Culturificio
pubblicato 3 settimane fa in Altro \ Arte

Il dilemma del porcospino di Schopenhauer

per una “moderata distanza reciproca”

Il dilemma del porcospino di Schopenhauer

Don’t come closer or I’ll have to go
Holding me like gravity are places that pull
If ever there was someone to keep me at home
It would be you

Eddie Vedder, Guaranteed

 

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione

Arthur Schopenhauer, Parerga e Paralipomena

 
Oltre a Il mondo come volontà e rappresentazione e alla sfida con il collega e avversario accademico Friedrich Hegel (le cui aule erano sempre più piene), esiste un altro motivo per il quale il filosofo Arthur Schopenhauer è passato alla storia. Stiamo parlando del cosiddetto “Dilemma del porcospino”, attraverso il quale l’autore ha generato una delle più acute ed esplicative metafore del ventesimo secolo. La questione, illustrata ai lettori nella raccolta “Parerga e Paralipomena”, è quella della giusta distanza da dover acquisire all’interno delle relazioni affettive. Gli uomini, proprio come i porcospini dell’exemplum, hanno bisogno di calibrare e trovare una medietà nella costruzione dinamica dei rapporti sociali.
Non è possibile, difatti, affidarsi a un modello precostituito sempre valido, nella giostra quotidiana delle interazioni, ma è necessario un atto di costante e duttile rimodellazione di sé e delle proprie prospettive; un gesto che si pone a metà – appunto – tra l’abnegazione e la cecità, tra l’autoconservazione e la necessità di stringere legami.
Ascoltando l’eco imperitura dell’Etica Nicomachea, è possibile scorgere, in un questo elogio delle medietas, una parabola semplice ed efficace per tenere a mente il fatto che la costituzione e il mantenimento di rapporti positivi si attua unicamente attraverso processi che richiedono questo gioco di esperimenti e proporzioni con l’Altro da sé.
Spinti dalla necessità, attratti dalla curiosità e dall’interesse, ci immergiamo in modo famelico e avventato nell’universo altrui, totalmente rapiti dalla ricerca del calore, intenti a ripararci dal freddo dell’esistenza. In questo slancio, non calibriamo bene le distanze e, con il passare del tempo, ci imbattiamo negli “aculei” degli altri, e viceversa. Nella scoperta di questo dolore, si rivela l’incompiutezza delle nostre volontà, spesso costrette a scontrarsi con i limiti posti dall’esperienza. E tutto, improvvisamente, ci sembra pericoloso, nocivo, inadeguato al nostro percorso di vita, incompatibile con il nostro stare al mondo. Come i porcospini, ci allontaniamo, torniamo spesso al freddo.
Proprio in questo punto della narrazione, però, quando oramai si è avverato il disincanto e ci troviamo dinanzi alle ceneri dei nostri bisogni originari, è possibile operare in modo costruttivo per risollevarci dalla solitudine, senza rinunciare all’autonomia e alla nostra individualità.
Auspicando di ottenere quella che il sociologo polacco Zygmunt Bauman, chiamava “piacevolissima interdipendenza”, possiamo, difatti, impegnarci per raggiungere in collaborazione la cosiddetta “moderata distanza reciproca”. “Con essa il bisogno del calore reciproco è soddisfatto in modo incompleto, in compenso però non si soffre delle spine altrui”, ci suggerisce il filosofo tedesco. In fondo, essere equilibristi è la nostra possibilità migliore. Negoziando, ritentando, rischiando e ponendo attenzione alle necessità e ai desideri propri e altrui, cercheremo un modo per tracciare i perimetri di relazioni sane. Sapremo proteggerci dalle ingerenze dei corpi e delle menti esterni, potremo tenerci per mano sull’orlo del burrone, senza preferire mai l’idea di lasciarci cadere, accetteremo l’idea che esiste un lavoro a posteriori, probabilmente meno ingenuo, che può operare sulle passioni e sulle debolezze e, infine, impareremo a costruire recinti per difenderci, senza mai dimenticare come si apre la porta, per lasciar entrare.


 

Articolo a cura di Gloria Basanisi