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pubblicato 4 settimane fa in Letteratura \ Recensioni

“Come diventare newyorkesi” di O. Henry

un umorista americano ritrovato

“Come diventare newyorkesi” di O. Henry

Uno dei lavori pregevoli di Mattioli 1885 sul versante statunitense è quello di riportare alla luce la letteratura a cavallo fra Ottocento e Novecento, a partire da Twain e da alcuni scrittori fondamentali ma poco conosciuti o dimenticati in Italia, attivi nei primi decenni del Novecento, come Theodore Dreiser, Sinclair Lewis, Ring Lardner e Sherwood Anderson. La storia letteraria statunitense del Novecento, basandosi sulla copertura editoriale e mediatica italiana, sembra iniziare dalla Grande Depressione, mentre è meno noto il trentennio precedente.

Di O. Henry in Italia esistono poche e dimenticate traduzioni, risalenti al periodo della sua scoperta, quando era stato letto a fondo da Cesare Pavese che gli dedicò un articolo nel 1932, in cui scrive:

coloro che si lamentano che O. Henry non ha creato nulla, nessun personaggio, hanno intanto, almeno per una volta, torto: un personaggio c’è, vivo e parlante – anche troppo – che tutti i momenti ha da dire la sua e – oh rabbia – la dice quasi sempre bene: O. Henry, per gli amici William S. Porter.

In molti conoscono il disco-concerto di Lucio Dalla e Francesco De Gregori Banana Republic (1979) o il film di Woody Allen Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971), ma forse non tutti sanno che entrambi sono indirettamente legati a Cabbages and Kings (1904), romanzo satirico di O. Henry non ancora tradotto in italiano.

Nato nella Carolina del Nord, William Sydney Porter, conosciuto con lo pseudonimo di O. Henry, proprio in questo romanzo scritto durante la sua latitanza in Honduras, coniò il termine Banana Republics (‘Repubbliche delle banane’) per definire gli stati del Centro America, divenuti allora indipendenti, poiché basavano la loro ricchezza sul commercio di banane, soprattutto con gli Stati Uniti. Fra gli «americani malinconici, espatriati nei paesi dei tropici» di Dalla e De Gregori, rifacimento dell’omonima canzone di Steve Goodman del 1976, c’era anche O. Henry.

Questi, infatti, era scappato in Honduras a causa di una condanna per peculato mentre lavorava alla banca nazionale di Austin, Texas. In seguito, nel 1902, dopo aver scontato una pena abbreviata in carcere, si trasferisce a New York dove si dedica esclusivamente alla scrittura di short stories e diventa un cultore del genere.

Nove di queste short stories sono raccolte nel recente volumetto curato da Silvia Lumaca, Come diventare newyorkesi (Mattioli 1885, 2020). Seppure sia un piccolo campione dei numerosi racconti usciti dalla penna del prolifico O. Henry, il volume dà la dimensione della sua abilità narrativa. L’umorismo è caustico e beffardo, e il punto di vista complessivo è quello di una persona inebriata e nauseata dalla vita newyorkese, di chi arriva dalla provincia e si trova buttato in mezzo all’assordante umanità della città-simbolo degli Stati Uniti. Ciò si evince dal racconto che dà il titolo alla raccolta, il cui protagonista viene investito da un’auto e soccorso dai passanti. Raggles è un moderno flaneur americano:

veniva chiamato vagabondo, ma non si trattava che di un modo succinto per dire che era un filosofo, un artista, un viaggiatore, un naturalista, e un esploratore. Ma più di ogni cosa, Raggles era un poeta. Non aveva mai scritto un solo verso in vita sua, lui viveva la sua poesia.

 Anche in La ragazza e l’abitudine O.Henry traspone nella pagina scritta il caos della metropoli, in cui protagonista è la cameriera di un bar che viene ‘adottata’ da una coppia di ricchi anziani dimenticando il suo vecchio lavoro, o forse no. La narrazione è frammentata e sincopata in modo sapiente, il narratore fa fatica a farsi largo fra i più svariati discorsi degli avventori del bar, le loro consumazioni e transazioni, a cui aggiunge continue allocuzioni in seconda persona come se il lettore fosse coinvolto nella vicenda. L’effetto provocato dal ritmo narrativo è quello della vertigine e la vicenda culmina, ma non finisce, con lo svenimento della cameriera.

Tipico procedimento narrativo di O. Henry, non certo nuovo nel genere del racconto, è il ribaltamento inaspettato del finale, specialmente nei racconti Un tuffo nell’afasia e Mentre l’auto aspetta: il primo gioca sull’affidabilità del protagonista affetto da un morbo, il secondo sulle aspettative del lettore in relazione alla classe sociale dei due protagonisti. I personaggi di O. Henry sono spesso stilizzati, sono dei ‘tipi’, macchiette bizzarre e malinconiche inserite in un ambiente scomodo e ambiguo: tutte caratteristiche della tradizione dello sketch americano, a partire dagli umoristi di frontiera (culminati con Mark Twain), che prosegue fino a Ring Lardner e arriva, ben assimilato, a J.D. Salinger e Raymond Carver, che aggiungono la profondità psicologica dell’individuo nevrotico e traumatizzato.

L’ultimo racconto, La signora lassù, è invece peculiare rispetto agli altri otto perché inscena un dialogo notturno fra due statue di Manhattan, quella della dea Diana in cima al Madison Square Garden (rimossa nel 1932 per essere esposta in museo) e la Statua della Libertà.

Racconto doppiamente attuale in un periodo in cui si riflette sia su legittimità e valore simbolico-morale di statue e monumenti, sia sull’immigrazione. Con un’inversione di percezione, però, nel racconto sono le statue a interrogarsi sulla società che osservano dalla loro posizione. Si soffermano sul duro lavoro che spetta alla Statua della Libertà, ovvero di dover ‘illuminare’ con la luce della libertà le navi che arrivano cariche di migranti dall’Europa.

Nonostante il tono umoristico, la chiusura di questo dialogo accenna a una retorica speranza a favore dell’assimilazione dei migranti. Ma bisogna tener conto del fatto che in quegli anni negli Stati Uniti l’immigrazione europea arrivava ai massimi storici, ed erano sempre più diffusi i sentimenti xenofobi. Gli immigrati, infatti, venivano derisi sulle vignette dei quotidiani, vessati e considerati ‘indesiderabili’: milioni di italiani erano fra questi.

di Enrico Mariani