Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Recensioni

“Disorientale” di Négar Djavadi

un invito a coltivare la complessità

“Disorientale” di Négar Djavadi

Disorientale di Négar Djavadi è un romanzo frizzante e profondo: si legge come una storia che intrattiene, diverte e commuove, ma riesce ad andare oltre, spingendo il lettore e porsi domande, a interrogarsi sulla reale validità dei suoi punti di vista, a inaugurare nuove prospettive.

Pubblicato in Italia nel 2017 da Edizioni e/o, è stato un successo editoriale in Francia, mentre nel nostro Paese è passato abbastanza inosservato. Peccato, perché si tratta di un esordio di qualità, anche più degno di nota di altri di cui si fa un gran parlare.

L’autrice franco-iraniana, classe 1969, è emigrata in Francia all’età di undici anni, più o meno come la protagonista di questo suo primo romanzo e, come lei, ha dei genitori che sono stati prima dissidenti del regime dello Shah per poi essere perseguitati, dopo la Rivoluzione, dalla stretta teocratica di Kohmeini.

Disorientale è un libro a cavallo di due mondi, lontanissimi tra loro e mai veramente riconciliati nella mente e nel cuore della protagonista, Kimyâ Sadr. Lei racconta la sua storia rivolgendosi direttamente al lettore con un tono al contempo amichevole e discreto, mentre si trova nella sala d’attesa di una clinica di Parigi in attesa di completare una procedura di inseminazione artificiale.

Kimyâ ha sempre cercato di  allontanare da sé stessa il proprio passato, la sua vita in Iran e la sua infanzia felice, in seguito a un trauma (un non meglio specificato “fatto”) che ci verrà raccontato solo alla fine del libro. Ma ora, in questo ospedale, adesso che sta per affrontare un evento che potrebbe cambiare la sua vita per sempre, decide di raccontare e raccontarsi, attraverso le vicende del suo Paese e della sua famiglia, risalendo fino a quelle epoche remote che sono state scenario delle leggende familiari tramandate di generazione in generazione nelle quali i suoi avi sono protagonisti di avventure preziose, di sicuro fascino per il lettore occidentale a cui la voce narrante esplicitamente si rivolge.

La narratrice ci porta in un mondo lontano, fatto di credenze popolari, tradizioni e costumi perduti, per poi accompagnarci attraverso i numerosi rivolgimenti di cui il popolo persiano è stato attore e spettatore: l’Iran democratico e “occidentalizzato”, paese libero e di grandi pensatori, passando per la dittatura filo americana dello Shah Pahlavi, giungendo alla tempesta della Rivoluzione e al brusco cambiamento che ne è seguito. Nel raccontare, la voce di Kimyâ passa continuamente dal passato al presente, disseminando indizi su di sé, su chi è e che cosa sta facendo in quella clinica in un freddo mattino invernale parigino.

I racconti sugli avi persiani trasportano in un’atmosfera fascinosa senza scadere mai nell’esotismo superficiale, così come l’osservazione da parte della protagonista di ciò che le sta intorno non porta mai a facili (pre)giudizi tranchants sullo stile di vita europeo e non si accomoda sopra il cliché delle difficoltà che un immigrato incontra in un Paese che lo accoglie ma in cui si sentirà sempre in parte straniero. Queste difficoltà ci sono ma l’autrice, attraverso la voce di Kimyâ, le fa risaltare di tonalità nuove; non ha paura di dire le cose più scomode, infrangendo molti tabù e consegnandoci una preziosa testimonianza di che cosa significhi sentirsi sradicati e volersi ritrovare tutti interi in qualche parte del mondo, di quanta fatica comporti tenere assieme i pezzi della propria vita interiore e affettiva quando il mondo che conosci ti viene strappato via all’improvviso, e di che cosa voglia dire essere una “disorientale”:

[…] anche quello andava oltre le mie forze, sentire le loro voci, immaginarli in quell’altrove in cui un tempo avevo avuto il mio posto, in cui ero stata felice come probabilmente non sarei stata più. Com’è possibile che esista ancora un laggiù di cui non faccio più parte? Com’è potuta accadere una tale assurdità?

Quello di Kimyâ è il coming of age di una donna che si è costruita volontariamente un’indipendenza cercando il proprio baricentro in mezzo alle spinte opposte della famiglia, del retaggio del suo paese di origine, della società del paese che l’ha accolta e di un altro in cui è fuggita per un po’. È la storia di una identità in perenne costruzione e decostruzione, fluida anche sessualmente, e della ricerca di un luogo da chiamare casa, che in verità non è mai soltanto un luogo fisico ma soprattutto interiore.

La storia di formazione della protagonista non segue comunque gli stilemi tipici del genere: la narrazione procede infatti per blocchi e salta continuamente in epoche e luoghi diversi, ed è infarcita di continue digressioni storico-politiche che non appesantiscono il racconto, rendendolo anzi più vivace. Il tono della narratrice, infatti, è uno dei punti di forza del romanzo, poiché riesce a mantenere sempre desta l’attenzione del lettore, cullandolo come stesse raccontandogli un’antica fiaba orientale, persino quando parla delle ragioni della protesta contro lo Shah o del clima inquisitorio della neonata Repubblica Islamica.

Djavadi costruisce una galleria ricca di personaggi indimenticabili, tra cui spiccano il bisnonno dalle moltissime mogli, capostipite della famiglia, le nonne, una iraniana e una armena, i numerosi zii, le sorelle e poi i genitori, Darius e Sara, lui intellettuale appassionato e uomo generoso, lei la sua fedele compagna, donna di fervente ingegno e di grandi ideali, pronta a sostenere il marito in ogni modo, fino alla fine, e fino ad esaurire la propria fiamma vitale per lui.

La maternità qui è un tema decisamente centrale:

Ero sicura che diventare adulta comportasse più privazioni che vantaggi, che ostacolasse più di quanto promettesse. L’idea che un giorno sarebbe toccato a me, che la vita mi avrebbe appiccicata al muro per spogliarmi di me stessa, mi era insopportabile […]. Credevo che avere una sfilza di bambini mi avrebbe permesso di bilanciare l’ingiustizia. Circondata di figli non sarei stata costretta a crescere completamente, avrei potuto conservare dentro di me quella parte ludica e quella libertà fisica che assaporavo ogni giorno.

L’autrice offre un punto di vista sulla maternità diverso da quello dominante, scavando nel rapporto di Kimyâ con i genitori e con i nonni e raccontando di un desiderio di essere madre così forte da sfidare le convenzioni.

Anche il tema dell’identità di genere viene indagato con sguardo lucido e consapevole, riflettendo su ciò che poteva significare essere una donna in un harem nella Persia di fine Ottocento, nella Teheran degli anni Settanta o nell’Europa occidentale degli anni Novanta e Duemila.

Figure femminili diversissime tra loro vengono presentate in queste pagine, mostrando una forte consapevolezza del peso dei cambiamenti socio-culturali nella percezione dell’identità: certe cose oggi ci sembrano scontate, ma lo sono diventate

solo dopo aver avuto accesso ai libri e alle cineteche che proiettano ‘Il diavolo è femmina’ o ‘Le lacrime amare di Petra von Kant’, dopo aver digerito il maggio ’68, la liberazione sessuale, i movimenti femministi e Simone de Beauvoir, dopo aver ascoltato le Runways, David Bowie e Patti Smith […].

Disorientale, dunque, può essere letto come un romanzo mediamente leggero, una storia che intrattiene, oppure come qualcosa di più. 

Ci si potrebbe azzardare a dire che abbiamo bisogno di libri come questo, e non perché, banalmente, affronti temi di attualità che stanno sulla bocca di tutti (sono molti i libri che rientrano in questa categoria, alcuni bellissimi, altri meno), ma perché racconta una storia singolare suscitando l’immediata empatia del lettore; perché penetra sottilmente negli anfratti del luogo comune, della narrazione preconfezionata del nostro presente iperconnesso e globalizzato, in cui la sovraesposizione a stimoli di ogni genere finisce per favorire una certa superficialità di pensiero, per cui è più facile riconoscersi in una fazione piuttosto che sostenere un vero dialogo.

Ecco, forse è meglio dire, al di là delle valutazioni sul merito letterario, che questo romanzo è riuscito proprio perché cerca di andare oltre gli sbarramenti che tutti contribuiamo a costruire e restituisce, attraverso una storia originale ma in fondo semplice, una testimonianza preziosa di come si può allenare una sensibilità diversa, più adatta al mondo in cui viviamo. Lo fa quasi senza volerlo, senza pretendere di insegnare alcunché, ma fornendo innumerevoli spunti per interpretare la complessità di ciò che si trova intorno e dentro di noi, e per accoglierla come un valore.

di Gloria Naldi

Fonte dell’immagine