Susanna Ralaima
pubblicato 2 mesi fa in Letteratura

Un tentativo di entrare “Nel magma” di Mario Luzi

accenni di riflessione su L’uno e l’altro e In due

Un tentativo di entrare “Nel magma” di Mario Luzi

Nel 1963 per la casa editrice milanese All’insegna del pesce d’oro Mario Luzi pubblica Nel magma. Il libro racchiude undici poesie, per un totale di quaranta pagine. Nel 1966 Garzanti ne pubblica una versione accresciuta dalla sezione Postille, contenente altri sette componimenti.

A questa altezza cronologica Luzi ha già pubblicato otto raccolte, talvolta dalle tinte ermetiche – in particolare l’esordio, La barca (1935) – e romantiche, pervase da un sotteso cattolicesimo. Con Nel magma invece stravolge la sua poetica.

L’autore scrive queste poesie di getto, con una rapidità creativa che non ha pari, senza neanche progettarle, come preso da un’ispirazione metapsichica: «cominciai a sentire queste voci che in qualche modo cercavano di contendersi e nello stesso tempo cercavano di essere ascoltate», dirà lo stesso Luzi.

Nel marzo del 1963 dichiara a Sereni per lettera: «Caro Vittorio, ecco dunque i versi. Quando li avrai letti capirai perché ho aspettato tanto a decidermi a riprenderli in mano e copiarli. Sono stato trascinato a scriverli al di là di ogni ragionevole previsione. A rileggerli sono rimasto di nuovo sottilmente stregato. Non li conosce nessuno. Io stesso non ho termini di confronto per giudicarli».

Luzi pare scosso dai suoi componimenti, incapace perfino di esprimere un commento, e aspetta un parere dal poeta e amico – che li pubblicherà sulla rivista «Questo e altro», fondata un anno prima con Niccolò Gallo, Dante Isella e Geno Pampaloni. 

Nel magma è davvero un’opera che incanta finemente, senz’altro una delle raccolte italiane più importanti del secolo scorso. L’uomo è rappresentato in quanto tale nel suo quotidiano e l’io diventa il protagonista, anche chiamato per nome – Mario, autor e agens –, còlto mentre affronta le varie crisi dell’esistenza, tra un resistere e una delusione politica, un antagonismo sfrenato e la sofferenza inenarrabile della malattia, calato in una vita anche monotona, «tra color che son sospesi», per citare Dante. Non a caso, come nota Stefano Verdino, il più importante commentatore e esegeta di Luzi, Nel magma è la sua raccolta più smaccatamente dantesca, e come gli confesserà lo stesso poeta «Non è un mondo di dannati, ma di gente sospesa e disorientata; il valore etico è purgatoriale, ma la realtà ha colori decisamente infernali».

Accanto agli avversari, i giudici e i compagni descritti, nelle schiere di figure che compongono le cornici universali della raccolta, ci sono anche una serie di donne: talvolta vengono sovrapposte, e la valenza salvifica à la Beatrice si intreccia quasi a quella di una Matelda; a volte invece sono un amore platonico lontano, irraggiungibile; oppure si perdono, si sfiorano appena, si sublimano, si smettono di amare.

Sono soprattutto due le poesie in cui Luzi mette in luce la crisi di coppia, tra tutti gli smarrimenti oscuri, le incomunicabilità e le inquietudini: L’uno e l’altro e In due.

In L’uno e l’altro ci sono un lui, una lei e l’io.

Lui «sposta con solennità la mano tra il volante e il cambio». Sono in automobile – colpisce questa subitanea presenza del moderno, comune a tutta la raccolta e così distante dal solito Luzi –, diretti chissà dove. Parlano del rimanere fedeli: più che altro lui, che è dubbioso nel suo essere in torto, dice che questo unirsi dovrà pure contare qualcosa, questo legarsi di persone, esistenze e destini. Lei lo asseconda e poi rimangono in silenzio. Dopo l’ennesimo «Certo» di lei, di sufficienza, si approda a un silenzio, «lungo / per me più che per loro». L’io infatti assiste alla scena, voyeur di infelicità coniugale, e sconcertato si domanda allora chi sia il vero grande assente. «È l’amore, l’amore che manca / se ne aveste notizia / o se aveste coraggio a nominarlo»: ma lo stesso io non dice nulla, e pavido confessa la sua epifania soltanto a sé, prima che un opossum, una sorta di spettro medianico, gli oscuri la vista.

Forse il primo grande assente è la comunicazione, anche se ho controllato: non c’è un solo componimento della raccolta che non contenga un dialogo. Nel magma i personaggi parlano di continuo anche quando, a una voce che gli chiede dove si trovi il cuore della sua città, l’io ammette «non so che rispondere», o quando la donna di D’intesa «continua senza parole».

E infatti anche In due si apre con una battuta dialogica.

«Aiutami» dice lei. Luzi esordisce nel pieno della crisi di coppia: non sarà stata questa la prima cosa che ha detto lei, in un sussurro o con un grido: chissà da quanto tempo stanno litigando, chissà quali altre recriminazioni e accuse ci sono state prima di questa richiesta di soccorso. Lei – e me la immagino bella nella disperazione – nasconde il viso «tirato, roso da una gelosia senile» tra le dita. Non so se è avanti con gli anni, o se è solo la gelosia volgarmente borghese che la fa apparire più vecchia: è curioso però che le parole dell’altra lei, quella di L’uno e l’altro, fossero accompagnate da un «gemito e lo schiocco di dentiera smossa».

Questa lei invece parla dietro le sue mani e le parole arrivano un po’ ovattate, distorte, e il suo interlocutore non è un lui, ma l’io, vittima e carnefice del rapporto.

Ancora una volta l’io pensa tra sé e sé, non parla: «“L’amore snaturato, l’amore infedele al suo principio” / rifletto, e aduno le potenze della mente / in un punto solo tra desiderio e ricordo / e penso non a lei / ma al viaggio con lei tra cielo e terra / per una strada d’altipiano che taglia / la coltre d’erba brucata da pochi armenti».

Che questi due siano gli stessi lei e io di L’uno e l’altro, e che sia quel viaggio in automobile con un lui quello che ora ricorda con nostalgia, al posto di risponderle?

Lei è a disagio, sofferente nel silenzio che si è creato, e glielo fa notare – o meglio, le sue «labbra tormentose / schiacciate contro i denti» glielo fanno notare, in una metonimia dolorosa e precisa. Ma l’io che pensa e non parla è lontano, con la mente desidera la donna «com’era in altri tempi, in altri versanti», non quella che ha davanti. Forse sono al capolinea.

«Perché difendere un amore distorto dal suo fine, / quando non è più crescita / né moltiplicazione gioiosa d’ogni bene, / ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere / ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da un brivido, / a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo.

L’io non ha detto nulla, non ha trovato le parole: come l’altro io aveva parlato soltanto dentro di sé in automobile, questo io si è posto degli interrogativi che non ha concretizzato, e che ora non si pone neanche più. Ma lei parla ancora, come se avesse sentito la domanda che non è arrivata, quasi una Pizia sconfitta: «“Anche questo è amore, quando avrai imparato a ravvisarlo / in questa specie dimessa, / in questo aspetto avvilito” mi rispondono, e un poco ne ho paura / un po’ vergogna, quelle mani ossute / e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito / spicciando».

Scriveva Barthes in uno dei suoi Frammenti di un discorso amoroso: «Pensiero razionale: tutto si aggiusta – ma tutto ha una fine. Pensiero amoroso: niente si aggiusta – e tuttavia le cose vanno avanti lo stesso». Forse vale anche per loro.

Vorrei tornare di nuovo su Sereni, che il 5 maggio 1963 a Luzi risponde così: «Ricorderai che volevo scriverti più a lungo per le poesie. Non ce l’ho fatta, non ce la faccio nemmeno ora. Ripeto che ne sono stato ammirato, ma non è vero solo questo: confesso di esserne rimasto sconvolto. Aggiungo che sono entrato in crisi – non benefica, in quel momento; forse benefica a distanza […]».

Una delle cose che turba di più lo scrittore di Luino è che Luzi ha saputo tradurre in parole quello che lui immaginava come punto di arrivo della sua stessa poesia. «Pensa a come eravamo “diversi”, pur se affettivamente vicini, nel ’40, ancora dopo il ’45 e pensa ad ora. Se non addirittura sullo stesso terreno, siamo su terreni straordinariamente simili».

Due anni più tardi Sereni pubblicherà per Einaudi Gli strumenti umani, probabilmente la raccolta più profonda e completa di tutto il suo percorso, un altro caposaldo della poesia italiana novecentesca – anche questo all’insegna del dialogo e della (in)comunicabilità, come testimonia l’incipit della splendida Via Scarlatti, ad apertura della raccolta: «Con non altri che te / è il colloquio». Tra quei versi si possono scoprire davvero il mondo, la vita umana, il contatto con l’altro, sé stessi.

Tra i bellissimi componimenti c’è anche La poesia è una passione?, un susseguirsi di concretezza e pensiero, di domande esistenziali e immagini. È un dire senz’altro diverso rispetto a quello luziano.

Ma nella prima lassa, in quella domenica immobile che vede Fausto Coppi protagonista – Sereni era appassionato di ciclismo – sembra di ritrovare, appena per un attimo, quei due lì, quelli del viaggio in macchina, del silenzio, del litigio tra le dita, che si amano ancora, hanno smesso o non si sono amati mai.

L’abbraccio che respinge e non unisce –

il mento fermo piantato sulla spalla

di lei, lo sguardo fisso e torvo:

storia d’altri e, già vecchia, di loro.

Moriva d’apprensione e gelosia

al punto di volersi morto, di volerlo

veramente, lì tra le braccia di lei.

Rabbiosamente non voleva sciogliersi.

Chi cederà per primo? La domenica

d’agosto era, fuori, al suo colmo

e tutta Italia sulle piazze

nei viali e nei bar ferma ai televisori…

Un gesto appena, – si disse – cerca d’essere uomo

e sarai fuori dalla stregata cerchia.

E, la convulsa stretta perdurando

(che lei d’istinto addoppiava),

alla cieca una mano errò sull’apparecchio, agì

sulla manopola: nella stanza

fu di colpo la gara, si frappose tra loro.