Zaira Carraro
pubblicato 3 anni fa in Arte

Die Brücke

quel ponte verso l'avanguardia

Die Brücke

Pare che pronunciare la parola espressionismo sia come graffiare la lavagna con le unghie. Il termine stride soprattutto se accostato all’amato impressionismo ma il confronto è praticamente d’obbligo, nel senso che sembra non poterci essere il primo senza il secondo.

Amo quell’arte che viene chiamata “espressionista” ancor più tale espressionismo tedesco che dai giovani “del ponte” scaturisce. Questi quattro studenti di architettura si chiamavano Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Max Pechstein e Karl Schmidt-Rottluff e nel giugno 1905 fondarono a Dresda, per poi spostarsi a Berlino, il gruppo artistico denominato appunto Die Brücke. Il termine scelto, ponte, riflette la volontà di intendere l’arte come dialogo diretto tra artista e pubblico e, all’indietro, il desiderio di collegarsi al primitivismo medievale della tradizione artistica germanica, così lontana dalla pittura di genere che domina la scena nella società guglielmina di inizio secolo. Non ci troviamo di fronte ad un programma preciso quanto piuttosto ad un gruppo di personalità non specificatamente formate in campo artistico che lavorano in modo comunitario senza mai oltrepassare il confine della libera espressione individuale. La xilografia-manifesto realizzata da Kirchner nel 1906 toglie ogni dubbio:

Con fede nell’evoluzione e in una nuova generazione di creatori e di fruitori d’arte noi convochiamo l’intera gioventù, e in quanto giovani portatori del futuro intendiamo conquistare la libertà di operare e di vivere opponendoci ai vecchi poteri costituiti. E’ dei nostri chiunque sappia dar forma direttamente e senza falsificazioni a ciò che lo spinge a creare.

Alla base della loro pittura c’è il chiaro rifiuto dell’arte fine a sé stessa, vale a dire l’opposizione decisa alla tradizione accademica, al naturalismo e, in pratica, all’Impressionismo. Malgrado la comunanza di soggetti quali sono i temi quotidiani, i paesaggi urbani, la metropoli, scompare qui la rappresentazione del visibile attraverso l’imitazione della luce e la prospettiva fotografica per lasciar spazio da una parte alla critica tutt’altro che velata alla società borghese sempre più alienante e dall’altra allo svelarsi dell’interiorità dell’artista. La tecnica è audace: poca importanza viene data al disegno per concentrarsi sul colore steso in modo rapido e spontaneo. Le forme sono semplificate, hanno contorni netti e le tinte risultano insolite, da leggersi in chiave simbolica o psicologica. È in questi anni che Sigmund Freud formula il concetto di inconscio mettendo le basi della psicanalisi. La deformazione della realtà sulla tela accentua l’aspetto emozionale e personale di chi l’ha dipinta. Scontato sottolineare che si rintraccia nell’opera di questi artisti, l’eco delle esperienze di Vincent van Gogh, Paul Gauguin, James Ensor a Edvard Munch, “cani sciolti” del palco artistico postimpressionista.

Die Brücke riveste un ruolo basilare per le tendenze artistiche che percorrono l’Europa centrale almeno fino al 1920, malgrado non sia la sola esperienza espressionista del periodo. Nello stesso 1905 in Francia, i Fauves, Henri Matisse, André Derain e Maurice de Vlaminck, espongono al Salon d’Automne di Parigi palesando una simile poetica e guadagnandosi appunto l’appellativo di “belve”. Nel 1911 un altro polo dell’espressionismo tedesco si era formato a Monaco ad opera di Vasilij Kandinsky e Franz Marc, il cosiddetto gruppo Der Blauer Reiter (Il cavaliere azzurro) mentre in Austria la tendenza espressionista è rappresentata da Oskar Kokoschka e Egon Schiele.
In pochi anni, se pensiamo che all’alba del primo conflitto mondiale Kirchner e compagni hanno già

preso strade indipendenti, i giovanotti della Die Brücke, poco compresi allora e forse poco graditi oggi, avevano imboccato la strada del cambiamento che attraverserà tutta l’arte delle avanguardie del “secolo breve”. Picasso nel 1907 aveva scandalizzato con Le demoiselles d’Avignon, il 20 febbraio 1909 “Le Figaro” pubblicava il manifesto futurista scritto da Filippo Tommaso Marinetti, infine il 1911 è l’anno del primo acquarello astratto di Kandinsky.
Si inizia a parlare di arte contemporanea.

 

 

 

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