Culturificio
pubblicato 3 settimane fa in Interviste

Una conversazione con Aïcha Diarra

dalla scrittura, la mia lotta per i diritti umani

Una conversazione con Aïcha Diarra

Giovanissima attivista, scrittrice e editrice maliana, Aïcha ci racconta la sua terra d’origine, dove è nata e dove non abita più: la letteratura, la battaglia per le donne e i giovani e quelle ferite di cui nessuno parla mai.

Dopo il diploma di maturità classica, Aïcha Diarra ha conseguito la licenza in Marketing Tecnico Commerciale presso l’Institut Universitaire de Gestion di Bamako, poi un master in inglese presso la Faculty of Letters and Language Sciences e un Master di II livello – come diciamo qui in Italia – presso l’ECOB.

Poi un primo lavoro in un’agenzia di comunicazione, quindi in un’organizzazione umanitaria come Direttore Esecutivo e, infine, in una casa editrice come direttrice del dipartimento di comunicazione.

«Alla fine del 2018, ho deciso di tentare l’impresa dell’imprenditoria culturale e ho fondato Les Editions Gafé. È una casa editrice un po’ particolare, il suo scopo è promuovere la letteratura e la lingua maliana, che nessuno conosce. Mi batto per far sentire a tutti la voce del mio Paese e del mio popolo, in particolar modo dei giovani e delle donne, per sostenerli nel realizzare le loro profonde aspirazioni alla libertà, alla giustizia, all’equità sociale e al lavoro. E questa casa editrice è nata per loro.

Per lo stesso motivo, nel 2013, ho fondato l’Associazione Voix du Mali, al fine di incentivare l’istruzione e la cultura, e quindi di combattere ogni forma di discriminazione sociale e di violazione dei diritti umani. A voi potranno sembrare cose scontate, ma vi assicuro che in Mali non lo sono affatto».

Scelta – per il suo attivismo – come responsabile delle comunicazioni per la Fédération des Artistes du Mali (FEDAMA), il più grande centro culturale del Paese, Aïcha è stata anche una calciatrice. Anzi, campionessa del mondo under 14 in Norvegia. Una vittoria che il suo Paese non ha mai né riconosciuto né omaggiato. «Al nostro ritorno dal campionato, le autorità hanno fatto di tutto per far sparire ogni traccia, persino i video delle partite che avrebbero dovuto essere trasmessi sulla rete nazionale. Dopo quella delusione ho deciso di scrivere una raccolta di poesie, Les larmes de tombes, per denunciare l’ingiustizia che sentivo di aver subito, ma anche per condividere le mie paure, le mie ansie. Avevo solo 17 anni e sono diventata la più giovane scrittrice del Mali».

La passione per la scrittura – anzi, l’esigenza della scrittura – le è stata trasmessa da chi le ha permesso di crescere in una casa piena di libri. Quando non c’era scuola, dopo cena la famiglia si riuniva attorno al fuoco e, a turno, ognuno raccontava una storia di fantasia o di magia. In Mali chiamano questi racconti N’Ziri. Quelle storie, le parole e i gesti di chi le metteva in scena sono il ricordo più forte che Aicha ha della sua infanzia, il germoglio che ha alimentato la sua vena letteraria.

Deve essere nata così – «inconsciemment» dice lei – l’idea di scrivere: «Mi accorgevo che quelle fibre letterarie riaffioravano nella mia mente e mi ritrovavo a trascrivere questi pezzi di racconto nelle ultime pagine dei miei quaderni o su fogli sciolti che nessuno usava. Demain dès l’aube di Victor Hugo mi ha fatto scoprire la poesia e ho iniziato a scriverne di mie imitando questa.

La scrittura è strettamente connessa alla mia lotta. Fin da giovanissima sono stata proiettata su più fronti contemporaneamente: giustizia ed equità sociale, buon governo, cittadinanza ed emancipazione delle donne. Se cresci in un Paese come il mio queste dinamiche inizi a conoscerle presto, diventano subito urgenze che avverti sulla tua pelle. Quando nel 2018 una bambina albina è stata vittima di un crimine rituale – in alcuni paesi africani, sono molti i casi segnalati di albini rapiti, uccisi o mutilati, perché ossa e sangue siano utilizzati dagli stregoni per creare amuleti e pozioni magiche (ndr) – ho lanciato un appello per un’opera collettiva a cui hanno aderito più di 100 intellettuali, da 15 nazioni».

La sua, in realtà, è una slam poetry, una poesia di strada, libera da schemi, ritmata, disobbediente. Una poesia che Aicha ha sperimentato a scuola e che è diventata uno strumento di denuncia e protesta. Contro gli abusi e contro tutti quei tabù che il suo Paese vuole tacere e che invece lei urla al mondo, perché tutti conoscano la realtà per quella che è.

Perché le mutilazioni genitali femminili in Mali sono la regola e non l’eccezione, sono “tradizione”, e non violazione o abuso. Per i maliani, prima ancora che per il resto del mondo.

«La pratica delle MGF occupa un posto un posto considerevole nella struttura socio-culturale del Mali. Le donne stesse vi aderiscono spontaneamente, subiscono e a loro volta praticano questa operazione ai danni di altre donne. Il motivo è da ricercare in credenze di ordine mitico, culturale o religioso, con lo scopo di preservare la castità delle donne, rimuovendo l’origine del piacere sessuale. È una garanzia di fedeltà che gli uomini pretendono, affinché le donne – le spose soprattutto – possano resistere più facilmente al desiderio.

Poi ci sono alcune varianti. Ad esempio, l’etnia dei Bambara pratica la MGF per liberare la donna da uno spirito malvagio che risiederebbe nel clitoride sin dalla sua nascita e che sarebbe causa di molte disgrazie nel mondo.

Non dimentichiamo, inoltre, che il Mali è un paese prevalentemente musulmano. Questo significa che è facile giustificare tale pratica ricorrendo a ḥadīth che l’avrebbero autorizzata in conformità con la Sunnah. Molti di questi ḥadīth, però, sono inautentici perché la loro catena di trasmissione è inaffidabile; nel Corano, infatti, non c’è nulla che alluda, direttamente o indirettamente, all’escissione delle ragazze».

Ma affinché i giovani e le donne possano avere spazio, perché ci siano leggi che garantiscano diritti umani, libertà e benessere, è necessario che alla guida del Mali ci sia un governo democratico effettivo. E invece, da anni – dal 2012 soprattutto – il Paese vive tra colpi di stato, instabilità, paura, e la situazione va solo peggiorando. Il 2020 è stato un anno cruciale in questo senso.

«Ultimamente è come se, di colpo, fosse esplosa tutta quella massa di frustrazione e insoddisfazione che i maliani hanno accumulato in anni di crisi e insicurezza, in tutti i settori. Ad esempio, nel campo dell’istruzione, uno dei più fragili, negli ultimi due anni abbiamo avuto scioperi e chiusure che hanno lasciato molti ragazzi senza istruzione. A questo si è aggiunta la confusione delle ultime elezioni legislative, quelle del marzo 2020, quando la Corte costituzionale ha inaspettatamente ribaltato i risultati e il leader dell’opposizione Soumaïla Cissé è stato rapito, insieme al suo entourage. In quel momento abbiamo assistito a una lotta epocale nella storia della democrazia maliana: il popolo si è sollevato contro le frodi elettorali, è nato il Movimento 5 giugno – Raggruppamento delle forze patriottiche (M5-Rfp) – guidato dall’imam Mahmoud Dicko e il presidente della Repubblica Ibrahim Boubacar Keita è stato costretto a dimettersi dopo il colpo di stato del 18 agosto 2020. Quando a tutto questo si è aggiunta la pandemia, la situazione è diventata insostenibile.

Non ci aspettavamo anche la morte di Soumaila Cissé; dopo mesi di prigionia nelle mani dei jihadisti, aveva ritrovato la libertà in cambio di 200 detenuti e, dopo 30 anni, aveva finalmente tutte le carte in regola per essere eletto Presidente della Repubblica del Mali nelle elezioni previste a febbraio 2021. Purtroppo è morto a dicembre, pochi mesi prima di essere eletto e quelle elezioni ormai vengono rimandate da mesi.

Chissà quando avremo una vera transizione democratica. Ma, a parte questo, io dico che il maliano deve imparare a costruirsi come individuo, come cittadino esemplare e come patriota prima di pretendere di cambiare il Paese. La vera crisi che stiamo attraversando è la crisi del maliano come cittadino che non esita a vendere la sua voce al prezzo del tè. La maggior parte dei maliani non bada al programma dei candidati politici, ma al loro potere finanziario e ai pochi spiccioli che può ottenere nell’immediato.

E non ditemi che è una questione di istruzione, l’integrità non ha nulla a che fare con l’alfabetizzazione. I nostri antenati preferivano la morte alla vergogna. È soltanto una questione di decisione, educazione, cittadinanza e patriottismo. Non possiamo imporre ai nostri governanti valori che non rispettiamo nemmeno noi. La democrazia non sarà mai realtà mai senza cittadini attivi e sinceri».

di Martina Santamaria