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pubblicato 4 settimane fa in Recensioni

Elogio dello spazio – “Il libro delle case” di Andrea Bajani

Elogio dello spazio – “Il libro delle case” di Andrea Bajani

L’entrata è unica, ha un portone sobrio. È di cartone, di colore nero. Gli 81 alloggi sono disposti in infilata: è la bizzarria dell’architetto. Ciò significa che per accedere alle successive, si passa per le precedenti. Chi prima arriva, prima prende il posto, si procede per occupazione. […] Qualcuno a volte tira una riga per ricavarsi un proprio spazio, ma per lo più si vive in pace. […] Periodicamente Io va in visita, uno dopo l’altro passa in rassegna tutti gli edifici. Entra negli appartamenti per vedere quello che le frasi contenute hanno da comunicargli. È la parte più imprevedibile dell’ispezione. Parlano sempre tutte insieme, vogliono essere ascoltate.

Un edificio immaginoso e fantastico, degno di occupare il suolo di una delle città asiatiche raccontate da Marco Polo a Kublai Khan. Eppure, il narratore sta descrivendo una casa dallo spazio molto più ridotto: un taccuino, quello che Io, il protagonista, chiama la Casa degli appunti o Casa delle parole semovente, e che insieme ad altre quaranta costituisce Il libro delle case di Andrea Bajani.

Nomen omen il romanzo, pubblicato da Feltrinelli e candidato al Premio Strega, narra della vita di Io attraverso le case e gli spazi vissuti dal protagonista, con tanto di schede catastali presenti sporadicamente a fine capitolo per guidare la descrizione dei luoghi, così che all’immaginazione si accompagni l’elemento visivo. Non solo sono analizzate le abitazioni occupate dalla corporeità di Io, ma anche gli spazi che in qualche modo lo hanno accompagnato e segnato nel corso di una vita: come ad esempio la Casa del Persempre, ovvero l’angusto volume di un gioiello circolare dalla forte valenza simbolica; la Casa dei ricordi fuoriusciti, una giostrina che tenta di agguantare con il suo braccio metallico i ricordi che il protagonista ha cercato di inabissare nei meandri sabbiosi della sua memoria; la Casa della Voce, una cabina telefonica romanticamente – e nostalgicamente – descritta, o la Casa di Tartaruga, il carapace dell’animale domestico di Io bambino.

La stazza, l’imponenza, la gabbia delle ossa, la dentatura prominente, la postura eretta con le ali non hanno potuto fare quel che ha fatto l’esistenza di una casa sulla schiena, in termini di preservazione e sopravvivenza.

La casa, infatti, per Bajani non è solo mobilio e planimetrie: ognuna porta con sé ricordi, sensazioni differenti: alcune rappresentano la storia di Madre e di Padre prima di quella di Io, altre profumano di indipendenza e di pace ritrovata, mentre tutte si pongono a distanze incolmabili tra loro, presentando e racchiudendo in sé parti di vissuto, comparse e personalità di Io. Queste ultime sono destinate a mutare e a evolvere in parallelo alla formazione del personaggio stesso, così come le fisionomie delle città che attraversa e le architetture delle case che abita. Per mezzo dello scorrere dello spazio e non del tempo, con continui salti e tagli che rendono la lettura un puzzle in cui immergersi risulta necessario, nasce la biografia frammentata di un pronome personale dall’esistenza tutt’altro che eccezionale e cadenzata cronologicamente da alcuni degli eventi più segnanti degli anni Settanta, tra cui l’uccisione di Pier Paolo Pasolini e il rapimento di Aldo Moro.

Quella di Io è la storia di un bambino che guarda fuori dalla finestra della Casa del Sottosuolo per scampare ai drammi tipici di una famiglia del ceto medio, composta da Madre infelice, Padre fedifrago e Sorella alleata, ma anche da Nonna e Tartaruga, che svolgono la funzione di aiutanti e permettono l’intrusione dell’elemento fiabesco nella narrazione. Io poi cresce e come ogni giovane adulto dallo spirito scalpitante peregrinerà per numerosi Materassi, fino ad approdare temporaneamente alla Casa signorile di Famiglia, questa volta di sua proprietà, insieme a Moglie e Bambina.

Si potrebbe parlare, per Il libro delle case, di un’analisi condotta per mezzo degli spazi, ma che in ultima istanza si posa su Io, che proprio in quanto pronome intende rendere il proprio vissuto come un’esperienza universale, una storia che in questo caso è sua ma che potrebbe essere di chiunque altro. In questa direzione, molto della trama è lasciato al non-detto, permettendo così al lettore di immaginare –o di ricordare– l’accaduto.

Bajani ha un modo di scrivere –e, si sottolinei, di descrivere– che raramente si trova nelle pagine di un libro neonato, in cui il fantasioso, il poetico e l’ironia si scontrano in continuazione con l’analisi più specifica.

Un espediente interessante in questo libro di Bajani è inoltre la forza delle metafore: si pensi alle vette alpine che, con un’immagine quasi benniana, vengono descritte come i denti dell’arcata inferiore di un’enorme bocca aperta. La genialità della prosa dell’autore sta nel concentrare l’attenzione di chi guarda sul contenitore e non sul contenuto, così da cercare di restituire sensazioni e immagini grazie alla descrizione di ciò che circonda colui di cui si narra. Il vero protagonista non è Io, ma lo spazio in cui si muove, gli oggetti con cui si misura e ciò che da essi scaturisce: l’ascensore, ad esempio, non è più soltanto un impianto di sollevamento di acciaio e vetro, ma una vera e propria vetrina della varietà del condominio in cui Io adulto abita e che fa quindi in modo di far sfilare, davanti ai condomini, anche la fine di un amore, mostrando Io che abbandona il suo piano con un cuscino tra le mani.

Il libro delle case è un inno a tutte le suppellettili delle case dei nonni che ci hanno incuriosito e terrorizzato, ai nascondigli segreti delle case delle vacanze, alle stanze delle prime volte, ai traslochi e ai nostri ricordi affissi ai muri e poi cancellati con l’intonaco. È la celebrazione del grembo di cartongesso che protegge e trattiene, che alle volte salva e altre condanna, ma che è in ogni caso luogo deputato a farci da carapace.

Tutti coloro che si soffermano a sbirciare dentro le finestre delle case, immaginandosi scenari di vita suggeriti dalle sfumature dell’illuminazione o dalla disposizione dei mobili, potranno ritrovarsi in queste pagine dalla grandiosa carica poetica e nostalgica.

di Giorgia Levy