Culturificio
pubblicato 2 mesi fa in Arte

Egon Schiele

l’inquietudine del genio

Egon Schiele

Egon Schiele è considerato un protagonista assoluto dell’espressionismo austriaco e dell’arte del primo Novecento. Nato nel 1890 a Tulln e morto precocemente a Vienna di influenza spagnola nel 1918, Schiele è il prototipo di artista tormentato. Capace come pochi di riprodurre sulla tela la sua sofferenza, le sue pulsioni, egli scava nel profondo della sua anima, fino a ricercare la più becera mostruosità che gli appartiene.

Se intendo conoscermi interamente dovrò leggere in me stesso, dovrò sapere ciò che voglio, non soltanto quello che succede in me, bensì fino a che punto sono capace di vedere di che mezzi dispongo, di quali sostanze misteriose, di quanto ciò che conosco, che finora ho riconosciuto in me, sono composto.

Negli anni in cui frequenta l’Accademia di Vienna (1906-1909), Schiele ottiene l’approvazione di Klimt e Hoffman, che lo invitano nella loro cerchia. In realtà già le prime opere di Schiele mostrano una distanza notevole dalla pittura decorativa e delicata di Gustav Klimt. A questo proposito il Ritratto di Poldi Lodzinski (1911) mostra una reale sofferenza umana, che si condensa nelle mani scure e in tensione.

Non si può non tener conto, all’interno della vicenda biografica di Egon Schiele, del fondamentale ruolo ricoperto dalla sorella Gertrude. Quattro anni più piccola dell’artista, con lei un rapporto al limite del morboso. La ragazza diviene la prima modella di Egon, e questo suscita lo stupore degli intellettuali e degli artisti austriaci. Gertrude rappresenterà per l’artista la donna ideale da riprodurre sulla tela: magra, sottile e perfettamente aderente a un concetto anticlassico di bellezza.

Proprio il rapporto con le donne e con il sesso ha creato non pochi guai a Egon Schiele. La morte del padre Adolf nel 1905 complica notevolmente il suo rapporto con la famiglia e con il genere femminile. Aumenta considerevolmente anche il suo pessimismo, che trova vigore in annotazioni come Tutto nella vita è morte, tratta dal suo diario. Una sofferenza che si riflette anche nella raffigurazione di paesaggi: nel Mulino vecchio i legni si spezzano e si frantumano come la sua anima, travolti dal mare in tempesta.

Nel 1911 Schiele viene condannato a tre anni di prigione per “immoralità e corruzione di minorenne”, poi prosciolto dall’accusa. L’artista si ritira in campagna, in cui vive miseramente, poi nel 1915 presta servizio al Museo di Storia Militare poiché dichiarato inadeguato al fronte. Nella vita di Egon Schiele si intravede un bagliore di luce, reso luminoso dal matrimonio con Edith Harms (1915). In questi anni anche le opere dell’artista austriaco (La moglie dell’artista, La Famiglia) respirano molto di più e abbandonano quell’angoscia opprimente, marchio di fabbrica della vastissima produzione di Schiele.

L’artista è stato anche un brillante poeta, come testimonia la raccolta di componimenti Note di un pittore, pubblicata sulla rivista Aktion. Anche qui Egon non può fare a meno di descrivere con grande analiticità un’inquietudine che lo pervade, e dalla quale proprio non riesce a divincolarsi. Tratta da Note di un pittore, di seguito la poesia Sera bagnata:

Ho voluto ascoltare
la sera respirare fresca,
gli alberi neri di temporale
dico: gli alberi neri, di temporale
poi le zanzare, lamentose,
i ruvidi passi di contadini,
le campane echeggianti lontano.
Volevo sentire gli alberi in regata
e vedere un mondo sorprendente.
Le zanzare cantavano come fili metallici in paesaggio invernale,
ma il grande uomo nero ruppe loro i suoni delle corde.
La città eretta stava davanti a me fredda nell’acqua.

Articolo a cura di Leonardo Ostuni

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