Susanna Ralaima
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

Alla ricerca del piacere del testo perduto: “L’Azione” di Sara Mannheimer

Alla ricerca del piacere del testo perduto: “L’Azione” di Sara Mannheimer

L’Azione di Sara Mannheimer è l’ultimo libro di Safarà, pubblicato il 14 ottobre nella traduzione dallo svedese di Deborah Rabitti. Una delle caratteristiche dei libri safariani è che non assomigliano quasi mai a qualcosa di già noto, e quel quid che li contraddistingue vive latente e sinuoso tra le pagine, pronto a palesarsi da un momento all’altro.

Qui si fa attendere davvero poco. L’Azione si apre in autunno, nel momento in cui la protagonista ha trovato la Casa. Con l’articolo determinativo e la lettera maiuscola, sì, perché l’io narrante confessa di essere finalmente arrivata nel posto giusto, dove mettere le radici dopo gli sradicamenti e la provvisorietà di una vita raminga fatta di valigie, scatoloni, letti di fortuna e partenze immediate.

Ma a questo atteso stanziamento corrispondono una serie di dubbi e insicurezze; la protagonista si interroga senza soluzione di continuità sulla durata delle cose, sulla loro frangibilità, su quanto le strutture di una casa – e di rimando i legami, i sentimenti, le emozioni – possano essere davvero salde. E in fin dei conti poi, una volta arrivati si è alla fine del viaggio: che questo nuovo approdo sia la morte?

Alejandra Pizarnik, poeta argentina del Novecento, scrisse una frase che mi ha fatto pensare al cammino di questa voce: «E nulla sarà tuo tranne un andare verso dove non c’è dove».

In un continuo flusso di coscienza la narratrice apre una serie di interrogativi dai quali il lettore si lascia trascinare, sballottato in un percorso tortuosamente introspettivo finché nella Casa, insieme alla protagonista, finisce per arrovellarsi sui problemi, a rimuginare, a cercare di capire e capirsi.

Di pari passo a questo continuo autoesame mentale, la protagonista è presa però dalla smania di mettersi in moto: è per questo che nella geografica domestica si sofferma spesso nell’Accomodatoio, dove non ci sono astrazioni né metafore, ma solo razionalità e fatti, azioni; o meglio, dove regna l’Azione, che è «chiara e senza macchia, ariosa, priva di acari e numeri di magia».

Tra tutte le domande esistenziali, le incertezze quotidiane e le difficoltà relazionali, i dolori e le perdite indicibili, ciò che muove più di ogni altra cosa la protagonista – e, ossimoricamente la spinge a rimanere ferma, nel mezzo di una stanza – è però il desiderio di ingrossarsi di cultura e conoscenza:

Nella Casa diventerò grassa, diventerò più di tutto, più umana, più corpo, più memoria. Imparerò le lingue straniere, indoeuropee, semitiche e slave. Nuoterò nei mari dell’etimologia e scalerò le montagne della teologia. Diventerò istruita e il mio corpo prenderà forma di capanna.

La sete di conoscenza dell’ineffabile voce narrante si scontra con il suo timore reverenziale nei confronti dei Dorsi, ovvero di tutti i libri che abitano la sua Biblioteca, la stanza della Casa che contiene i pilastri della letteratura – regalati per la maggior parte dai genitori, ai quali però non permette neanche di avvicinarvisi. E alla quale neanche lei può davvero accostarsi, perché non si sente ancora un’iniziata e serve preparazione, l’incontro deve essere graduale, mediato dal grasso per i libri, il tagliacarte d’argento, feticci che le servono da protezione contro l’ignoto delle infinite possibilità dei testi scritti, che possono divorarla o, ancora peggio, rifiutarla. Tantalica tortura quella di averli lì, tutti a portata di mano, e non poterli leggere.

Sarà un libro in particolare a fare da galeotto – e soprattutto chi lo scrisse: Roland Barthes, con Il grado zero della scrittura, spinge infatti la protagonista a cercare di entrare di nuovo nei libri, a capire cosa si nasconda dentro le parole e la parole, senza troppi filtri. A riassaporare il piacere del testo, nonostante il primo approccio sia ostico e frustrante, pieno di ripensamenti e di pause.

In svedese l’ultima lettera dell’alfabeto è la ö, che vuol dire anche ‘isola’: la protagonista è un po’ come quella lettera, svuotata dentro, con un grande buco nel mezzo che non sa come (e se vuole) riempire. E come un’isola spesso si trova sperduta, staccata dal continente. Ma allo stesso tempo non è davvero un’isola, perché in fondo nessuno lo è, come diceva qualcuno. La protagonista infatti vive con Máram, il compagno, il grande amore; ha l’affetto della madre e del padre, che a differenze di tante figure genitoriali che costellano la letteratura sembrano due persone a posto; incontra e si scontra con personaggi buffi, saggi, generosi, donchisciotteschisbandati che la aiuteranno molto più di quanto sia pronta ad ammettere. E ha pur sempre i libri: «Nonostante tutti i miei dubbi e sebbene non sappia affatto da dove provenga quest’idea, la certezza che i libri sono importanti, forse quanto di più importante ci sia nella mia vita, non mi abbandona».

La prosa di Mannheimer scivola leggera al confine con la poesia, per poi mostrarsi all’improvviso nella sua telegrafica nudità con periodi brevi e spezzati di continuo dal punto fermo, perfetto specchio dei pensieri della protagonista, che a volte vagano confusi e onirici, altre procedono sincopati e si interrompono ex abrupto.

Sorprende poi che nella seconda parte del libro, in alcuni periodi particolarmente illuminati, sembri quasi di leggere Barthes stesso. Non quello di Il grado zero della scrittura che la protagonista si porta sempre dietro, ma quello di Dove lei non è (Einaudi 2010, traduzione di Vittorio Magrelli), in un ribaltamento del diario dello scrittore francese alle prese con il lutto materno – basti pensare a quegli appunti del 31 ottobre 1977, «Tornato solo, per la prima volta, nell’appartamento. Come è possibile che io sia in grado di vivere qui tutto solo? E simultaneamente, l’evidenza che non esista nessun altro luogo alternativo» oppure «Talvolta, brevissimamente, un momento vuoto – come di insensibilità – che non è un momento di oblio. Tutto questo mi spaventa».

In generale, comunque, viene un po’ voglia di rileggere Barthes mentre si legge L’Azione; oppure di lasciarlo stare per sempre perché forse non si è abbastanza “iniziati”, e magari quella riflessione sulla lingua non si è capita granché quando si è letta la prima volta a vent’anni. Ma una volta arrivati alla fine di questo romanzo si prova quell’insostenibile e magnetica sensazione che durante la storia ha attratto la protagonista verso i Dorsi: perché si vorrebbe addentare la polpa di tutti i libri esistenti, anche per non perdersi narrazioni così originali come quella di Mannheimer.