Chiara Masotti
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Adattarsi” di Clara Dupont-Monod

“Adattarsi” di Clara Dupont-Monod

L’amore più sottile, misterioso, volatile, che poggia sull’istinto affilato da animale che intuisce, dà, che riconosce il sorriso di gratitudine verso l’istante presente senza nemmeno l’idea di un ritorno, un sorriso di pietra quieta, indifferente ai domani.

Attraverso il suo romanzo Adattarsi, Clara Dupont-Monod ci racconta questo tipo di amore: un sentimento disinteressato, autentico, tragico e riservato. Il suo libro, vincitore del premio Goncourt 2021 e pubblicato in Italia l’anno dopo da Edizioni Clichy nella traduzione di Tommaso Gurrieri, è un’intima dichiarazione d’amore alla famiglia, un delicato e onesto ritratto di coloro che devono abituarsi a una quotidianità drammatica e costante, vissuta in silenzio. 

L’autrice pone ai suoi lettori un quesito fondante: sono più inadatti alla società i diversi o coloro che, sebbene ritenuti “normali”, devono adattarsi ai diversi? La storia di questi quattro fratelli, di cui uno gravemente disabile, è anche un inno alla diversità, vista come elemento arricchente e non divisivo, strumento spesso capace di regalare quel «linguaggio dei sensi del minuscolo» e quel qualcosa in più «che non si insegna in nessun altro posto». 

Il fratello maggiore imparerà a proteggere l’“inadatto”, prendendosi cura di lui come di nessun altro e prestandogli quei sensi che il piccolo non ha mai avuto: per dieci anni diventerà i suoi occhi, la sua voce, il suo movimento e i suoi pensieri. In questa fusione, il più grande scoprirà un’immensa fragilità che, di fronte al lutto, lo priverà di ogni spensieratezza. 

La più piccola crescerà dapprima arrabbiata e incompresa, ostile a una vita ingiustamente spietata e a genitori troppo ottimisti, ma imparerà a trasformare la collera in una forza inaudita, necessaria a far ripartire con grinta e speranza l’intera famiglia. 

Infine, l’ultimo fratello, nato dopo la scomparsa dell’“inadatto”, sarà costretto a confrontarsi costantemente con l’assenza e il lascito di quest’ultimo, vivendo nella consapevolezza di portare con sé la colpa di essere sano. Tuttavia, anche lui imparerà quel qualcosa in più: grazie alla sua rara sensibilità, riuscirà a convertire i fantasmi del passato in un indispensabile potere di riconciliazione. 

Adattarsi è la storia di un’evoluzione, di una rivincita: nonostante il peso di una vita vissuta all’ombra di una tragedia, i familiari si adattano e restano uniti, ricostruendo mattone dopo mattone le fondamenta di una casa fragile. Dall’incapacità di sentirsi liberi e di trovare una via d’uscita, i tre fratelli riusciranno, ciascuno a modo proprio, a trovare la propria identità. La vita non trionfa gloriosamente sulla morte; ma combatte dignitosamente giorno dopo giorno contro quest’ultima, mostrando con disarmante realismo il pudore, l’impegno e l’umiltà di chi accetta e protegge la propria vulnerabilità. Il racconto di Dupont-Monod è un viaggio luminoso nella crudeltà del mondo reale, capace come pochi di mostrare la forza della solitudine e la bellezza della resistenza. I personaggi non sono identificati attraverso nomi né cognomi, come a dimostrare che al loro posto potremmo esserci noi.

Due sono gli elementi descritti con impressionante lucidità: gli stati d’animo e il tempo. Entrambi riflettono fedelmente la situazione di una famiglia in lutto mostrando, nelle varie sfaccettature e nelle diverse prospettive, gli alti e bassi, la frustrazione, il senso di abbandono e di alienazione, il pessimismo e la paura di amare: 

Da allora in poi, il maggiore è cresciuto senza mai legarsi a nessuno. Legarsi è troppo pericoloso, pensa. La gente che ami può sparire così facilmente. È un adulto che ha associato la possibilità della felicità a quella della sua perdita. Venti di sventura o doni, non lascia più alla vita il beneficio del dubbio. Ha perso la pace. Si è unito a quegli esseri umani che portano fisso nel cuore un istante, sospeso per sempre. In lui qualcosa si è trasformato in pietra, che non significa essere insensibile ma semmai resistente, immobile, implacabilmente identico giorno dopo giorno. 

Quell’istante sospeso per sempre porta con sé la certezza che certe ferite, anche se rimarginabili, possono riaprirsi in ogni momento del giorno e in qualsiasi fase della vita. Nonostante il passare degli anni, quando la razionalità sembra aver imparato a gestire l’irruenza delle emozioni, la violenza degli incubi e dei ricordi non tradisce il dolore della perdita, il vuoto affettivo e i traumi irrisolti:

Rimane sempre sbalordito dalla forza di quell’evento, come se i giorni non avessero nessuna presa. Per sempre, suo fratello sarà morto il giorno prima. Gli hanno ripetuto che il tempo guarisce. In verità, lui lo misura durante quelle notti, il tempo non guarisce niente, anzi. Scava e rianima il dolore, ogni volta un po’ più intenso. È tutto ciò che gli resta del bambino, la tristezza. Non può sottrarsene, vorrebbe dire perdere il bambino per sempre.

Quando una barriera invisibile sembra porsi tra i fratelli, a causa della diversità dei loro caratteri e dei modi di approcciarsi al dramma, il tempo agisce come unico elemento unificatore, capace di creare una connessione nuova, incomprensibile al resto del mondo: 

Adorava ascoltarla. Pensava che sua sorella, come lui e il maggiore, portasse in sé mille anni di esperienza. […] Si procedeva soli nella montagna. Lui pensò che la gente di quelle parti somiglia al proprio cammino.

L’immagine delle montagne, come quella delle pietre del cortile che raccontano la storia, fa da sfondo a una vicenda in cui domina un clima ostile ma dove al tempo stesso crescono la tenerezza e la commozione. La resilienza della roccia è la metafora di queste giovani anime spezzate: è fra le nevi che spunta il fiore più atteso, ed è fra le intemperie che si accende la più grande e inaspettata bellezza. 

Se è vero, come scrive Tolstoj, che «tutte le famiglie felici si somigliano fra loro, mentre ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», nel romanzo di Dupont-Monod ritroviamo una famiglia infelice felice a modo suo, capace di trarre dalla propria diversità la perla rara dell’eccezione. Attraverso il processo dell’adattarsi (sinonimo secondo l’autrice del «fare con, e non contro» la vita), la pesantezza e la solitudine lasciano spazio all’ironia e alla condivisione, come capiscono i genitori alla fine della storia, rivolgendo uno sguardo verso i loro figli:

Un ferito, una ribelle, un inadatto e uno stregone. Proprio un bel lavoro.