Peppe Giorgianni
pubblicato 3 anni fa in Altro

Andrea Pazienza

ovvero l’arte non ammette scale

Andrea Pazienza

Il Paz, così come firma le sue innumerevoli tavole, nasce a San Benedetto del Tronto sessant’anni orsono.
Andrea Pazienza ha 60 anni?
No! Risulta difficile persino immaginarlo a 60 anni. E infatti, come da corso comune alle numerose rock/life star che hanno illuminato il secolo scorso, Andrea ci abbandona a soli 32 anni, in esilio volontario a Montepulciano. A portarlo via un’overdose di eroina.
Non ho la più pallida idea di come sia arrivato alla conoscenza di Paz. È fuori dal mio tempo. Nessuno dei miei parenti o amici me ne ha mai consigliato la lettura. Probabilmente devo ringraziare la magia di Internet che, dal nulla, tira fuori storie e personaggi che, probabilmente se non in tal modo, non avrei mai scoperto.
Fatto sta che mi ritrovo sulla pagina di un blog, il quale introduceva una poesia di Fernando Pessoa. Sotto le parole, sempre taglienti e dure, del poeta portoghese, un disegno.

 

20030823Ecco la linea tesa, tracciata verso la fronte del soggetto, sembrerebbe un proiettile. Quello è il colpo prepotente che, al primo impatto, ho avvertito guardando il disegno. Sarà stata la scena, quasi zen, dell’uomo in riflessione contemplativa, sarà stata la frase lapidaria, ermetica, che traccia una via tra i neuroni e i nervi e arriva diretta, come un jab preciso, alla radice della mente. Sarà stato tutto questo o forse altro ancora.
Così Andrea colpisce il mondo del fumetto, come un fulmine a ciel relativamente sereno, nel ’77. Con le sue tavole inquadra prima la generazione bolognese delle lotte di piazza, della militanza politica, delle lotte di classe; poi con tanta spietatezza e crudezza, quanto con precisione e immersione, mette in luce il vuoto assoluto e la caduta di ogni ideale della generazione degli ’80.
Iconico è il personaggio più celebre di Andrea. Zanardi.

Zanardi fa il suo esordio con una frase gelida. Gelida come i suoi occhi cerulei e come gli spigoli del suo viso, o ancora, come il suo lungo naso aguzzo.

Perché il gelo, quello vero, sa essere qui, in fondo al mio cuore di sbarbo

Ancora una volta lasciano senza fiato, tramortiscono, la sincerità e la consapevolezza di sé, con le quali Pazienza introduce le storie di Zanardi. Storie cariche di violenza senza uno scopo, di aridità: una vera e propria Wasteland eliottiana il cuore di Zanna.
Andrea accosta al personaggio principale due collaboratori, due compagni di scuola, Colasanti e Petrilli, i quali appaiono quasi come proiezioni dello stesso Zanardi. Il primo, bellissimo, senza sentimenti né scrupoli; il secondo, ripetutamente vessato dai due, è invece lo stereotipo del debole, di colui che si lascia trasportare, non senza remore tuttavia.
Ecco, dalle storie di Zanardi sono rimasto oltremodo affascinato. La cosa che lascia sgomenti è, infatti, che per quanto ogni azione, dalla più terribile, (si arriva ad omicidi e architetture di piani volti a far praticare sesso anale tra due fratelli) a quella di minor conto, siano architettate dal protagonista, non è lui che si guadagna il nostro odio. Si riesce molto più facilmente a odiare Colasanti, governato inconsapevolmente dalla cattiveria pura. Zanardi no! Zanardi ha la piena consapevolezza di sé, sembra aver viva, ma latente in sé, una forma di amore. Tuttavia egli accetta di camminare in terre desolate, decide di gettare ogni sentimento, decide di smascherare ogni ipocrisia e abbracciare la nullità più totale. Nullità che si concretizza nel male puro, in un male consapevole, nato dal rifiuto della società a lui vicina. Forse anche Andrea, nel caos di sé stesso, aveva colto questa nullità assoluta. E neppure all’eroina si era arreso, Andrea, perché aveva tentato (sempre con grandissima determinazione) ed era riuscito a disintossicarsi.

Crediti: oltreuomo.com

Crediti: oltreuomo.com

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi all’alba per strade di negri in cerca di una siringata rabbiosa di droga [..]» scriverà Allen Ginsberg nel suo Urlo.
Io, invece, ho visto la verità di un uomo, cruda, senza filtro o edulcoranti, fluire tra la mano e il suo pennarello. L’ho vista fissarsi col suo tratto nero e puro sul foglio bianco e, da lì, riflettersi su di me. E su di me lasciare un segno invincibile, mai di resa, ma di vita.