Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

Una ragnatela che ci tiene sospesi sull’abisso, nella Notte della felicità

Una ragnatela che ci tiene sospesi sull’abisso, nella Notte della felicità

«Un personaggio medio vive un’esperienza straordinaria, ai confini. E se il finale impedisce ad alcuni elementi della trama di stagnare nella banalità, vuol dire che Tabish Khair sa raccontare – e bene – una storia». Ci sono recensioni che si rispondono, l’una all’altra, a distanza? Possibile. Dunque, una recensione precedente al nuovo romanzo di Tabish Khair La notte della felicità (Tunué 2020, traduzione di Adalinda Gasparini, in collaborazione con Mario Capello), proprio qui su Culturificio, finiva così.

Che dire? Sono d’accordo. Da circa un mese, dopo aver letto questo romanzo, mi sto chiedendo se esista una ragnatela sottile che ci tiene sospesi su un abisso… Leggendo se ne può scorgere una, impercettibile: «Siamo tutti appesi a un filo di ragnatela di normalità che oscilla su un abisso»… le storie narrate, in fin dei conti, sembrano tenerci appesi, in modo al tempo stesso tenace e delicato, alle nostre rispettive vite, in modo da ignorare abissi personali che non sapremmo come vivere altrimenti. Abissi, che – quando l’apocalissi universale di una pandemia sembra oscurare anche il cielo – sembrano distanti da noi solo lo spazio di un millimetro…

Il meccanismo narrativo, complesso e molto raffinato costituito da incastri di piani e prospettive ben amalgamate ruota intorno a due dimensioni.

Comincia così…

Entri nella stanza.

Chi sei?

Potresti essere chiunque. Magari un uomo d’affari o un amministratore delegato di passaggio per una sola notte nell’unico hotel a cinque stelle di questa brulicante città dell’India del Nord. Oppure un medico di successo qui per un congresso internazionale, o un comune turista che viene dalla Danimarca o dagli Stati Uniti e si è concesso il lusso di una notte o due in questa stanza, dopo aver camminato nel caldo e nella polvere delle strade indiane.

Lungo tutta la storia – che, col ritmo di un plot investigativo, giunge lentamente all’acme sviluppandosi intorno alla relazione tra i personaggi di Anil e Ahmed – il lettore da una parte si sente direttamente interpellare dalla voce narrante, dall’altra dipana il groviglio, intimo e profondo, del rapporto fra i due, nel delicato spazio tra vita privata, affetti e dolori che si intrecciano con il lavoro: Anil è il datore di lavoro di Ahmed, il suo sahib.

Mi ricordo il suo colloquio. Ero rimasto sorpreso dalla sua età. Aveva quarantadue anni, allora; non so come mai non avevo fatto caso alla data di nascita sul curriculum. Quindi ne aveva una decina più di me e mi ricordo come mi ero sentito a disagio davanti a lui. Aveva già i capelli grigi. Senza barba né baffi, e ti guardava dritto negli occhi. In un modo tutto suo, non ostile, ma sconcertante. Aveva un viso austero, scavato dalle rughe, gli occhi infossati, quasi senza battito delle ciglia. Abiti puliti, ben stirati, con un taglio e dei colori non proprio di moda, tanto da farti pensare a uno della generazione precedente. Ecco com’era Ahmed.

Edito – rispondo ancora a F.P.: «Sì, è uscito ed è bello» – nella collana Straniera di Tunué, questo romanzo riprende temi cari all’autore: l’incontro tra lingue, culture, tradizioni, religioni, con indiretto riferimento al terrorismo fondamentalista. C’è un punto pulsante della storia: la festa musulmana di Shab-e-baraat, che cade nella quattordicesima notte del mese di Sha’aban, ovvero l’ottavo mese del calendario islamico. è la festa che commemora l’entrata di Maometto alla Mecca e viene celebrata in India – dove la storia si colloca – ma anche in Pakistan, Bangladesh e in numerosi altri stati di religione musulmana. è la sera in cui si mangia, insieme ai propri cari, un piatto di halwa (ovvero, letteralmente, “dolce”).

Era Shab-e-baraat. Mai sentita nominare? Personalmente non ne sapevo nulla quando conobbi Ahmed, ma è anche vero che fino ad allora l’unico ragazzo musulmano del mio convitto parlava inglese con l’accento di Oxbridge. Non è una delle feste di Eid, né quella col sacrificio né quella con il sewai. Quelle le conoscevo. Le celebrava anche il mio compagno di scuola, il musulmano: una volta i suoi genitori erano venuti a trovarlo e ci avevano portati tutti con loro, nella casa che avevano preso in affitto nei dintorni di Shimla, dove quell’anno avevano organizzato un party per Eid. Parenti e amici erano arrivati in aereo o in auto da ogni dove. Era come a Diwali, senza i fuochi d’artificio, certo, ma con i dolci sewai. Ma Shab-e-baraat?

Il piatto di halwa offerto da Ahmed ad Anil, in casa sua, una povera casa dove una finestra è lasciata sempre aperta–perché, sostiene Ahmed, “sigillare uno spazio è chiudere fuori un’anima” –cambierà per sempre la vita di Anil, l’imprenditore affermato, con una moglie sempre impegnata ad organizzare premi letterari: l’uomo, infatti, riuscirà a intravvedere la ragnatela invisibile dell’animo di Ahmed, anche se inizialmente non ne comprenderà il significato e, forse, per comprenderlo, dovrà scrivere una storia, per colmare il proprio abisso interiore.

La sera in cui mi aveva offerto quel piatto di nimki e di halwa invisibile, mi aveva inserito a viva forza nella storia di sua moglie.

E questa storia sarà intitolata L’infinità spettrale delle piccole distanze. Poi, il titolo sarà cancellato, così come si comprende dall’incipit del romanzo; mentre, a conclusione della lettura, in un movimento impercettibilmente circolare, anche noi avremo finito di tenere in mano, nella stessa stanza dove si trova il narratore, quella stessa risma di fogli scritti da lui e lasciati, per noi, in un cassetto.

Oltrepassando – non senza grande coinvolgimento – l’articolata struttura narrativa, si comprende che quella sera – quello speciale incontro avvenuto nella notte della felicità alla conclusione dell’unico giorno di ferie che l’imprenditore concedeva, in un intero anno, al suo dipendente più fedele – una sera inquieta  e tormentata da un temporale battente, violento quanto breve, risulta essere un momento di intensa collisione tra le contraddizioni della tradizione indiana: tra indù e musulmani, tra ricchezza e povertà, tra odio, perdono e amore. L’incontro di quella sera prende primariamente forma dentro lo spazio del cuore dei due protagonisti, uno che si nasconde e teme di mostrarsi e l’altro che si mostra, temendo ciò che resta nascosto, evocando la lotta tra Death e Life-in-death, che si combatte in The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge. Si tratta di un incontro, in fin dei conti, tra lettore ed autore, tra memoria e dimenticanza, pure tra parti del nostro sé.

Quella sera sembrava che dal cielo venisse giù una cascata. Il vento pareva un animale dolorante, e i tuoni mi fecero pensare alla voce degli dèi. Con una simile tempesta era facile capire come e perché gli uomini delle caverne avessero scoperto le divinità!

Nel cassetto di quella camera d’albergo, insieme ai fogli lasciati per noi,ci sono anche una Bibbia e una Bhagavad Gītā, l’Occidente e l’Oriente, racchiusi in uno spazio di convergenza all’insegna della ricerca di quella che, nell’ampio ed approfondito saggio Le ragioni del Buddha (Meltemi, 2018), Diego Infante ha definito una «eclissi di senso»: ponendo a confronto aspetti connotanti del pensiero orientale e occidentale,Infante sostiene che tra il vuoto borghese e quello buddhista vi siano poche somiglianze: «il primo è un vuoto di senso, il secondo invece ne è dotato, o più correttamente è oltre il senso, giacché il contenuto che per prassi immaginiamo pieno, questa volta è vuoto». Qui però è Anil, di cultura indù, a rappresentare il borghese, mentre Ahmed, musulmano, che conosce e parla molte lingue, rappresenta il vuoto pieno di senso che può scaturire ponendosi domande tese a spostare lo sguardo dalla realtà abituale, che consideriamo scontata.

La notte della felicità, con misura stilistica e anche grazie all’accuratezza del lavoro di traduzione, riesce a costruire una tessitura molto efficace, avvincente, senza falle, punteggiata da passi di carattere intensamente lirico.

Ignora la mia storia se vuoi, estraneo, io però non posso ignorarla. E non posso nemmeno raccontarla nel mio solito mondo. Il portapranzi con l’halwa fragrante non mi lascerà mai più in pace, so che tornerebbe da me il prossimo Shab-e-baraat, se cercassi di ignorarlo. Devo risolvere questa cosa: sì, devo trovare una soluzione. Forse tu, così lontano, sei la mia soluzione. E se parlare, liberamente e sinceramente, a un perfetto estraneo fosse una specie di redenzione? E se non ce ne fosse un’altra, di redenzione possibile? Lo scoprirò. Spero di scoprirlo.

di Teresa Capello