Arianna Fontanot
pubblicato 4 mesi fa in Recensioni

Giuseppe A. Samonà, “La frontiera spaesata”

una non-guida per non-turisti.

Giuseppe A. Samonà, “La frontiera spaesata”

Fin dal principio la lettura de La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani (Exòrma, 2020) di Giuseppe A. Samonà si presenta come un’avventura inedita, dal momento in cui si annuncia al lettore, con limpida sincerità e senza pretese, ciò che questi deve aspettarsi: uno spaesamento continuo e perseguito con intensa caparbietà; l’imperativo categorico, aggiungo io, di chiunque si accosti alla complicata impresa di raccontare – e non soltanto di descrivere, perché non è possibile – Trieste, l’Istria e i Balcani.

La complessità di tale operazione si presenta come filo conduttore di ogni capitolo, sia che si proceda lungo un’ideale linea del tempo sia che s’impugni una bussola e si opti per un’esplorazione dello spazio: in quest’opera nessuna dimensione sembra ideale né vi è alcun intento idealizzante, ogni evento è narrato coerentemente con la natura dei luoghi in cui avviene o è avvenuto, in modo imprevedibile. Certo, dalla lettura si comprende che l’itinerario è suscettibile di pianificazione e premeditazione, tuttavia l’incedere non è lineare: si procede verso nord, si devia a est e poi si torna al punto di partenza, per ripartire nuovamente, magari verso sud. Così il lettore, a piedi o sul bus, da Trieste muove verso Capodistria, poi Pirano, Lubiana e infine Pola e Zagabria.

L’autore conduce per mano il suo compagno di viaggio, un non-turista in preda ad un continuo disorientamento spazio-temporale, attraverso un groviglio di storie, etnie, luoghi e genti tanto inestricabile che è soltanto possibile prenderne faticosamente atto e seguirlo, un filo alla volta, tornando sui propri passi quando necessario.

L’incessante dialettico confronto tra Italia ed ex-Jugoslavia si esprime innanzitutto nella toponomastica: così i nomi delle città sono riportati in entrambe le lingue, quella autoctona – ammesso che di autoctonia si possa trattare – e in italiano.

Ciononostante, il viaggio diviene godibile proprio per via dell’aderenza alla realtà fattuale, mai nascosta e, anzi, colta nella sua sfaccettata complessità, senza alcuna pretesa di dire il vero: Trieste, l’Istria, il Friuli, la Venezia Giulia, i Balcani suscitano attraverso le parole dell’autore un sentimento tanto audace e autentico che sembra di poter ripercorrere con grazia un itinerario sempre simile eppure impercettibilmente diverso. Al contempo si staglia, come orizzonte – o forse frontiera – concettuale, il rapporto dialettico Italia ex-Jugoslavia di cui si tratteggia con sapienza il contorno ma che si può comprendere a fondo solo quando, e chi ha visitato questi luoghi ne è consapevole, da non-turisti ci si incammina senza preconcetti sul loro confine ideale.

Ebbene, quest’opera possiede innumerevoli pregi, il più importante risiede senz’altro nella volontà di non tacere della complessità di una terra che da impero pluriculturale diviene, forzosamente, popolo-nazione, a scapito di un’eterogeneità messa a tacere con forza e senza un reale beneficio. Appare chiaro lo stato-nazione che cala come una cappa sulla multiculturalità e, allora, l’utopia della convivenza pacifica si sgretola a favore di un conflitto che mai sembra sopirsi. Eppure è, con tutta probabilità, proprio questo il fascino delle città e dei territori che l’autore racconta; in questo senso, nel romanzo che “è più una guida che un romanzo” (p. 73), tempo e spazio finiscono per sovrapporsi cosicché crolla ogni punto di riferimento, ogni confine, e il lettore impara – una volta per tutte – come accostarsi ad un luogo che insiste su di una terra straordinariamente frammentata. Senza limiti o preconcetti, con sguardo ampio e coraggioso, apprende che lo spaesamento è condizione necessaria per comprendere a fondo un tale microcosmo e prendervi profondamente parte, anima e corpo.

Pertanto si può dire che questo romanzo, complesso come la terra di cui racconta, si configuri davvero come una non-guida per non-turisti, perché in realtà non ha mai la pretesa di insegnare la via corretta da percorrere, quanto piuttosto insegnare al lettore che “perdersi” è il modo migliore per assaporare il percorso.