Anita Orfini
pubblicato 9 mesi fa in L'angolo russo

Dalle rovine – “La città condannata” di Arkadij e Boris Strugackij

Dalle rovine – “La città condannata” di Arkadij e Boris Strugackij

I lampioni erano finiti, e la parte residenziale della città era rimasta più indietro. Ora, da entrambi i lati della strada sconnessa, si estendevano delle rovine abbandonate: resti di assurdi colonnati su fondamenta fatiscenti, mura sostenute da travature e che, al posto delle finestre, avevano dei fori enormi, erbacce, cataste di tronchi putrescenti, macchie di ortica e rovi, alberelli stecchiti mezzo soffocati da liane, tra cumuli di mattoni anneriti. E poi davanti a loro sorse di nuovo l’alone della nebbia (p. 22).

Scritto fra il 1969 e il 1972, La città condannata (Grad obrečennyj) di Arkadij e Boris Strugackij ha visto la luce ufficialmente solo nel 1988 sulle pagine della rivista «Neva» dopo più di un decennio di peripezie e segreti sotterfugi. Da qualche mese è finalmente disponibile in lingua italiana grazie al lavoro della Carbonio Editore e alla traduzione di Daniela Liberti.

Il romanzo è una distopia ambientata in una città circondata da un deserto apparentemente senza fine. Lo scenario che si dispiega davanti agli occhi del lettore è a dir poco grottesco: ai lati delle strade incombono montagne di immondizia il cui tanfo viene portato con sé da un dolce venticello notturno, orde macabre e irsute di scimmie impazzite imperversano per le vie razziando chioschi e distruggendo ogni cosa e bande di gangster tengono sotto scacco la popolazione.

 I bidoni erano arrugginiti, ammaccati, e i loro coperchi rimanevano sollevati. Da lì sotto spuntavano ritagli di giornale, penzolavano bucce di patate. Nell’insieme, ricordavano il becco spalancato di uno sciatto pellicano, poco attento alla scelta del cibo (p. 11).

In un babilonico limbo in cui tempo e spazio sono isolati dal resto del mondo, assistiamo al cammino di Andrej Voronin, che da semplice netturbino diventerà prima inquirente della Procura e poi caporedattore del giornale cittadino.

La Città, scenario delle vicende, è stata costruita affinché persone provenienti da ogni parte del globo e da epoche diverse partecipino a un misterioso piano denominato “Esperimento”, il cui scopo è di creare una società nuova.

Come raggiungere tale obiettivo, però, non è chiaro a nessuno. Ed è difatti in una serie di eventi surreali che rimangono privi di alcuna spiegazione che si snoda la prima parte del romanzo. All’improvviso alcuni abitanti scompaiono senza lasciare traccia e sembrano trovare la morte in uno strano Edificio rosso dal quale si sente provenire una melodia solenne e lugubre. La misteriosa casa pare spostarsi fra le strade della Città e apparire improvvisamente ogni volta in un posto diverso (quando vi entra Andrej, si trova fra una sinagoga e un cinema porno). I malcapitati che vi si addentrano si ritrovano in una dimensione di sogno, in quello che descrivono poi come il delirio di una coscienza agitata. Con il passare del tempo, fra i cittadini, si fa largo una leggenda che presuppone l’esistenza di una Anticittà situata alla fine del deserto. Ed è così che Andrej prenderà parte all’operazione Zig zag organizzata proprio per scoprire cosa si nasconde al di là della fine del loro mondo. In questa realtà imprigionata in una dimensione eterotopica e in un intricato ordito di verità e falsità che nemmeno Voronin sembra in grado di sciogliere, l’unico obiettivo visibile è quello di creare il modello della società comunista.

Davvero sei un astronomo? Ascolta, fratello, allora tu dovresti sapere dove siamo capitati. È una sorta di pianeta o, diciamo, una stella? Da noi, cioè alle paludi, ogni sera si azzuffano per questo motivo – arrivano a picchiarsi duramente, lo giuro su Dio! Trangugiamo il nostro samogon e facciamo a chi la spara più grossa… Ci sono quelli, sai, che pensano: ‘Qui è come se fossimo rinchiusi in un acquario, qui – sulla Terra. Un acquario davvero grande, solo che dentro, al posto dei pesci, ci sono gli uomini’ (pp. 52-3).

Non è dunque un caso che il romanzo sia caratterizzato da riferimenti ai clichés dell’epoca sovietica: le interminabili code davanti ai negozi per accaparrarsi i beni di prima necessità, l’estenuante burocrazia, la corruzione, la scure della censura, le fonti di informazione controllate dal giogo del Potere (il giornale presso il quale lavora Andrej altro non è che un’allegoria della «Pravda»), sulla narrazione aleggia infatti il fantasma dell’epoca delle repressioni politiche e delle purghe.

L’utopia della modernità, dunque, si trasforma qui in una distopia postmoderna, dove regna una meccanica del caos in cui gli ingranaggi sono persone ignare delle cause e delle conseguenze dei loro movimenti. Su tutto vige un concetto di ordine che sfugge alla comprensione poiché ignoto è il suo metodo, non vi sono certezze se non il tautologico ritornello «l’Esperimento è l’Esperimento», vuoto ma unico e ultimo appiglio di un popolo senza rotte. La vicenda di Andrej e della Città stessa diventano pertanto paradigmi allegorici, all’apparenza insondabili, per comprendere la Rivoluzione e l’epoca sovietica stessa. Non è dunque un caso che gli Strugackij si siano ispirati a La città è condannata di Nicholas Rerich, l’opera che li aveva colpiti per la sua cupa bellezza e per il senso di disperazione che emanava.

Dalle rovine di questa Città si staglia lo spirito di un romanzo che mostra il cammino di Andrej: da semplice membro del Komsomol e fervente combattente per la felicità del popolo, si trova a cambiar faccia e casacca trasformandosi in un importante e rispettato membro dell’intelligencija, nell’apocalittica tempesta di un inferno di dantesca memoria.