Roberta Landre
pubblicato 2 mesi fa in Gli animali che amiamo

Che cos’è la “questione animale”?

Che cos’è la “questione animale”?

Quando ci guardiamo attorno il più delle volte vediamo verticali di cemento nelle quali la maggior parte di noi abita e lavora. Luci e cartelli attirano la nostra attenzione in ogni angolo, camminiamo su lastre nere di catrame ed eccetto i più fortunati ci imbattiamo raramente in verdi spazi aperti dove flora e fauna la fanno da padroni. Certo qui e là scorgiamo aiuole, puntualmente tosate, e qualche animale urbano – come scarafaggi, topi e piccioni – ma difficilmente abbiamo esperienza diretta dei rapporti effettivi che intratteniamo con gli altri animali non umani.

Tuttavia le nostre vite sono radicalmente legate e dipendenti da quelle degli altri coinquilini del pianeta. La questione animale indaga proprio la natura morale degli animali e si interroga sul trattamento che ricevono, e su quello che dovrebbero ricevere, da parte di chi, come noi, beneficia della loro presenza.

Alcuni a questo punto potrebbero obiettare dicendo che non è importante o interessante interrogarsi sulla considerazione che attribuiamo loro, su come li trattiamo e sulla legittimità di tali comportamenti; invece, la questione animale ci coinvolge tutti, in primis in quanto appartenenti al regno animale, ma nello specifico perché usiamo, letteralmente, gli animali in una miriade di modi. Vengono fatti nasce allo scopo di essere uccisi per fornirci alimenti; molti di loro vengono fecondati artificialmente, come ad esempio le mucche, tramite una macchina che replica la monta del toro, inscenando uno stupro per darci latte e futura carne tenera per i palati più esigenti; ci vestiamo delle loro pelli, li addestriamo per i fini più disparati e li utilizziamo come cavie per sperimentare la tossicità di farmaci, cosmetici e prodotti vari. Li rinchiudiamo in gabbie o acquari per averli sempre a portata di mano, come un quadretto animato da ammirare all’occorrenza; aiutano molti di noi nella pet therapy, ci intrattengono presso i circhi e in diversi parchi a tema; li usiamo per la caccia di altri animali, oppure, li cacciamo direttamente. La lista è lunga, ma credo che il fatto più rilevante della questione animale, e appunto quello meno visibile, sia che senza di loro noi non saremmo come siamo, non saremmo forse nemmeno umani; cosa e come saremmo non ci è dato saperlo.

Gli altri animali sono da sempre stati il polo negativo da cui l’uomo ha preso le distanze, dandosi una precisa identità e, con essa, un sistema sociale ed economico che si basa sul loro sfruttamento. È quindi una questione che riguarda tutti, anche chi potrebbe non avere a cuore il loro benessere o la loro sofferenza, proprio perché le nostre vite ci relazionano al mondo non umano in un’infinità di modi.

Questa questione coinvolge una costellazione di ambiti e problemi, portando con sé altrettante domande; ma quali che siano i risvolti, l’attenzione verso il regno animale si è manifestata lungo tutta la storia e continua a farlo, oggi con più insistenza che in passato. Al di là motivi che spingono verso una riflessione sulla condizione animale, che siano etici – come l’avvertire l’ingiustizia che deriva dal loro trattamento – o scientifici – notare che umani e animali (per la maggior parte) condividono la capacità di sentire piacere e dolore – ogni pensiero parte, o giunge, alla riflessione circa il loro status morale.

Lo status morale è quel valore posseduto da un ente in modo intrinseco, che fa sì che a esso sia dovuta una certa considerazione morale, a prescindere dal valore che altri gli attribuiscono e da ogni altro aspetto estrinseco.

Approfondiamo questo argomento: nel 1948 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite (United Nation General Assembly: l’ONU) approvò la “Dichiarazione universale dei diritti umani”. Questa nei suoi 30 articoli sancisce i diritti di ogni persona, sia a livello civile-politico che a quello economico-sociale-culturale. Da questo momento, le Nazioni Unite stabiliscono le libertà fondamentali dell’individuo: libertà di pensiero, di opinione, di fede religiosa, di coscienza, di parola e di associazione pacifica e, soprattutto, sanciscono il principio di libertà ed uguaglianza. Nonostante le diverse dichiarazioni che l’hanno preceduta e succeduta, essa rimane un momento fondamentale. Cinquantotto paesi si unirono per discutere a livello mondiale dello status morale (e non solo) dell’uomo. Da quel momento l’uomo aveva una dignità intrinseca, non dipendente dal volere altrui o da cause esterne, e con questa, si vedeva garantito dei diritti; in altre parole tutti gli uomini avevano dei doveri nei confronti degli altri umani, in modo reciproco.

Nessuno, eccetto qualche intollerante, si sogna oggi di dire che l’uomo non ha una dignità propria. Tutti concordiamo sui diritti fondamentali della nostra specie; tuttavia, non c’è unanimità sulla dignità degli animali non umani.

Ma veniamo alla parte filosofica e alla questione animale: lo status morale può essere posseduto in modo totalmente positivo (status morale pieno, per esempio l’Uomo) o totalmente negativo (assenza di status morale, per esempio le pietre) o, ancora, per gradi.

Le ragioni su cui si fonda l’attribuzione di una certa considerazione morale son di due nature: le ragioni che vertono sulle proprietà naturali e quelle vertenti sulle proprietà non naturali.

Nel caso delle proprietà naturali ci si può riferire alle capacità cognitive; o alla capacità di agire, intesa come facoltà pratica di fare azioni in modo autonomo; o ancora alla capacità di sentire, cioè alla possibilità di avvertire piacere e dolore. In questi casi lo status sarà molto probabilmente posseduto per gradi. Per fare un esempio: l’uomo possiede piena considerazione morale in virtù delle sue capacità cognitive, mentre gli animali, quasi interamente, vengono trattati con una considerazione morale differente e inferiore, in quanto si crede che non posseggano abilità cognitive in modo analogo.

Per quanto riguarda le proprietà non naturali, invece, esse si basano su caratteristiche non empiriche, come ad esempio il possesso di un’anima; va da sé che lo status morale qui non ha una connotazione scalare, ma è “tutto o niente”; l’anima, ad esempio, si può possedere o non possedere, non ci sono gradi intermedi. Per fare un altro esempio: l’uomo è considerato il detentore di un’anima immortale, cosa che gli garantisce uno status morale pieno, mentre gli animali non avendola non sono considerati possessori di altrettanta dignità. In questa prospettiva pare lecito tralasciare le giustificazioni della peculiarità morale umana basate su presupposti non scientifici, in quanto essi non sono né dimostrati, né verificabili.

Se prendiamo in considerazione gli animali, notiamo subito che, secondo il senso comune, non hanno pari status degli umani; sia che ci rifacciamo alle basi naturali, che a quelle non naturali, siamo indotti a pensare di avere degli obblighi minori nei loro confronti, rispetto a quelli che abbiamo, ad esempio, nei confronti di altri umani seppur con capacità cognitive menomate o ridotte.

Tuttavia, per quanto strano possa sembrare, condividiamo con loro un gran numero di proprietà. Il primato umano basato sulla peculiarità di certe nostre caratteristiche è stato messo al bando dalle ricerche in etologia, biologia e genetica. Già Darwin aveva mostrato la profonda relazione che intercorre tra l’uomo e il resto degli animali nella storia evolutiva. I più recenti studi hanno confermato la presenza di norme sociali e intelligenza anche nelle altre specie.

Come mai, nonostante quanto ci dice la scienza, molti di noi pensano e trattano gli altri animali come mere cose? Eppure provano sensazioni di piacere e rifuggono quelle di dolore proprio come noi; pensiamo ad esempio alle fughe di animali da allevamento che leggiamo sui quotidiani.

Come mai pensiamo non siano intelligenti?  Compiono scelte, prendono decisioni e perfino sanno far di conto, come i macachi e i piccioni.

Come mai crediamo che agiscano per puro istinto? Sono stati documentati casi di animali che agiscono contro ogni logica opportunistica in termini di sopravvivenza; come quando alcuni lemuri adottano un cucciolo orfano e lo curano come fosse loro, incrementando così le loro fatiche in termini di sussistenza.

Come mai li crediamo incapaci di provare sentimenti? Il video del leone Christian ci ha mostrato un leone ormai adulto e in libertà ricordarsi, dopo svariati anni, di due umani che l’avevano liberato da un negozio e accudito, festeggiandoli tra abbracci e leccate. Faccio questo esempio perché credo che il video in questione sia stato visto da moltissimi scatenando commozione e affetto. E non mancano altre ricerche, come credo non manchi l’esperienza personale di ognuno di noi con gli animali con cui passa il suo tempo o condivide la casa.

Tutte le riflessioni circa le disparità di trattamento e di status morale verso gli animali hanno portato a coniare un nuovo termine; il neologismo in questione è “ specismo”, che significa l’avere una preferenza o un pregiudizio nei confronti degli appartenenti alle specie animali diverse dalla nostra, con il risultato di avere atteggiamenti favorevoli alla specie umana a scapito delle altre. Il ragionamento alla base è il seguente: non abbiamo caratteristiche naturali – ricordiamoci che quelle non naturali non sono prese in considerazione in quanto non scientificamente provate né provabili – che siano possedute in modo esclusivo solo dall’uomo. La differenza tra le specie animali, quindi, uomo incluso, è per grado di proprietà e non per qualità, e se ammettiamo che non è lecito discriminare arbitrariamente tra individui con lo stesso tipo di qualità moralmente rilevanti, allora se ne deduce che non possiamo legittimamente attribuire diverso status morale agli animali solo perché hanno le nostre stesse caratteristiche in gradi differenti. Di conseguenza l’unica caratteristica che effettivamente ci pone in una posizione morale differente dal resto del regno animale è l’appartenenza alla specie umana. Da qui l’accusa di specismo.

A prova di questo si è solito fare l’esempio dei “casi marginali”; una persona che fosse in coma irreversibile, in uno stato vegetativo, o che non possedesse le capacità moralmente rilevanti che si ritiene che la specie umana abbia, avrebbe lo stesso status morale delle persone non affette da simili problematiche? Il presupposto è mostrare che nemmeno nell’umano esistono proprietà condivise in uguale grado e che qualora un uomo dovesse perderle si reputerebbe, secondo la metafisica della sostanza, comunque avente dignità intrinseca. Tuttavia questo ragionamento non fa che affermare la teoria secondo cui la maggior parte di noi pensano gli altri animali con le lenti dello specismo. Non abbiamo legittimazioni per conferire diverso valore morale a una pecora e a una persona ormai in stato vegetativo, anzi, basandoci sui presupposti naturali dovremmo invece conferire maggiore status alla pecora. Lungi da me voler suggerire di trattare le persone in coma irreversibile come normalmente vengono trattate le pecore; non augurerei a nessuno di esser trattato in quella maniera. Piuttosto vorrei far comprendere che nemmeno basandoci sulle capacità cognitive possiamo dirci superiori moralmente, altrimenti quelli di noi che – come nell’esempio – si trovassero in deficit cognitivo, sarebbero legittimamente trattati al pari di altri animali considerati privi di ragione.

La filosofia si sta orientando verso temi prima rimasti sullo sfondo, sta andando al di là della metafisica della sostanza che ha contraddistinto l’occidente, e pare inevitabile seguire le ricerche sulla questione animale, la quale intende indagare lo spettro di domande, pratiche e soluzioni possibili che emergono quando si inizia a prestare attenzione alla relazione che l’uomo e il resto degli animali hanno e hanno avuto nel corso della storia; nonostante la vastità dei temi trattati e delle posizioni che via via si sono succedute, l’indagine in questo ambito rimane fervida e le domande circa gli animali non smettono di porre nuove aree di indagine e altrettanti quesiti.

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