Culturificio
pubblicato 5 anni fa in Recensioni

“Confidenza” di Domenico Starnone

“Confidenza” di Domenico Starnone

Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finisce che sentite la mancanza di tutti (Il giovane Holden, p. 248)

Si chiude così la riflessione del giovane Holden Caulfield; per Pietro Vella invece, protagonista di Confidenza (Einaudi, 2019), ultimo libro di Domenico Starnone, il discorso è più complicato: raccontare una cosa a una persona significa non solo sentire poi una lancinante mancanza, ma ansie, notti insonni e soprattutto tanta paura.

È infatti un terrore sottile e sotterraneo quello che lo accompagna per tutta la vita, dopo che Teresa, sua ex studente e suo grande e turbolento amore, gli propone di confidarsi reciprocamente una cosa mai esplicitata a nessuno: un segreto pesante e ingombrante, di quelli che non si è in grado di ammettere neanche a sé stessi.

– Ora sai di me ciò che non ha mai saputo nessuno.

– Anche tu di me.

– Non possiamo lasciarci più, siamo davvero l’uno nelle mani dell’altra. (p. 7)

Ma i due si lasciano poco dopo e Pietro incontra Nadia, giovane professoressa di matematica, unica nella sua dolcezza e nel suo essere tutto il contrario di Teresa e la sposa; scrive poi un libro polemico sulla condizione della scuola e dell’istruzione in Italia; mette su famiglia e si districa tra il ruolo di genitore, di marito, di professore di periferia e di scrittore. Teresa si allontana solo fisicamente partendo per l’America, ma non esce mai davvero dalla sua vita, presenza incombente e inquietante, vera e propria personificazione di una spada di Damocle per quella confessione che si configura come foedus solenne.

Starnone torna in questo romanzo a confrontarsi con l’ambiguità dei rapporti sentimentali, le verità e le bugie che prendono forma e si cementificano nel mezzo di una coppia di professori degli anni Ottanta a Roma. Nelle diverse quotidianità motore dell’azione sono i tradimenti, reali o immaginati, le incomprensioni e i silenzi pesanti, le lontananze per viaggi di studio o di lavoro, i piccoli momenti di tenerezza nel ritrovarsi.

In Lacci (Einaudi, 2014) l’autore scriveva: «Abbiamo imparato entrambi che per vivere insieme dobbiamo dirci molto meno di quanto ci nascondiamo». Qui il concetto ritorna e viene assolutizzato: Pietro si rende conto, dopo un duro litigio, di non conoscere Nadia:

Pensai: ci innamoriamo di persone che sembrano vere, ma non esistono, sono una nostra invenzione; questa donna così ferma, dalle frasi così scandite, questa donna senza timidezze, sferzante, non la conosco, non è Nadia. Una cosa è la persona amata, altra cosa è la persona reale che finché l’amiamo non vediamo mai davvero. Quanto tempo, mi dissi, sprechiamo nei rapporti amorosi. In questi anni ho felicemente inventato una persona (p. 41)

D’altronde non è una scoperta, se si pensa che sull’inconoscibilità dell’amato così si era espresso Roland Barthes: «Io sono prigioniero di questa contraddizione: da una parte, credo di conoscere l’altro meglio di chiunque e glielo dichiaro trionfalmente («Io sì che ti conosco! Solo io ti conosco veramente!»); e, dall’altra, sono spesso colpito da questa evidenza: l’altro è impenetrabile, sgusciante, intrattabile; non posso smontarlo, risalire alla sua origine, sciogliere il suo enigma. Da dove viene? Chi è? Mi esaurisco in sforzi inutili: non lo saprò mai. (Frammenti di un discorso amoroso, p. 107)

Passano gli anni (il rapporto tra tempo narrato e tempo del racconto non è mai regolare) e Pietro si trova a occultarsi di continuo, a mascherare la sua vera identità per quieto vivere e ad allestire più volte una recita nella sua casa di bambole, senza però essere in grado di afferrare i confini tra ciò che è costruito e ciò che è naturale, con Nadia e con i suoi tre bambini:

Con Nadia, pensai, chissà quanto tempo sarò costretto a perdere per nascondermi e nascondermela e tenere in piedi, così il nostro rapporto, la famiglia che abbiamo creato (p. 46)

Fino ad ora è andata bene, ma è soprattutto con i miei figli che sono risultato davvero convincente. Il pensiero però non mi tirò su. Di che cosa avevo convinto Emma, Sergio, Ernesto? Li avevo persuasi di una verità o di una bugia? Mi stavo complimentando con me stesso perché con loro mi ero particolarmente ben manifestato o perché mi ero particolarmente ben nascosto? (p. 104)

La maggior parte del libro segue la narrazione colloquiale di Pietro, capace di mettersi a nudo in una continua e accorata confessione al lettore, pronto a richiamarlo all’attenzione – come un professore con uno studente disattento – nel suo lungo soliloquio tra presente e ricordi d’infanzia, tra finzione retorica e realtà.

L’amore, che dire, se ne parla tanto, ma non credo di aver usato spesso la parola, ho l’impressione, anzi, di non essermene servito mai, anche se ho amato, certo che ho amato, ho amato fino a perdere la testa e i sentimenti (p. 3)

Nelle sue parole si concretizza spesso una sorta di riscrittura del concetto di amare magis, sed bene velle minus di catulliana memoria: Pietro riflette su come sia possibile «volere il bene senza riuscire più a voler bene, volere il male pur seguitando a voler bene» (Confidenza, p. 4). Il suo legame con Teresa non viene mai meno, rimane presente nel corso degli anni (talvolta solo come immagine mentale o ricordo, altre volte a seguito di un incontro più o meno casuale, ancora più spesso attraverso lunghe lettere) rafforzato e allo stesso tempo messo a rischio da quella confidenza di tanto tempo prima: «Teresa, ti conosco come nessun’altra persona e mi fido di te quanto tu sai che puoi fidarti di me» (p. 46). 

Proprio quando si è portati a pensare che ci sarà la sola voce di Pietro ad esporre i fatti, Starnone sorprende il lettore e inserisce un altro narratore: nel secondo racconto (che inizia con un lapidario: «io sono un problema» p. 107) si assiste a un brusco mutamento di tono, con un punto di vista solo in parte esterno, che lascia trasparire dalle sue parole un debito e un’ammirazione sconfinata nei confronti della magnetica figura di Pietro Vella. Finalmente, nel terzo brevissimo capitolo, a salire in cattedra per raccontare la storia è la tanto sfuggente «fera bella e mansueta» Teresa, con alle spalle una brillante carriera e una vita spesa tra diversi luoghi.

Starnone riesce con una lingua sempre misurata e quasi delicata a scavare la durezza dell’intimità dell’animo umano, costruendo per il lettore una confessione che appare a tratti dolorosamente onesta, a tratti mendace. 

Alla persona che incarna, per me, tutte le accezioni della parola “confidenza”.

Fonte dell’immagine

di Vanni Fucci