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pubblicato 3 settimane fa in Recensioni

Follettiana: la storia segreta dei fairies

Follettiana: la storia segreta dei fairies

Le fate, i folletti e gli altri abitanti del Piccolo Popolo occupano un posto di rilievo nell’immaginario collettivo. A seconda dei tempi e dei luoghi, i fairies hanno servito, spaventato e rapito gli esseri umani, divenendo i protagonisti di innumerevoli leggende popolari sparse in tutto il mondo. Nel corso dei secoli i popoli fatati si sono manifestati allo sguardo di pochi eletti, uscendo e rientrando dai loro cunicoli migliaia di volte, fino a che, come scrive Pietro Guarriello:

I folletti e tutte le altre creature che compongono il Piccolo Popolo si sono ritirati oggi nel loro Regno Segreto, in quella Fairyland dove regnano e continueranno a regnare per sempre… sebbene talvolta riemergano dal loro isolamento e tornino a farci visita, a ricordarci della loro esistenza, anche se solo tra le pagine di un libro.

Uno di quei libri, il più recente, è Follettiana, la nuova antologia di racconti curata da Guarriello e edita da ABEditore, che ricostruisce le multiformi vicende del popolo fatato e le loro ricadute sulla vita degli uomini. Nell’accattivante introduzione, il curatore rivela come l’intento del volume sia quello di riportare le creature fatate in una dimensione adulta, attraverso storie perlopiù inquietanti, ereditate dalla tradizione orale e da mondi altri. In queste pagine iniziali viene tracciata una vera e propria storiografia del fantastico intorno al tema, attingendo dalla corposa bibliografia in merito. Del resto i fairies

Hanno sempre abitato il folklore dei popoli. Questi esseri sono presenti tanto nei racconti dell’antico Oriente quanto in quelli d’Occidente, e ovunque ci sia una base di civiltà umana. Amichevoli o pericolose, adorabili o orribili, queste entità sono state a lungo considerate una parte reale, seppure invisibile, del mondo naturale.

Uno dei testi più significativi riguardo alla natura di questi esseri misteriosi è indubbiamente Il regno segreto (The Secret Commonwealth), scritto sul finire del XVII secolo dal presbiteriano scozzese Robert Kirk. Il trattato, mediante il ricorso a testimonianze dirette, vuole dissipare alcuni pregiudizi attorno al popolo fatato, restituendo al lettore un’immagine veritiera e positiva dei suoi abitanti, perfettamente integrata nella dottrina cristiana. Secondo Kirk, infatti, tali creaturenon sono affatto pericolose, ma «nostre sorelle del mondo invisibile», intermediarie tra Dio e gli uomini. La loro presenza in questo mondo è assolutamente reale, seppur velata alla maggior parte delle persone, incapaci di vederle. I pochi elettiin grado di percepirle sono i veggenti, ai quali è stata donata la seconda vista, una straordinaria capacità niente affatto irrazionale e del tutto in linea con i dettami della fede. L’autore è molto chiaro in proposito:

Ed essi [i fairies] non sono cose che non esistono o fantasmi, esseri che provengono dalla percezione spaventata ovvero da una sensazione confusa o folle: ma sono realtà che simanifestano ad un uomo equilibrato in possesso di tutti i suoi sensi sì da poter avere una testimonianza valida della loro esistenza. Questi esseri per la paura gli tolgono il fiato e la parola, ma il veggente, per dimostrare che le sue arti sono legittime, calma questi terrori e conforta l’apprendista raccontandogli di Zaccaria che venne privato della parola quando vide apparizioni.

Evidentemente, come rimarca Guarriello, il lavoro di Kirk è frutto di un’immaginazione incredibile, ma a distanza di secoli è riuscito nell’intento di puntare l’attenzione sul Piccolo Popolo. Del resto il volume è stato pubblicato solamente nell’Ottocento, per mano di Sir Walter Scott prima e Andrew Lang poi, vista l’improvvisa dipartita dell’autore. La sua morte ha suscitato fantastiche dicerie tra i contemporanei, convinti di una vendetta dei folletti, i quali, indispettiti dalle ricerche dell’oscuro presbitero, avrebbero scambiato il corpo col suo doppio, proprio nel luogo dove si recava per percepire la loro presenza: «E ancora oggi si ritiene che Kirk sia vivo in Fairyland, dove il tempo scorre in modo diverso da quello terrestre».

Quella del ministro scozzese rappresenta una delle più suggestive testimonianze del popolo fatato, ma non è assolutamente la prima. Intorno all’anno Mille, le caratteristiche dei fairies vengono delineate da Burcardo di Worms, che «parla di Pilosus e Satyrus, sorta di geni domestici che si manifestavano nelle cantine delle case, ai quali c’era l’usanza di offrire delle scarpe o degli oggetti di piccola taglia». Nella sua Otia Imperialia del 1214, Gervasio di Tilbury conia il termine folletus (da fols, “pazzerello”), spianando la strada ad innumerevoli sviluppi. La popolarità degli esseri fatati raggiunge il culmine nel corso del XIX secolo, quando vengono considerati anche all’interno di un’opera monumentale per gli sviluppi dell’antropologia, qual è Primitive Culture di Edward Burnett Tylor (1871), secondo cui tali creature: «Non sarebbero altro che discendenze di antiche razze aborigene o barbare, che si erano nascoste sottoterra o in luoghi sperduti della natura per sfuggire alle persecuzioni romane e cristiane».

Poco dopo, i cultori dell’occulto William Butler Yeats e Walter Evans-Wentz conducono ricerche parallele sulla natura del Piccolo Popolo, seguendo la scia della credenza realesostenuta da Kirk. Yeats arriva addirittura a riconoscere nei fairies la principale influenza sul suo pensiero, nonché il loro radicamento diffuso nell’immaginazione di uomini e donne irlandesi. Così facendo, visioni differenti, talvolta contrapposte, si relazionano, creando un sostrato eterogeneo. Questo retroterra continua a crescere ancora oggi, arricchito da raffinati demiurghi di realtà altre, quali Howard Phillips Lovecraft, Arthur Machen e Neil Gaiman. Nel suo saggio Sulle fate del 1935, il sognatore di Providence offre l’ennesima significativa dimostrazione della portata del tema:

Il “Paese delle Fate” nel suo insieme – le diverse superstizioni di nazioni diverse e i vari filoni mitici o del ricordo entrando a far parte del folklore fantastico di più regioni – costituisce un vasto campo di studi in se stesso, e ha già ricevuto la sollecita attenzione di studiosi quali i Grimm, Kingsley e Lang. I Celti non ne posseggono il monopolio, neanche della vera fata che essi hanno creato.

Questa profonda varietà di prospettive emerge dai quattordici racconti di Follettiana, selezionati tra quelli meno noti e inediti di diverse letterature, tutti preceduti da una contestualizzazione storico-culturale di Guarriello. Il fulcro principale è ereditato, senza sorprese, dalla tradizione britannica. Nel Brownie di Valferne, Elizabeth Grierson restituisce un ritratto del tutto positivo di questa creatura dall’aspetto orribile, disposta a rischiare la vita per salvare la sua beneficiaria umana. Diversamente, nel Brownie della valle oscura di James Hogg, il folletto viene presentato nei suoi tratti oscuri e vendicativi, a cui dà libero sfogo a danno della spregevole Lady Wheelhope, divenendo paradossalmente vittima della sua stessa tortura, al punto da doversene liberare: «L’ho frustrata, l’ho respinta e presa a calci, affliggendola notte e giorno, eppure non mi lascia e non vuole andarsene. Prendetela, reclamate la vostra ricompensa, e la vostra fortuna è fatta. E con questo, addio!».

Lo Skriker di James Bowker e Il bottino del folletto di Algernon Blackwood indagano il tema della percezione degli esseri fatati, attraverso due narrazioni totalmente differenti. Il primo è un racconto dell’orrore incentrato su una specie tipica delle zone rurali inglesi dello Yorkshire e del Lancashire, la cui vista è presagio di morte. Nel secondo un leprechaun, una dispettosa creatura del folklore irlandese, si diverte a rubare dei luccicanti oggetti di valore a Mr. Dutton. Andrew Lang, per Il pony delle streghe, attinge ai nuggle, gli spiritelli mutaforma delle isole Shetland, elaborando una breve quanto intensa vicenda. Nella Leggenda di Knockgrafton di Thomas Crofton Croke la vera protagonista è la musica, rivelatrice di reazioni diametralmente opposte da parte dei fairies, che maledicono chi non asseconda la loro armonia:

Jack Madden! Jack Madden!

Le tue parole han storpiato

La melodia che ci ha affascinato;

In questo castello sei malcapitato,

Che la vita ti renda sconsolato:

Ecco, due gobbe per Jack Madden!.

Il secondo blocco è composto da tre racconti della letteratura orientale: Il demone di Adachigahara della giapponese Yei Theodora Ozaki, Gli spiritelli dei coreani Im Bang e Yi Ryuk e La città dei goblin dell’inglese William Henry Denham estrapolato dalla raccolta The Giant Crab and Other Tales from Old India. In queste pagine è dunque possibile imbattersi nei fairies della tradizione asiatica, dagli yōkai agli rākṣasa, passando per i dokkaebi. Il volume si chiude con due storie italiane, di cui la seconda, ‘O Munaciello di Matilde Serao, è una piccola grande perla. Scrive Guarriello: «Nel folklore partenopeo il monaciello viene rappresentato spesso come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura, una sorta di gnomo, e ancora oggi in quelle zone molti si chiedono se questa figura sia stata inventata dai racconti popolari o esista realmente». Questa creatura è generalmente buona, ma sa essere anche punitiva, uno spirito tormentato e tormentatore, un bambino capriccioso, ma anche ingenuo ed innocente:

La borghesia che vive nelle strade strette e buie e malinconicamente larghe senza orizzonte, che ignora l’alba, che ignora il tramonto, che ignora il mare, che non sa nulla del cielo, nulla della poesia, nulla dell’arte; questa borghesia che non conosce, che non conosce se stessa, quadrata, piatta, scialba, grassa, pesante, gonfia di vanità, gonfia di nullaggine; questa borghesia che non ha, non può avere, non avrà mai il dono celeste della fantasia, ha il suo folletto. Non è lo gnomo che danza sull’erba molle dei prati, non è lo spiritello che canta sulla riva del fiume; è il maligno folletto delle vecchie case di Napoli, è ’o munaciello.

I fairies che per secoli, dalla Scozia al Giappone, dall’Irlanda all’Italia, hanno influenzato l’immaginario umano, per qualche decennio si sono ritirati nelle loro caverne, impauriti dal vortice del progresso e da una diffusa banalizzazione delle loro azioni. Nel corso di questi anni hanno tramato e si sono riorganizzati, penetrando nella testa di scrittori, editori e illustratori. Adesso sono tornati, con una pubblicazione impreziosita da un progetto grafico di altissimo livello, capace di condurre gli uomini equilibrati alla scoperta del loro regno segreto.

di Lorenzo Pennacchi