Giulia Fracassi
pubblicato 3 mesi fa in Arte

Frida

quando la disabilità diventa arte

Frida

Quello tra disabilità e attività artistiche è un rapporto che va nel profondo della dimensione umana: barriere e pregiudizi devono cadere di fronte a chi, nonostante un limite fisico o psichico, riesce ad esprimere con forza un’abilità artistica e a trasmettere emozioni profonde. Tutto si muove intorno alla diversità. Tante sono le discipline che rappresentano strumenti di comunicazione, espressione e conoscenza della dimensione personale più vera e autentica: dal teatro alla danza, dalla musica alla pittura, dalla scrittura al cinema. Sul palcoscenico non ci sono personaggi ma solo persone che, mentre si raccontano danno agli spettatori lezioni di vita, insegnando cosa siano coraggio e voglia di vivere.

Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo. È in quel fuoco che sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno. Il giorno era cocente. Mi ha infiammato per il resto della mia vita. Da bambina, crepitavo. Da adulta, ero una fiamma (Frida Kahlo)

Affetta da spina bifida, scambiata erroneamente per poliomielite, fin dall’adolescenza Frida Kahlo mostrò non solo una forte e passionale personalità ma anche uno spirito indipendente e un singolare talento artistico. Magdalena Carmen Frida Kahlo y Calderón nacque a Coyoacán, sobborgo di Città del Messico, nel 1907, da genitori ebrei ungheresi emigrati in Germania: la madre aveva origini meticce mentre il padre, che faceva il fotografo, era originario di Baden-Baden. A sei anni Frida si ammalò di poliomelite e gamba e piede destro divennero esili, provocandole un’andatura claudicante e facendola soprannominare “Frida gamba di legno”.

A sei anni ebbi la poliomielite. A partire da allora ricordo tutto molto chiaramente. Passai nove mesi a letto. Tutto cominciò con un dolore terribile alla gamba destra, dalla coscia in giù. Mi lavavano la gambina in una bacinella con acqua di noce e panni caldi. La gambina rimase molto magra. A sette anni portavo degli stivaletti. All’inizio pensai che le burle non mi avrebbero toccata, ma poi mi fecero male, e sempre più intensamente.

Per dimostrare di essere esattamente come gli altri divenne spericolata ed iniziò a compiere vere e proprie acrobazie su biciclette e pattini, ad arrampicarsi su alberi e a scavalcare muretti. Per nascondere il suo difetto fisico iniziò ad indossare pantaloni e lunghe gonne messicane. Frida Kahlo, che sognava di diventare un medico, frequentò il liceo e, nel 1922, fu ammessa alla Escuela Nacional Preparatoria, uno dei migliori istituti del Messico. Fece parte del gruppo studentesco dei “Los Cachuchas”, sostenitori delle idee socialiste-nazionaliste di José Vasconcelos, ministro della pubblica istruzione. Tuttavia, nonostante la sua determinazione ed il suo impegno, Frida Khalo fu soggetta a scherno, denigrazione e a veri e propri atti di bullismo data la sua disabilità. Il 17 settembre 1925 Frida ebbe un incidente che le cambiò la vita: l’autobus sul quale si trovava si scontrò con un tram e finì schiacciato contro il muro. La colonna vertebrale le si spezzò in tre punti nella regione lombare, si fratturò il bacino, le costole, la gamba sinistra, il piede destro, si slogò la spalla destra e perse la possibilità di avere figli per una grave ferita all’addome causata da un corrimano che le era entrato nell’anca sinistra e le era uscito attraverso la vagina.

Persi la verginità, avevo un rene leso, non riuscivo a fare la pipì, e la cosa che più mi faceva male era la colonna vertebrale.

Subì 32 operazioni chirurgiche e restò in ospedale per ben tre mesi; a causa delle fratture alle vertebre lombari dovette indossare diversi busti di gesso che la costrinsero a rimanere immobile. Fu allora che Frida iniziò a dipingere, facendo della sua immobilità un’opportunità: grazie ad un cavalletto, dei colori ad olio ed uno specchio iniziò a dipingere autoritratti, utilizzando se stessa come modello.

Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio.

Verso la fine del 1927 Frida riprese a camminare, ritrovò i suoi compagni dell’università e tornò a condurre una vita “normale”, partecipando di nuovo attivamente alla vita politica tanto da diventare un’attivista del Partito Comunista a cui si iscrisse nel 1928. Conobbe Diego Rivera, illustre pittore, a cui sottopose le sue opere per avere una critica autorevole e con cui convolò a nozze poco dopo. La loro storia passò agli annali per il reciproco scambio artistico, l’intensità del loro amore e le bizzarrie. I due celebrarono il matrimonio per ben due volte: nel 1939 la Kahlo lo lasciò dopo aver scoperto l’ennesima sua infedeltà, stavolta con sua sorella Cristina. Nonostante tutto, un anno dopo, si risposarono a San Francisco ma a due condizioni imposte dalla stessa Frida: la donna non avrebbe più accettato denaro da lui e non avrebbero più avuto rapporti sessuali. A causa della situazione politica, caratterizzata dalla repressione dei dissidenti politici, il Partito Comunista Messicano venne dichiarato fuorilegge e Frida e Diego furono costretti a trasferirsi negli Stati Uniti. Tornarono in Messico e le condizioni di salute della Kahlo peggiorarono: fu costretta ad indossare un busto d’acciaio e ciò la portò a dipingere uno dei suoi dipinti più noti, “La colonna spezzata”. La gamba destra, ormai in cancrena, le venne amputata e, il 13 luglio 1954, alla giovane età di 47 anni, morì a causa di un’embolia polmonare, a Coyoacán.

Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.

Dal 1938 l’attività pittorica si intensificò e, attraverso i suoi dipinti, Kahlo iniziò a parlare del suo stato interiore e del suo modo di percepire la realtà, senza più limitarsi alla semplice descrizione degli incidenti della sua vita. Quasi tutti i suoi dipinti includevano tra i soggetti un bambino, sua personificazione, e, per un breve periodo, agli elementi della tradizione messicana classica unì quelli della produzione surrealista. Nello stesso anno, il poeta e saggista surrealista André Breton vide e rimase colpito da alcune sue opere tanto da proporle una mostra a Parigi.

Frida è una vera e propria surrealista che si è creata con le proprie mani (Breton)

Nel 1939 si recò a Parigi, dove le sue opere vennero presentate ed esposte in una mostra a lei dedicata. Qui frequentò i surrealisti nei caffè degli artisti e nei night club: sapeva che l’etichetta surrealista le avrebbe portato l’approvazione dei critici ma, allo stesso tempo, le piaceva l’idea di essere considerata un’artista originale. “Ciò che l’acqua mi ha dato”, opera enigmatica in cui immagini di paura, sessualità, memoria e dolore galleggiano nell’acqua di una vasca da bagno, dalla quale affiorano le gambe dell’artista, è quello che viene considerato il suo lavoro più surrealista. In questo dipinto sono chiari ed evidenti i riferimenti a Salvador Dalí, soprattutto per l’insistenza sui dettagli minuti. Altrettanto surrealista venne considerato anche il suo diario personale, una sorta di monologo interiore scandito da parole e immagini (molte delle quali partivano da una macchia di inchiostro o da una linea, quasi volesse usare la tecnica dell’automatismo per verificare le sue nevrosi), che Frida iniziò nel 1944 e che tenne fino alla sua morte. Tuttavia, nonostante la donna ponesse l’accento sul dolore,  sull’erotismo represso e sull’uso di figure ibride, la sua visione era tutto fuorché surrealista; la sua immaginazione era il prodotto di una vita che cercava di rendere accessibile attraverso un Simbolismo e non un modo per uscire dalla logica ed immergersi nel subconscio.

Il surrealismo è per me la magica sorpresa di trovare un leone nell’armadio, dove, invece, ero sicura di trovare le camicie

La stessa Frida Kahlo anni dopo negò apertamente di aver preso parte al movimento surrealista, probabilmente perché negli anni 40 questo cesso di essere di moda.

Pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.

Frida fece della disabilità l’immagine della propria arte, affrontò la vita opponendosi alla sorte avversa, riuscendo a trasformare la sua immobilità obbligata in un’opportunità artistica e la sofferenza in vera e propria arte. I suoi numerosi autoritratti ci fanno percepire quanto il rapporto col suo corpo “ferito” e “martoriato” fosse ossessivo e, allo stesso tempo, riuscì anche a cogliere l’occasione di difendere il suo popolo attraverso la sua arte, facendovi confluire il folclore messicano. Si tratta di quadri di piccole dimensioni dove Frida si autoritrae con una colonna romana fratturata, a ricordo della sua spina dorsale, e circondata dalle numerose scimmie che cura come figlie nella sua casa. Le furono dedicate tre importanti esposizioni a New York, nel 1938, a Parigi, nel 1939 e a Città del Messico, nel 1953. Numerosi sono i libri, le biografie e i film realizzati per far conoscere la vita, la storia e la bravura di questa artista: da “From Frida with love. Lettere di Frida Kahlo” a “Frida. Una biografia di Frida Kahlo”, da “Viva la vida!” a “Il diario di Frida Kahlo. Autoritratto intimo”, da “Iconic Frida. Vita, passioni e fascino in uno stile unico oltre le mode” al film “Frida”, diretto da Julie Taymor, con una straordinaria Salma Hayek. Poche donne hanno saputo giocare con le parole e le emozioni come ha fatto lei. La sua fu una vita breve a causa della malattia e della sofferenza, una vita difficile segnata da dolori e da grandi passioni. La passione per l’arte, quella per la sua terra nativa, il Messico e l’amore travagliato per il compagno Diego Rivera.


Bibliografia e sitografia:

  • “From Frida with love. Lettere di Frida Kahlo”, Diego Sileo, 2018;
  • “Frida. Una biografia di Frida Kahlo”, Hayden Herrera, 2016, Neri Pozza;
  • “Viva la vida!”, Pino Cacucci, 2014, Feltrinelli;
  • “Il diario di Frida Kahlo. Autoritratto intimo”, M. Lowe Sarah, 2014;
  • “Iconic Frida. Vita, passioni e fascino in uno stile unico oltre le mode”, Massimiliano Capella, 2018;
  • “Frida”, Julie Taymor, 2013;
  • libreriamo.it;
  • www.superando.it;
  • www.abilitychannel.it.

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