Gianmarco Canestrari
pubblicato 2 anni fa in Letteratura

Cosmopolitismo contro contemplazione

Dante contro Petrarca

Cosmopolitismo contro contemplazione

Dante Alighieri rappresenta uno dei più grandi pilastri della letteratura italiana del Duecento e del Trecento: con le sue opere ci mostra l’immagine più luminosa e grandiosa del Medioevo. L’opera con cui è stato reso immortale presso i posteri è indubbiamente la Divina Commedia. La Commedia nasce da una visione cupa e apocalittica della realtà e del mondo, “di malizia gravido e coverto”, corrotto, caotico, violento. In tale realtà l’ordine voluto da Dio è sconvolto e capovolto: ormai regnano il disordine e il male morale fra gli uomini. Anche da un punto di vista politico l’ordine è stato sovvertito: l’imperatore ha dimenticato il ruolo di arbitro e garante della pace terrena, la “beatitudo huius vitae”, ha abbandonato a sé l’Italia, mentre il pontefice pensa solo al bene materiale e non ai supremi fini spirituali , accrescendo solo il caos e corrompendo la Chiesa. Nascono e si infittiscono le lotte intestine alle città italiane: l’assenza di ordine nelle istituzioni favorisce così la cupidigia di denaro. Dante coglie con grande acutezza la crisi del suo tempo, ma la guarda con gli occhi del passato, della storia ormai confinata agli angoli dai nuovi ceti sociali: la crisi segna allora non tanto un passaggio da un mondo antico a uno nuovo ma è la fine del mondo, l’apocatastasi finale che assorbe tutta la realtà. Ma in tutto ciò c’è una via di salvezza: Dio invierà un Veltro che sconfiggerà la “lupa”, l’avarizia, la cupidigia del “maladetto fiore” del denaro, e riporterà l’ordine nel mondo. Dante si carica del compito profetico di annunciare all’umanità intera il messaggio di rigenerazione e salvezza: per questo deve compiere il viaggio nei tre stadi dell’aldilà. Dopo la “beatifica visione” dovrà annunciare tale messaggio a tutto il genere umano attraverso la sua opera, in modo tale da poter ritornare sulla “diritta via”. Dante è il terzo mortale a compiere da vivo il viaggio nell’oltretomba, dopo Enea (il mondo pagano) e san Paolo (il cristianesimo), ma il compito di Dante è più arduo: deve indicare la via maestra della rigenerazione dell’impero e della Chiesa, da cui dipende la salvezza di tutta l’umanità. Il viaggio che compirà Dante assume quindi connotati profetici e rappresenta la storia di redenzione personale dell’autore, ma allo stesso tempo di tutta l’umanità. L’intera opera di Dante si ricollegava a illustri esempi che circolavano nel Medioevo: il Libro delle tre scritture di Bonvesin de la Riva e il De Ierusalem coelesti et de Babilonia civitate infernali di Giacomino da Verona. Non furono ininfluenti nella composizione dell’opera anche i poemi del Roman de la rose, il romanzo cavalleresco del ciclo bretone e naturalmente i rimandi alla Sacra Scrittura. La base filosofica della Commedia è costituito dalla Scolastica e in particolar modo da san Tommaso d’Aquino, il più grande filosofo e teologo del Medioevo. Il lavoro di Dante può essere considerato un equivalente delle grandi Summae del Medioevo, edifici intellettuali che abbracciavano tutto il reale chiudendolo in un armonico sistema concettuale, in cui veniva riassunto e trovava senso ogni aspetto della realtà. Ma il compito che si prefigura Dante è quello di portare ordine al mondo sconvolto dal caos: è un’opera scritta “non ad speculandum, sed ad opus”, non per trattare in modo teoretico ma per trasformare, cambiare, dare un nuovo volto al mondo corrotto. Ma oltre al filone razionalistico di matrice tomista, si trova nella Commedia anche lo spirito del filone mistico di tipo agostiniano, soprattutto per la visione dell’ascesa al divino vista come slancio d’amore verso l’Amato e non come puro cammino speculativo. Di tutt’altro ordine sono le opere di Francesco Petrarca, dove si riconosce una personalità scissa tra la spiritualità cristiana e l’amore profano soprattutto per la donna della sua vita, Laura, tra disprezzo dei beni terreni e desiderio di ottenere fama e onori, tra bisogno di pace e desiderio di viaggiare e conoscere. Nella sua persona si riassumono le ansie e i timori che travagliavano la sua epoca, caratterizzata dal fatto di essere un periodo di transizione tra la civiltà medioevale che era al tramonto e i valori umanistico – rinascimentali che ancora erano ben poco definiti. Petrarca, a differenza di Dante, rappresenta non più il poeta di città tipico dell’età comunale, ma è un autore cosmopolita, legato a diversi ambienti: alla Chiesa in quanto chierico, ma anche alle corti signorili e principesche. Dante e Petrarca rappresentano quindi bisogni e istanze completamente differenti: il primo è legato alla sua città, Firenze, dove partecipa alla vita politica, sostenuto da un impianto razionale e intellettualistico del creato, in cui la donna figura come dimensione teologica per raggiungere la salvezza; il secondo, invece, non è legato ad una singola città, ma ha una visione “nazionale” e aperta della realtà, vista non più sotto lo sguardo ordinatore della Provvidenza, e in cui l’attenzione si sposta verso la sua interiorità, in cui la donna amata figura come un ostacolo alla pace interiore a causa della forza dell’amore che la lega al poeta. Insomma Dante è l’intellettuale-cittadino che ama e si dona alla sua città, Petrarca invece è l’intelletuale-cortigiano che assiste con il suo lustro e il suo prestigio le corti signorili.