Eleonora Reggiori
pubblicato 2 settimane fa in Recensioni

Appunti sulla disperazione. “Atti di sottomissione” di Megan Nolan

Appunti sulla disperazione. “Atti di sottomissione” di Megan Nolan

Perché dovrei dire che i cattivi sono loro, e io la buona, e poi limitarmi a osservare cosa accade nel mondo? Il potere che gli uomini hanno avuto su di me, più che una ragione per odiarli, mi sembra un dato di fatto. Non avrei potuto scegliere altri grandi amori invece degli uomini che ho scelto di amare?

La voce narrante di Atti di sottomissione, di recente pubblicato da NN Editore nella traduzione di Tiziana Lo Porto, ha scelto di amare proprio quegli uomini, non si sa se per inconsapevolezza o masochismo.

Megan Nolan ha scritto un romanzo intenso e sincero, di straziante attualità. La protagonista è una giovane donna che ancora non ha trovato il proprio posto in una Dublino brulicante di vita. Come una trottola si sposta da una festa all’altra e i suoi lavori precari sono soltanto ostacoli per la successiva sbronza, finché non conosce Ciaran: bello, colto, straniero, sembra incredibile che – tra tutte – abbia notato proprio lei.

Il libro è la prima pubblicazione della nuova collana di NN, «Le fuggitive»: non poteva esserci titolo migliore per inaugurare una collana che raccoglie storie di donne che scappano. La protagonista di Nolan è ritratta in una costante fuga da sé stessa e fin dalle prime pagine è chiaro che per lei non ci sarà requie, perché non esiste un luogo sicuro dove ripararsi.

Quelli della giovane protagonista sono, sì, atti di “sottomissione” consapevoli, intesi a sottomettere sé stessa e contemporaneamente Ciaran, ma sullo sfondo si delineano una serie di atti disperati – gli acts of desperation del titolo originale – di cui non sembra assolutamente responsabile. Come in un incubo, la protagonista vive all’ombra dell’uomo che ama, e che dice di amarla, senza essere pronta a nessun cambio di scenario.

«Erano più i giorni belli che quelli brutti», dice, e si crogiola nella falsa speranza di tornare al giorno bello, di dormire per tutto il giorno brutto e risvegliarsi in una nuova favola, ancora linda e splendente.

La protagonista senza nome di Atti di sottomissione vive in un mondo che, senza rendersene conto, costruisce a sua immagine e somiglianza, nel quale non mangiare è il miglior modo di punire qualcuno, nonostante quel qualcuno nemmeno sia in grado di rendersene conto, passare i venerdì sera a casa da sola a ubriacarsi è il più grande atto di amore (segreto) nei confronti di sé stessa, come se fosse necessario trincerarsi per resistere in una guerra che comunque nessuno sta combattendo contro di lei. Il lettore è l’unico ad avere contezza di quello che le passa per la testa, dei suoi sotterfugi e delle bugie a proteggerla. Gli altri personaggi vanno avanti con la propria vita, non sospettano niente. La cura con cui queste menzogne vengono raccontate, la fatica per dissimulare la verità, assumono proporzioni enormi in relazione alla scarsa considerazione in cui vengono tenuti questi atti disperati.

Sulla base dell’immaginazione e della visualizzazione degli eventi futuri la voce narrante costruisce il proprio modo d’essere:

La fantasticheria di me che apparivo e tutti si voltavano ad applaudire la mia nuova bellezza non si è avverata. Sono tornata a casa. Mi ero trasformata in un’immagine e non aveva funzionato. […] Ancora una volta ho capito che l’immagine che desideravo così tanto vedere non significava alcunché, semplicemente non esisteva.

La vicenda narrata si dipana su due differenti piani temporali: da una parte siamo in Irlanda, tra il 2012 e il 2014, dall’altra ad Atene, cinque anni più tardi La donna che scrive dalla Grecia è sempre la stessa che si trovava a Dublino e a Waterford, ma con il tempo ha acquisito una maggiore consapevolezza di sé, consapevolezza di sé, come prova il fatto che il racconto della relazione tra lei e Cioran viene sostituito da riflessioni che assumono la forma di postille al romanzo, quasi a volersi giustificare, a voler giustificare lo stesso ex fidanzato.

Tra le pagine datate 2019 si annida ciò che potrebbe essere facilmente inserito sotto l’etichetta – ormai abusata – della cosiddetta millennial fiction. La relazione abusiva con Ciaran passa in secondo piano: ad Atene la protagonista riflette su sé stessa in quanto donna, e il suo passato irlandese viene sublimato per farsi veicolo di riflessioni più astratte, che coinvolgono temi più ampio respiro come l’amore, le relazioni, la detenzione del potere.

La sensazione è che con il distacco – non solo temporale, ma anche fisico – risulti più facile dare una lettura della relazione con Ciaran che non sia inficiata dai sentimenti e dall’amore/odio che permea invece le pagine datate 2012, 2013 e 2014. È sempre nelle confessioni greche che la protagonista raccoglie i pensieri che riguardano il proprio corpo non conforme alla norma, con il quale ha litigato per buona parte dell’adolescenza. La tregua che si è stabilita in seguito, nonostante a prima vista potrebbe sembrare il contrario, non è per niente stabile. nonostante con le parole si cerchi di farla passare come solida, è tutt’altro:

Non ho mai capito come facciano le persone ad amare i propri corpi, né capisco del tutto come facciano a odiarli. Nel suo continuo cambiamento, non ho mai visto il mio corpo come qualcosa di così profondamente disturbante, è solo un oggetto mutevole e ingestibile che non ha niente a che fare con me, qualcosa che non mi riguarda minimamente.

Da questo analizzarsi sincero e senza filtri deriva il ritratto lucidissimo e spietato di una persona che sente di non aver più nulla da nascondere, semplicemente perché non c’è più alcuna energia da impiegare nell’atto della dissimulazione: «Ci saranno altri di voi, i lettori più illuminati, che riterranno imbarazzante questo mio svilimento autoimposto», confessa, ma non si può capire fino in fondo ciò che l’ha mossa, nonostante ne scriva con estrema precisione.

La gente oggi parla sempre più del desiderio femminile, scrive anche, e nonostante questo sente che il lettore troverà tedioso leggere delle turbe sessuali di una giovane donna. Ma perché un lettore oggi dovrebbe necessariamente provare noia di fronte al racconto analitico di quello che passa per la mente di una ragazza? L’impressione è che di nuovo, a parlare, sia quella parte masochista e innaturalmente modesta di lei, abituata a schermirsi e a sminuirsi pur di non occupare uno spazio che si percepisce come immeritato.

Leggevo tempo fa un libro di un’altra scrittrice irlandese, Appunti per me stessa di Emilie Pine (Rizzoli, 2021, traduzione di Ada Arduini): lì ho letto dello scrittore che “sanguina sulla pagina”, e di quanto sia diverso quando a sanguinare sia invece una scrittrice. È una definizione che si adatta in modo peculiare all’operazione di Megan Nolan: il suo è un romanzo emorragico, che si dissangua a mano a mano che si procede con la narrazione e sembra doversi sciogliere solo in prossimità di una soluzione definitiva, che però non sembra arrivare mai o, perlomeno, la protagonista non riesce a coglierla.

Una domanda sorge spontanea: non avrebbe potuto scegliere altri grandi amori? Non avrebbe potuto semplicemente voltarsi e andarsene, preservare quel buono che c’era in lei, non sottomettersi all’imperativo del desiderio sporco che le facevano provare? Risponde così:

Certo che avrei potuto, ma non l’ho fatto, e questa, la mia storia, è la storia di questo atto mancato.