Culturificio
pubblicato 4 anni fa in Interviste

“Alla ricerca delle cose perdute”

un museo nato da una passione

“Alla ricerca delle cose perdute”
gaetanodivito

Un libro scritto in omaggio al museo di Gaetano Di Vito

“Non i filosofi, ma coloro che si dedicano agli intagli in legno e alle collezioni di francobolli costituiscono l’ossatura della società.”  Sosteneva lo scrittore britannico Aldous Huxley.
Gaetano Di Vito è un notevole esempio dell’importanza dell’artigianato e dell’attaccamento al passato, alla memoria, base del presente e, con le tradizioni, fondamento del nostro essere, individuale e sociale.
Appassionato da circa un trentennio di oggettistica antica, locale e non, è un grande collezionista, qualità che lo ha portato all’apertura di un intero museo dedicato alla cultura locale. Nato e cresciuto a Bonito, in provincia d’Avellino, la sua passione lo spinge alla ricerca fin dai primi anni di vita, tanto è vero che i primi ritrovamenti risalgono a quando Gaetano era ancora un bambino. La mostra permanente, gestita dal Bonitese, conta innumerevoli oggetti, relativi ai periodi storici più disparati: si passa da pezzi del 1600, ai più moderni della collezione, risalenti alla fine degli anni ’50, i quali vanno a comporre un autentico tesoro, che spazia dalla vita contadina al periodo bellico, passando per le superstizioni, i riti e la saggezza popolare.

Sempre disponibile a condividere le sue conoscenze con la popolazione, senza alcun tornaconto personale, escluso il piacere di salvare dall’oblio questa autentica ricchezza culturale, Gaetano ci ha accolti così:

D: <<Gaetano, parlaci un po’ di te! Com’è nata la tua passione per il passato e, nello specifico, per gli oggetti antichi? Ricordi ancora i tuoi primi ritrovamenti?>>

Una falce, il primo oggetto raccolto

Una falce, il primo oggetto raccolto

R: << Iniziai a dieci anni a raccogliere oggetti antichi, del passato, senza quasi conoscerne gli utilizzi. Iniziai così, da una vecchia falce, gettata via da un contadino. Mi dispiacque per questi oggetti dismessi, addirittura buttati via, così pensai di raccoglierli, per tenerli in un piccolo sottoscala dietro casa mia, nel quale appesi, prima di tutto, la falce, seguita da un paio di piccoli occhialini. Col passare del tempo, mi appassionarono sempre di più questi oggetti antichi, che tuttavia non sapevo dove reperire. Iniziai così a frequentare le persone più anziane, nelle cui case mi incantavo ad osservare questi oggetti, conservati nelle cantine o in polverose soffitte. Vedendo lo stato di abbandono degli oggetti, iniziai garbatamente a chiederne alcuni, suscitando lo stupore dei benefattori, che, seppure esaudivano le mie richieste, probabilmente si meravigliavano del fatto che invece di giocare, come i miei coetanei, mi interessavo a quegli strumenti. Ben presto, riempii il sottoscala e decisi di allestire un deposito presso la falegnameria di mio padre, così da poter continuare a cercare. A volte, mio nonno mi raccontava degli oggetti usati in campagna, come il giogo per le mucche o il “farnale”; io, senza nemmeno conoscerne l’uso, ne andavo alla ricerca, chiedendoli, ad esempio, ai contadini. Durante il corso del tempo, non era inconsueto vedermi su una bicicletta con un cesto, per potervi contenere i ritrovamenti o, addirittura, trainare una carriola per le campagne. Col passare del tempo, anche il deposito si riempì, così mi ritrovai costretto ad affittare vari locali, fino a che le Signorine Ermelinda e Rosaria Pagella, appassionate come me di storia locale, apprezzando molto la mia attività, mi fecero dono della casa in cui ancora al giorno d’oggi è alloggiato il mio museo. Sono, ormai, ventinove anni che la mia raccolta di oggetti continua, inizialmente basata solo sulla mia ricerca sul campo, mentre, col tempo, le persone hanno cominciato ad affidarmi degli oggetti di loro spontanea iniziativa.>>

D: <<Qual è l’obiettivo del museo e della tua collezione?>> 
R: <<L’obiettivo di questo museo è di far conoscere alle nuove generazioni tutto quello che è storia locale, ormai passata, in modo da trasmettere ai ragazzi tradizioni, culture locali, quasi dimenticate, attraverso questi oggetti, ma ancor più attraverso le singole storie di questi. A me piace non solo che le persone vengano a vedere i singoli reperti, ma raccontare anche le storie che li hanno caratterizzati.>>

D: <<Come nasce il nome della tua mostra: “Alla ricerca delle cose perdute?”>>
R: Un tempo questo era “Mostra della civiltà contadina”, tuttavia molti visitatori locali o anche di altri paesi, venendo al museo, notavano che la mostra non conteneva solo oggetti di uso contadino, ma che si spaziava dai libri all’arte sacra, ai mestieri, ai personaggi illustri. Così, degli studiosi locali mi suggerirono di cambiare nome alla mostra, non più “della civiltà contadina”, ma “Alla ricerca delle cose perdute”, nome che ho trovato piuttosto appropriato rispetto al precedente, troppo specifico.

D: <<Esiste un oggetto su tutti a cui sei affezionato in modo particolare?>>
R: <<Praticamente ogni oggetto è un ricordo, tuttavia il pezzo che mi ha sempre suscitato il maggior interesse è una statuina di Santa Filomena, in cera, col vestito ricamato in fili d’oro, contenuta in una piccola teca di legno. Questa è stata ritrovata in una vecchia soffitta di una casa Bonitese e mi è stata donata da una signora anziana, che aveva provveduto alle pulizie del posto. È molto particolare, infatti, fin da subito, ha destato in me un grande interesse, e tutt’oggi le sono molto legato ed affezionato.>>

Gaetano è la reale anima della sua mostra, la memoria del passato che rivive nel presente, risultando un importante punto di riferimento per tutte le persone che vivono fuori dal paese, le quali ritrovano tutti i ricordi della loro infanzia, o per chi non è vissuto qui, grazie alla sua curiosità sempre viva e al suo impegno costante.

Intervista a cura di Stefano Meoni