Culturificio
pubblicato 2 anni fa in Arte

Lisetta Carmi e quello sguardo che restituisce dignità agli emarginati

Lisetta Carmi e quello sguardo che restituisce dignità agli emarginati

Sono stata nelle favelas venezuelane, in Messico, in Irlanda, a Belfast durante il conflitto con gli inglesi, in Afghanistan e nel Sud dell’Italia, tra i Provos di Amsterdam e nei sotterranei di Parigi. E ogni volta ho creduto che attraverso la fotografia avrei dato voce ai poveri, ai diseredati, a quella grande parte dell’umanità sepolta dal silenzio e dalla distrazione.

Annalisa Carmi, nota come Lisetta, è morta il 5 luglio a 98 anni. Tra le maggiori esponenti della fotografia italiana dagli anni Sessanta, ci lascia in eredità le sue opere delicate e crude, riflesso di una società ancora impegnata nella ricostruzione postbellica, soprattutto sul sociale. Con il suo sguardo poetico la fotografa genovese è stata tra le prime a mettere in luce realtà difficili e ignorate in un Paese profondamente borghese e bigotto.

Lisetta Carmi nasce a Genova il 15 febbraio 1924 da una famiglia borghese di origine ebraica. Sin da bambina studia pianoforte; a causa delle leggi razziali viene espulsa da scuola, e soltanto a guerra conclusa (1946), riesce a conseguire il diploma presso il Conservatorio di Milano.

Nel 1960 partecipa ai movimenti di protesta della Camera del lavoro di Genova e si allontana definitivamente dalla musica per avvicinarsi al mondo della fotografia.

Lisetta Carmi è tra le protagoniste di un momento particolarmente vivace per la fotografia italiana. Con le prime rivolte politiche, infatti, in tanti, tra cui molte donne, si ritrovano a documentare le vicende storiche e sociali che stavano animando il Paese. Già dalla metà dell’Ottocento, come sostiene la storica della fotografia Federica Muzzarelli, le donne avevano inaugurato un utilizzo inedito del medium fotografico: mentre gli uomini erano interessati al cosiddetto Pittorialismo – la realizzazione, cioè, di immagini fotografiche che avessero valore artistico –, le donne si stavano avvicinando a una dimensione ancora inesplorata del mezzo fotografico, molto più interessata alla rappresentazione della realtà, soprattutto sociale.

Verso la fine degli anni Sessanta e con lo scoppio della contestazione femminista, questa situazione si amplifica ancora di più, facendo emergere molte fotografe, come Letizia Battaglia, Paola Agosti o Agnese De Donato; con le loro macchinette testimoniano i momenti caldi della vita politica e sociale di un’Italia sempre più proiettata verso il cambiamento, ma soprattutto iniziano a porre l’attenzione sul corpo e sulla sua identità sessuale. La dimensione del fotoreportage, quindi, diventa espressione sempre più diretta di un interesse politico e sociale.

Sin dal 1960, quindi, Lisetta Carmi si concentra, attraverso la macchina fotografica, sulla ricerca della verità, sulla rappresentazione delle realtà più diverse e nascoste. Attraverso le sue opere riesce a dare voce a tutte quelle minoranze che per povertà, pregiudizi o paura rimangono in silenzio, sempre più invisibili. Inizia così, per lei, una nuova vita (una delle cinque che Giovanna Calvenzi le attribuisce nel libro del 2013, Le cinque vite di Lisetta Carmi, Bruno Mondadori): intraprende molti viaggi in tutto il mondo, incontra diverse persone e il suo sguardo fotografico si allena sempre di più ad andare oltre la realtà, oltre la superficie.

Questa sua naturale dedizione per le verità più recondite culminerà nell’incontro del 1976 con il maestro induista Shri Babaj Herakhandi, che la segnerà a tal punto da spingerla a fondare, tre anni dopo a Cisternino, in Puglia, una comunità spirituale di ispirazione induista.

I soggetti che la fotografa predilige sono la città (soprattutto la natìa Genova) con i suoi abitanti, che diventano protagonisti di un racconto sincero e reale, sullo sfondo di un’Italia ricca di contraddizioni.

Nel 1964, ad esempio, realizza delle fotografie al porto di Genova facendo luce sulle difficoltà e sulle fatiche dei portuali che, senza scarpe ma con i piedi fasciati, trasportano merci pericolose o che, con le spalle nude, caricano sulla schiena il peso di grandi pezzi di carne appena prelevati dai frigoriferi del porto.

Nel 1966 fotografa un anziano e ammalato Ezra Pound nella sua casa a Sant’Ambrogio vicino Rapallo. La magrezza, i capelli scapigliati e lo sguardo vuoto del poeta mostrano la crudeltà della malattia psichiatrica che lo affligge e la fragilità e la disperazione della vecchiaia.

Tra le serie fotografiche più famose, va sicuramente annoverata quella de I Travestiti, realizzata tra la metà degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.

Nel Capodanno del 1965 Lisetta Carmi entra in contatto, per caso, con la comunità dei travestiti e transessuali di Genova. A quel primo fortuito incontro ne seguono altri in cui la fotografa conosce a poco a poco tutte le anime di quell’eccentrico gruppo che abita i grandi e fatiscenti palazzi dell’antico quartiere ebraico della città.

Grazie alle sessioni fotografiche Lisetta riesce a instaurare un profondo rapporto di amicizia e di stima, fondato soprattutto su una forte empatia. Attraverso la lente della sua Leica, infatti, la fotografa riesce a capirli e, senza pregiudizi, va oltre le loro sessualità, rappresentandone l’umanità.

Quando va a trovarli spesso Lisetta porta con sé lo psicanalista Elvio Fachinelli, per alcune interviste. Dalle registrazioni emerge il disagio della diversità e la sofferenza. Dal sodalizio tra la fotografa e lo psicanalista prende forma, nel 1972, il libro I Travestiti, che, unendo le magistrali fotografie ai brani delle interviste, mostra la quotidianità e l’anima di queste persone considerate depravate da una società ancora profondamente legata alla morale cattolica. Il volume, però, proprio per la sua carica eversiva, viene ben presto ritirato dalle librerie poiché ritenuto scandaloso e immorale e risulta tuttora di difficile reperibilità, se non a costi molto alti.

Grazie alla sua opera, Lisetta Carmi ha reso visibili realtà che la società borghese e bigotta dell’Italia della fine degli anni Sessanta ha volutamente allontanato ed emarginato. Lo sguardo della fotografa, al contrario, ha saputo restituire dignità all’esistenza e alla quotidianità di queste minoranze, raccontandone anche la sofferenza e l’isolamento. A distanza di quasi sessant’anni, infatti, i volti, gli sguardi e i gesti impressi nero su bianco dalla sua sublime mano, ci ricordano quanto l’indifferenza di ognuno di noi possa fare del male e quanto sia moralmente doveroso non distogliere lo sguardo da coloro che soffrono e sono soli.

Non ho mai cercato dei soggetti […] mi sono venuti incontro, perché nel momento in cui la mia anima vibra insieme con il soggetto, con la persona che io vedo, allora io scatto. Tutto qui.

di Silvia Magnarini