare che dietro al personaggio dell’Avvocato Speranza si celi almeno parte della sua esperienza autobiografica. Si sente anche lei un po’ parte di una generazione disillusa e tradita da promesse non sempre mantenute?

È ovvio che dietro a Speranza ci sia molta della mia esperienza sia umana che professionale, sino a che punto per comprensibili ragioni preferirei non svelarlo ed in fondo non credo sia così importante. Mi sento parte di una generazione che si è trovata spiazzata o almeno  poco preparata ai grandi cambiamenti  che si sono verificati in questi ultimi anni, questo si.

Pio appare come un personaggio difficilmente inquadrabile, il cui comportamento determina un costante slittamento nel giudizio che può avere di lui il lettore. Qual è il suo vero ruolo all’interno della dinamica narrativa? Come si era immaginato che potesse incidere sulla realtà di Speranza?

Pio lo ho descritto come effettivamente credo che sia, un personaggio difficile da inquadrare, forse impossibile, e mi è sembrato giusto rendergli onore riconoscendogli non solo i comportamenti che reputo negativi ma anche il molto che ha di buono. Certamente è un personaggio geniale e a suo modo affascinante, inutile almeno per me cercare di catalogarlo o  ridurlo in uno stereotipo. La mia esigenza di scrivere, del resto, è sorta per reagire a due separazioni, una familiare e una legata ad un rapporto di amicizia al quale credevo molto. Scrivere è stato il mio modo di dire delle cose che non avevo mai detto a diverse persone che mi sono vicino, dai miei figli che al tempo erano troppo piccoli a mio padre che purtroppo non c’è più. In questo la scrittura per me ha avuto un insostituibile valore terapeutico ed è servita, come si dice, a mettere ordine nella mia casa e forse anche nella mia vita.

Di professionisti convertiti alla letteratura la nostra tradizione ne conta molti. In che modo pensa che il suo mestiere di avvocato abbia potuto arricchire la sua scrittura e il suo romanzo?

Penso che gli avvocati, così come molti altri professionisti, siano abituati a usare la scrittura. Da questo punto di vista credo che  siamo favoriti rispetto ad altri. Poi il bello dei libri è che ognuno ci può mettere dentro quello che vuole nel modo che vuole, per questo  mi sembra che la libertà di poter scrivere sia trasversale a qualunque tipo di professione si faccia, chiunque può provarci purché abbia una storia da raccontare e trovi il modo giusto per farlo.

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