Susanna Ralaima
pubblicato 2 mesi fa in Altro

Roger Federer (o anche di cosa parliamo quando parliamo di sport)

Roger Federer (o anche di cosa parliamo quando parliamo di sport)

Specie nel completo tutto bianco che Wimbledon ancora si diverte impunemente a imporre, sembra quello che (secondo me) potrebbe benissimo essere: una creatura con il corpo fatto sia di carne sia, in un certo senso, di luce (David Foster Wallace).

L’idea di scrivere qualcosa su di lui mi è venuta mentre guardavo la sua partita a Halle contro Félix Auger-Aliassime. Halle è un torneo sull’erba, che Federer preferisce al Queen’s di Londra – altro 500 che si svolge in contemporanea per la preparazione a Wimbledon – e ha vinto dieci volte. Quest’anno invece si è arreso, mostrando una scarsissima forma fisica contro il promettente (anche se ancora inespresso) tennista canadese. E mentre con l’umore a terra lo vedevo faticare sul campo, ho pensato all’otto agosto che si avvicinava, data di nascita di entrambi i giocatori, divisi però da una ventina d’anni (Federer è del 1981, Auger-Aliassime del 2000), e mi sono detta perché non scrivere un articolo per il suo compleanno?

Ho accantonato l’idea quando giorni dopo mi sono trovata di fronte alla pagina bianca di word, senza saper mettere due concetti in fila che non fossero sintetizzabili con «quanto mi piace Roger Federer».

Mi sono ricordata dell’intenzione di questo balzano articolo soltanto quando ho visto sgambettare Federer contro Cameron Norrie – fresco finalista del già citato Queen’s – al terzo turno di Wimbledon. Me ne sono ricordata perché in due ore e mezza ho vissuto una serie di «Momenti Federer» (a memoria mi vengono in mente il punto del 40-15 nel quinto game del terzo set, o un po’ tutto il nono game del quarto set, in un passaggio cruciale della partita) e ho pensato che un ipotetico articolo su di lui sarebbe dovuto necessariamente partire dallo scrittore che li ha descritti, ovvero David Foster Wallace: «Certe volte, guardando il giovane svizzero giocare, spalanchi la bocca, strabuzzi gli occhi e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene».

Con le dovute differenze – Federer non è più giovane e io non ho una moglie – ciò che scriveva Wallace nel settembre del 2006 a tratti mi sembrava ancora valido in quel pomeriggio di luglio 2021.

E tanto è bastato a farmi aprire le note del telefono e appuntarmi: scrivi articolo su RF.

Quindi partiamo da David Foster Wallace.

Wallace è stato un discreto tennista, e ha più volte scritto di racchette e palline gialle – molti ricorderanno Infinite Jest (1996). Questo mastodontico libro fotografa le contraddizioni e l’incomunicabilità della società contemporanea, tra il ruolo crescente dei media e della pubblicità, l’abuso delle droghe, il suicidio ed è imperniato sull’agonismo sfrenato della vita, metaforizzato proprio attraverso il tennis. Grazie alla passione e alla competenza tennistica, oltre che alla scrittura mai banale, nell’estate del 2006 Wallace viene inviato dal «New York Times» a Wimbledon come corrispondente per la finale del torneo, che vede coinvolti i due giocatori più forti del momento: Roger Federer, appunto, e Rafael Nadal. Da questo incontro nasce Federer come esperienza religiosa (ora pubblicato in Il tennis come esperienza religiosa, Einaudi 2012, nella traduzione di Giovanna Granato).

Wallace inizia il suo saggio proprio teorizzando i «Momenti Federer».

Per spiegarlo meglio, cita la finale di Federer contro Andre Agassi degli US Open del 2005 e un punto che Federer fa quando è al servizio, all’inizio del quarto set.

È una coincidenza curiosa, ma di recente ho riletto Open (Einaudi 2011, traduzione di Giuliana Lupi), la splendida autobiografia di Agassi, e ho fresco nella memoria il resoconto di quella partita – a dire il vero non è proprio una coincidenza che l’abbia riletto ora, perché quel libro che tanto avevo amato e che mi è stato da poco regalato da un amico l’ho ripreso in mano anche per Federer, nel tentativo di pacificarmi con l’idea del tempo che passa. Comunque: Agassi conclude la descrizione del match, vinto da Federer 6–3, 2–6, 7–6, 6–1, scrivendo «Avvicinandomi alla rete, sono sicuro di aver perso con il migliore, con l’Everest della prossima generazione. Compatisco i giovani che dovranno battersi con lui. Compatisco il giocatore destinato a essere l’Agassi di questo Sampras. Anche se non lo cito per nome, Pete è in cima ai miei pensieri quando dico ai giornalisti: È semplicissimo. La maggioranza delle persone ha dei punti deboli. Federer non ne ha».  

Wallace invece per spiegare la supremazia di Federer – lo svizzero arrivava a Wimbledon nel 2006 con sette slam conquistati in tre anni, tre sull’erba inglese, due sul cemento australiano e due su quello statunitense – ricorre principalmente alla metafisica, collocandolo tra quei rari «atleti preternaturali che sembrano esenti, almeno in parte, da certe leggi fisiche» ma anche a una serie di motivi tecnici. La sua analisi attraversa l’evoluzione delle racchette nella storia del tennis, si nutre di piccoli confronti con tennisti che hanno fatto la storia (Connors, Borg, McEnroe), si serve di interviste come fossero prove per spiegare le abilità superiori alla media di Federer ed evidenzia la velocità, la visione di gioco del tennista svizzero che «gioca di potenza da fondocampo che è una meraviglia, da vero fuoriclasse. Ma non fa solo questo. Ci mette anche l’intelligenza, l’intuitività occulta, il senso del campo, la capacità di interpretare e manovrare gli avversari, di combinare effetto e velocità, di fuorviare e dissimulare, di usare il fiuto tattico, la visione periferica e la portata cinestetica anziché soltanto la velocità meccanica». E conclude:

tutto questo ha svelato i limiti, e le possibilità, del tennis maschile com’è giocato adesso.

Ora è triste constatare che le cose non siano andate proprio come avevano previsto Agassi e Wallace, e che Federer, pur avendo fatto la storia del tennis, non sia riuscito a essere dominante e vincente tanto quanto volevano le previsioni, anche a causa di due campioni come Nadal e Djokovic, capaci di raggiungere o superare i suoi record (le settimane da numero uno, gli slam vinti) e in generale di avere un bilancio positivo negli scontri diretti, anche – per quanto riguarda Djokovic – sulla sua superficie prediletta, l’erba. Ed è amareggiante realizzare che Agassi sbagliava anche sul discorso dei punti deboli, perché Federer ne ha (e ne ha avuti) molti – a differenza di Djokovic, che nella sua smodata elasticità sembra glacialmente imbattibile –, al netto di alcuni colpi impareggiabili e francamente inimitabili.

Mi chiedo spesso cosa avrebbe pensato Wallace del record di Federer dei venti slam (6 Australian Open; 1 Roland Garros; 8 Wimbledon e 5 US Open). Mi chiedo cosa avrebbe pensato del fatto che Nadal lo ha raggiunto poco dopo e del fatto che Djokovic li ha eguagliati, e che molto probabilmente – anzi, sicuramente – li supererà, bisogna solo capire di quanto.

Quest’anno è uscito per Voland l’ultimo libro di un autore che apprezzo molto, il bulgaro Georgi Gospodinov. In un capitolo scrive: «Non è giusto, i migliori dovrebbero vincere, sbatto sul tavolo il piccolo pugno. Provo ad arrabbiarmi più di mio padre. Lui si volta verso di me e dice: Vedi, vecchio (mi chiamava così), la vita è più di una sconfitta».

Ho pensato che avrei potuto dirlo io. Ho pensato di nuovo alla finale di Wimbledon del 2019. Alla semifinale con Raonic del 2016, alla sconfitta contro Tsonga, alla débâcle con Hurkacz di quest’anno o, per abbandonare un momento il bianco di Londra, agli Australian Open del 2009, in cui Federer scoppia a piangere e sul divano di casa io faccio lo stesso, perché trovo la scena pure un po’ imbarazzate e sbagliata (anche se, diceva qualcuno, le lacrime sono l’ultima forma di comunicazione), quasi mi vergogno per lui, e allo stesso tempo lo stimo ancora di più nella sua umanità.

Mi soffermo ancora sulla citazione di Agassi e sui punti deboli. Sulla contraddizione di scorgere rimpianti in una carriera come quella di Federer. Sul fatto che probabilmente non è il più forte tennista di questa generazione, e che si è rivelato più Agassi che Sampras.

Ma in fondo, comunque, non cambierei niente: conservo nella memoria tutti quei punti da sogno, quello slice di rovescio perfetto, persino le milioni di palle break sprecate. La mattina della finale di Wimbledon di quest’anno ho rivisto la prima finale di Federer contro Philippoussis. Ho iniziato a riguardarmi una delle sue finali vinte la domenica mattina, quindi oggi tocca a quella del 2007 con Nadal: mi tengo anche quel blazer e il completo bianco e oro, che mi aveva fatto sviluppare una fissa per questo accostamento cromatico.

Ciò che Federer ha rappresentato – e rappresenta – per il tennis è innegabile; ma soprattutto, prendendo in prestito una citazione di Febbre a 90°, Federer ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose.

Scrive John McPhee in Livelli di gioco (in Tennis, Adelphi, 2013, a cura di Matteo Codignola): «Nel tennis i meccanismi motori traducono la storia personale e il carattere in colpi e caratteristiche di gioco. Un metodico tenderà a giocare in modo metodico, mentre chi ha estro nella vita lo tirerà fuori anche in campo». Ho sempre associato il modo di giocare di Federer al modo in cui avrei voluto vivere e davvero non c’è record, primato, vittoria di altri che possa togliermi tutto quel marasma di sensazioni provate, o anche solo ridimensionarlo.

Nello sport agonistico le medaglie, i trofei, le vittorie sono per forza di cose parametri necessari per misurare la potenza e la bravura di un giocatore, di un nuotatore, di una squadra. Eppure lo sport, per fortuna, non si riduce soltanto alle statistiche, al numero favorevole negli head to head, al risultato di quell’incontro, alla prima posizione in classifica: coinvolge la sfera emotiva, è fatto di piccole attese, grandi improvvisi sbalzi di umore, alti e bassi, sorprendenti momenti di felicità ed esaltante aspettativa; di momenti che si ricorderanno anche tra vent’anni; di idealizzazioni sfrenate, anche se comunque sane, sensazioni scomposte come quell’attimo che ti fa schizzare in piedi o gridare preso dall’entusiasmo, lacrime e ammirate identificazioni; di idolatrie profane e sacri rituali, scaramantici o non.

«L’ispirazione, però, è contagiosa, e multiforme, e anche soltanto vedere, da vicino, la potenza e l’aggressività rese vulnerabili dalla bellezza significa sentirsi ispirati e (in un modo fugace, mortale) riconciliati», termina Wallace nel descrivere l’estetica precisa e aurea di Federer: la bellezza salverà il mondo, diceva uno nient’affatto idiota.

Scrivevo all’inizio che quando avevo provato a buttare giù questo pezzo mi veniva soltanto qualcosa che suonava come «quanto mi piace Roger Federer». Forse avrei potuto farlo, perché per citare Roland Barthes il mi piace «non ha nessuna importanza per nessuno; il che, apparentemente non ha senso. E però tutto questo vuol dire: il mio corpo non è lo stesso del vostro».

E quindi in qualche modo parlare di Federer, per me, è parlare di me, e tutte le volte che vedendolo giocare ho gioito, mi sono commossa, ho esultato o (spesso) ho rosicato, è stato anche un modo per conoscermi, spronarmi, entrare in contatto con le mie sensazioni, le aspirazioni, i fallimenti, avvicinarmi a un modello, scomporlo, metterlo in discussione e interiorizzarlo.

Perciò tanti auguri al migliore di tutti, catullianamente amatus nobis quantum amabitur nullus.