Susanna Ralaima
pubblicato 1 mese fa in Recensioni

“Gli occhi delle balene” di Carolina Sanín

“Gli occhi delle balene” di Carolina Sanín

Gli occhi delle balene sono sfere che ricordano una lente. La loro pelle è tanto lucida che sembra poter sfumare via. Mi guardano e insieme guardano verso il fondo. Senza prestare attenzione a chi le osserva. Si rivolgono a qualcosa che cerco e che insieme mi accompagna. Sembrano volermi dire: È quella la direzione verso cui dovresti guardare; non a noi, ma al luogo in cui vanno i nostri occhi.

È una lunga citazione del celebre film Una notte d’estate. Gloria (1980) di John Cassavetes l’esergo del libro Gli occhi delle balene di Carolina Sanín, prima pubblicazione della neonata Mendel Edizioni: «I asked you once if I could be your mother. You didn’t want that» diceva Gena Rowlands nei panni di Gloria e in qualche modo la stessa frase la pronuncia senza usare le parole, nella sua immaginazione o nel suo inconscio, la protagonista di questa storia.

Laura Romero è una donna benestante – «la famiglia era proprietaria di una salina sulle montagne, e a lei corri­spondeva una certa quantità di sale ogni mese, così come un assegno a copertura delle sue quote, delle quote del fratello deceduto, e di quelle di sua madre che la aveva nominata ereditiera ancora in vita» – che trascina la sua esistenza tra il parcheggio del supermercato e la sua casa; tre volte la settimana fa le pulizie per una coppia di anziani senza averne davvero bisogno, e prende anche l’autobus per non rivelare ai datori di lavoro il suo vero status economico. Qualche volta guida fino al supermercato, ma spesso va a piedi considerando la breve distanza, accompagnata dal suo cane Brus, un levriero, l’unica presenza che mitiga la solitudine delle sue giornate.

Questa ripetitività viene interrotta inaspettatamente un sabato, quando un bambino piange sotto la sua finestra e smette di farlo solamente nel momento in cui la vede. Laura scende i tre piani e lo raggiunge, indecisa se chiamare la polizia lo fa salire nel suo appartamento: il nuovo arrivato, che si è perso nei suoi vestiti troppo corti e leggeri per la notte di Bogotà, dice di avere sei anni e mezzo e di chiamarsi Elvis Fider – ma il suo nome, in un propiziatorio affidarsi, diventerà fin da subito Fidel.

La protagonista crede che quel bambino sia destinato a lei: «si sentiva scelta, occupata, certa che da quel momento si sarebbe dovuta muovere adagio, un passo alla volta»: in un misto di esaltazione e speranza vive questo incontro come se avesse trovato quello che aveva cercato e voluto da tempo, forse da sempre, pur non essendone stata mai del tutto consapevole; compra una miriade di oggetti inutili, tentando forse di esprimere l’affetto attraverso i regali e i beni materiali, ma poi se vergogna e non glieli mostra; cerca di dare un nome alle sensazioni che prova, di tenerezza, affetto, voglia di prendersi cura di qualcuno, anche se un po’ fallisce, ne ha paura, non riesce a capire appieno i suoi desideri. Il loro essersi riconosciuti e in qualche modo trovati attraverso lo sguardo si scontra quindi con i silenzi imbarazzati, con le reticenze del bambino a raccontare il suo passato e le incapacità di Laura a conoscerlo davvero, poi con i servizi sociali, la burocrazia della casa famiglia e degli assistenti sociali, i dettagliati, artificiosi e inquietanti reportage sugli orfani del paese. I due si perdono, si ritrovano, forse non riescono mai a essere vicini e a capirsi – Fidel risponde alle domande che Laura non gli fa e, parlando talvolta come un adulto, pone quesiti a cui lei non sa trovare una soluzione – o forse in qualche modo non si separano mai e sanno comprendersi in una lingua tutta loro.

La maternità è qualcosa che nel corso di tutta la narrazione spaventa, affascina, attrae e alternativamente soffoca la protagonista, che desidera un legame unico con Fidel ed è gelosa dell’inserimento degli altri, ma allo stesso tempo è restia a creare davvero un rapporto con lui e a prendersi tutte le responsabilità.

Carolina Sanín è abile a descrivere il tormento, i sogni, i dubbi e le ossessioni di quella che si configura quasi come la Balena Bianca di Laura – che legge Moby Dick prima di incontrare Fidel e si blocca nella lettura quando lo perde –, senza lasciare però spazio alla retorica o a edulcorate realtà, in una prosa sempre leggera, sospesa in quel realismo magico tanto caro alla tradizione letteraria del Sudamerica.

Molto curiosa la decisione della traduttrice Ilia Pessoa che per il titolo non sceglie di seguire l’originale Los Niños, ma di dare maggiore risalto a una delle presenze che aleggia su tutto il testo, quella delle balene. Laura, quando i passanti gli chiedono il nome di Brus lo cambia, perché «sentiva in questo modo di proteggerlo; che così facendo, difficilmente qualcuno lo avrebbe portato via dall’ingresso del supermercato o da qualsiasi altra parte». Forse la traduttrice ha voluto preservare una parte del libro, proteggerne l’anima, o forse ha deciso di mettere in risalto l’importanza di questo bellissimo passo, esplicativo di tutto il libro e di quel rapporto fantastico e complicato tra Laura e Fidel:

Nessuno può dire di aver visto davvero un animale senza averlo prima guar­dato negli occhi. Contemplarne gli occhi e solo gli occhi significava poterlo osservare nella sua interezza. Guardare, dello stesso animale, ogni centimetro di pelle ma non gli occhi, sarebbe stato come non vederlo affatto. Raccontò al bambino che tante volte nella storia dell’uomo, naviganti e marinai avevano scambiato il dorso appena emerso di una balena per un atollo. E solo dopo esservi sbarcati sopra, solo quando quella che pensavano essere un’isola iniziava a muoversi e poi sprofondare, allora capivano d’aver calpestato qualcosa di vivo. Fra questi navigatori c’era chi era riuscito a viverci sopra per diversi giorni, naufraghi illusi sulla groppa di una balena. Fidel ascoltava attento, la guardava negli occhi quando lei fissava i suoi e cercava di intuire la direzione del suo sguardo quando lei guardava altrove. Non aveva mai sentito parlare delle balene, disse. Domandò a Laura se lei fosse l’unica a sapere cosa fossero o se si trattasse di un segreto condiviso fra lei e i suoi cari; fra lei e le persone a cui decideva di rivelarlo.